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Salvato in metro dai passeggeri: perché la storia di San Giovanni non deve restare un titolo

Un arresto cardiaco sulla banchina della linea A, il massaggio cardiaco di chi era lì, un defibrillatore trovato in stazione. Ha funzionato tutto. I numeri dicono che in Italia, di solito, non va così.

Salvato in metro dai passeggeri: perché la storia di San Giovanni non deve restare un titolo

Cosa è successo sulla banchina di San Giovanni

Nel pomeriggio dell'8 settembre un passeggero sarebbe stato colpito da un arresto cardiaco sulla banchina della stazione San Giovanni, linea A della metropolitana di Roma, sul binario in direzione Anagnina. Secondo la ricostruzione riportata da Sky TG24, alcuni presenti con nozioni di primo soccorso avrebbero iniziato subito il massaggio cardiaco e contattato la centrale operativa dell'Ares 118. L'operatore avrebbe guidato le manovre a distanza attraverso FlagMii, una piattaforma che consente il collegamento video tra chi chiama e la centrale, e avrebbe rilevato la presenza di un defibrillatore nella stazione. Un dipendente Atac avrebbe indicato dove si trovava il dispositivo, che sarebbe stato applicato con esito positivo. All'arrivo di due ambulanze e di un'automedica, l'uomo sarebbe stato trasportato all'ospedale San Giovanni. Il direttore generale dell'Ares 118, Narciso Mostarda, ha letto l'episodio come la prova che defibrillatori nei luoghi pubblici, supporto tecnologico e senso civico dei presenti, messi insieme, possano "salvare vite".


Perché ha funzionato

Vale la pena scomporre la sequenza, perché ogni anello della catena poteva mancare. Qualcuno sulla banchina sapeva cosa fare e non ha aspettato. Qualcuno ha chiamato, e la centrale è riuscita a vedere la scena e a guidare le compressioni. In stazione c'era un defibrillatore, era segnalato, e c'era chi sapeva dove fosse. L'ambulanza è arrivata quando il lavoro decisivo era già stato fatto. Togliete uno solo di questi passaggi e la notizia, con ogni probabilità, sarebbe stata un'altra.


I numeri che non fanno titolo

Secondo Italian Resuscitation Council, ogni anno in Europa si registrerebbero circa 400.000 arresti cardiaci extraospedalieri, di cui circa 60.000 solo in Italia, e la possibilità di sopravvivenza scenderebbe del 10 per cento per ogni minuto che passa senza soccorso. Lo studio EuReCa Three, che ha analizzato oltre 45.000 casi in 28 Paesi europei, avrebbe rilevato una sopravvivenza media del 7,5 per cento; per l'Italia il dato si fermerebbe al 6,6 per cento, calcolato però su un campione di circa 4.000 casi. Tradotto in persone, secondo Fondazione IRC sopravviverebbero in media circa 3.900 italiani l'anno. Un altro dato spiega perché la formazione dei cittadini pesi quanto i dispositivi: circa il 70 per cento degli arresti cardiaci extraospedalieri avverrebbe in luoghi privati, dove il primo soccorritore possibile è un familiare, un collega, un vicino di casa. E in Italia mancherebbe ancora un registro nazionale degli arresti cardiaci che consenta di valutare con precisione l'efficacia dei soccorsi: senza dati, non si sa nemmeno quanto si stia migliorando.


Una legge che c'è già

Il punto è che lo Stato ha già scritto la risposta. La legge 116 del 4 agosto 2021 favorisce la diffusione dei DAE nelle sedi delle pubbliche amministrazioni con almeno 15 dipendenti, negli istituti scolastici di ogni ordine e grado, in aeroporti, stazioni ferroviarie e mezzi di trasporto, e ne consente l'uso anche a chi non ha una formazione specifica, in assenza di personale formato. Il decreto attuativo del 16 marzo 2023 fissa criteri precisi: i dispositivi andrebbero collocati in modo da poter essere usati prima del quarto minuto dal presunto arresto, con una densità ottimale non inferiore a due DAE per chilometro quadrato, segnaletica obbligatoria e divieto di chiuderli dove non siano visibili o raggiungibili. Lo stanziamento previsto dalla legge risulterebbe pari a 2 milioni di euro annui a decorrere dal 2021: una cifra che, da sola, racconta quanta priorità abbia avuto il tema. La stessa legge prevede un'applicazione nazionale che censisca e geolocalizzi i defibrillatori installati sul territorio, così che anche i soccorritori occasionali possano trovarli subito, ma a settembre 2025 questo strumento non risulterebbe ancora disponibile su scala nazionale. Il presidente di IRC, Andrea Scapigliati, denunciava in quell'occasione che a quattro anni dall'approvazione "dell'applicazione nazionale ancora non si sappia nulla" e che pochissime Regioni si sarebbero dotate degli strumenti previsti.


Raccontare per replicare, non per stupire

Qui sta la nostra posizione come redazione. Storie come quella di San Giovanni vanno raccontate, ma il modo in cui le si racconta non è neutro. Se restano nella cronaca del giorno, il messaggio implicito è che sia andata bene per fortuna. Se le si legge come un protocollo riuscito, diventano un modello da esportare. A San Giovanni la fortuna ha avuto una parte, ma la parte più grande l'hanno avuta le scelte fatte prima: un defibrillatore installato e segnalato, dipendenti che sapevano dov'era, una centrale attrezzata per guidare in video, cittadini che avevano seguito un corso. Nessuna di queste cose è casuale. Tutte sono replicabili.


Cosa chiediamo

Per questo crediamo che l'episodio vada usato come leva su tre fronti. Primo, applicare davvero la legge 116: la mappa nazionale dei DAE e la copertura dei luoghi indicati dal decreto non sono un'opzione ma un obbligo già scritto, e ogni Regione dovrebbe rendere conto pubblicamente di dove si trova. Secondo, corsi gratuiti di rianimazione cardiopolmonare e uso del defibrillatore, aperti a tutti e diffusi in modo capillare: nelle scuole, come la legge già prevede, ma anche nei luoghi di lavoro, nelle stazioni, negli uffici pubblici, con la logica che a un corso di poche ore dovrebbe poter accedere chiunque, senza doverlo cercare. Terzo, il registro nazionale degli arresti cardiaci, perché senza misurare non si migliora. Un defibrillatore costa meno di molte cose che consideriamo indispensabili in uno spazio pubblico. Un corso costa il tempo di un pomeriggio. Le 60.000 persone che ogni anno si accasciano in Italia non possono contare sul trovarsi a San Giovanni al momento giusto.


La domanda che resta

Il passeggero della linea A oggi è vivo perché intorno a lui c'era tutto. La domanda che lasciamo ai lettori è semplice: nel posto dove passate più tempo, il defibrillatore c'è? E se ci fosse, sapreste usarlo?



Fonti:

  • Sky TG24, "Roma, arresto cardiaco sulla banchina della metro: passeggeri lo salvano col defibrillatore", 8 settembre 2026
  • Italian Resuscitation Council, scheda "Arresto cardiaco", ircouncil.it
  • Adnkronos Salute, "In Italia 60mila arresti cardiaci l'anno, 'legge su defibrillatori non si applica'", 18 settembre 2025
  • Quotidiano Sanità, "Arresto cardiaco, fuori dall'ospedale sopravvivenza del 7,5% in Ue; 6,6% in Italia. Lo studio EuReCa Three", novembre 2025
  • Ansa, "Arresto cardiaco, sopravvivenza 6,6% manca mappa defibrillatori", 18 settembre 2025
  • Nurse Times, "Arresto cardiaco: in Italia 3.900 sopravvissuti ogni anno", dicembre 2025
  • Legge 4 agosto 2021, n. 116; Decreto del Ministero della Salute 16 marzo 2023

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