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Caccia in Toscana, femmine e cuccioli di capriolo nel mirino: la Regione va avanti contro il parere di ISPRA

Sono nati in primavera e molti dipendono ancora dalle madri per imparare a trovare cibo e acqua. Dal 15 agosto, in Toscana, madri e cuccioli di capriolo possono essere legalmente abbattuti. Non è un'anomalia né una svista: è quanto prevede la delibera regionale numero 630 del 25 maggio 2026, che approva il piano di prelievo e il calendario venatorio del capriolo per la stagione 2026-2027 nei quattordici comprensori di gestione della regione. Intorno a quella scelta, e a una seconda delibera che riguarda l'ibis sacro, si è aperto uno scontro che oppone la Regione Toscana all'ente tecnico dello Stato e alle principali associazioni ambientaliste italiane.

Caccia in Toscana, femmine e cuccioli di capriolo nel mirino: la Regione va avanti contro il parere di ISPRA

 Il parere disatteso

Il punto che ha fatto esplodere la polemica non è il piano di prelievo in sé, strumento ordinario della cosiddetta caccia di selezione, ma il rapporto con ISPRA, l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale. Secondo la ricostruzione di MaremmaOggi, nel parere reso l'11 maggio l'istituto aveva indicato una strada precisa: nessun prelievo di femmine e piccoli tra il 15 agosto e il 30 settembre. La Regione ha deciso espressamente di discostarsi da quell'indicazione, e nell'atto scrive di averlo ritenuto necessario, come sarebbe già avvenuto nelle cinque annate precedenti. È un passaggio decisivo per capire la vicenda: il parere di ISPRA sui calendari venatori è obbligatorio da richiedere, ma non vincolante da seguire. Le Regioni possono motivatamente discostarsene, ed è esattamente ciò che è accaduto. La domanda che le associazioni pongono è se questa facoltà, pensata come eccezione, possa diventare prassi sistematica.


 I numeri della specie

A rendere la questione più delicata ci sono le stime sulla consistenza della popolazione. Un'analisi sulla gestione della specie, citata dai promotori di una petizione online contro il piano, indica un passaggio da circa 192mila caprioli nel 2017 a circa 145mila nel 2024 nelle unità di gestione toscane: un calo vicino al 25 per cento in sette anni. La densità media sarebbe scesa da 14,7 a 8,7 capi ogni cento ettari, mentre la superficie gestita cresceva di circa il 27 per cento. Se le due serie vengono lette insieme, il declino reale della specie risulterebbe più rapido di quanto suggerisca il solo dato assoluto. I promotori della protesta aggiungono un elemento congiunturale: l'estate 2026, segnata da caldo intenso, scarsità di precipitazioni e forte stress della vegetazione. Non esistono ancora censimenti che permettano di stabilire quanta mortalità aggiuntiva la siccità abbia eventualmente causato, e proprio per questo la richiesta è di sospendere almeno temporaneamente il prelievo estivo di femmine e piccoli in attesa di dati aggiornati. La LAV ha usato parole molto più dure, parlando di "strage" e ricordando che i cuccioli nati da pochi mesi dipendono ancora dalle madri. La Regione, dal canto suo, inquadra il piano nella gestione faunistica ordinaria, fondata sui propri monitoraggi.


Il secondo fronte: l'ibis sacro

La seconda delibera contestata è la numero 842 del 16 luglio, che autorizza l'abbattimento dell'ibis sacro dal 20 settembre 2026 al 31 gennaio 2027 su tutto il territorio regionale aperto alla caccia, da parte dei cacciatori abilitati residenti in Toscana. Il provvedimento non stabilisce alcun limite giornaliero o stagionale al numero di esemplari abbattibili e indica esplicitamente l'eradicazione come obiettivo della gestione. La motivazione della Regione è il contenimento di una specie alloctona: l'ibis sacro, originario dell'Africa subsahariana, si è diffuso negli ultimi anni nelle zone umide italiane ed è accusato di predare uova e pulcini di specie autoctone, con possibili effetti sulla biodiversità locale. Anche su questo provvedimento ISPRA ha espresso parere sfavorevole, il 23 giugno, articolato su quattro criticità. Tra queste, due meritano attenzione. La prima è il rischio di abbattimenti accidentali di specie protette morfologicamente simili: l'istituto cita esplicitamente l'ibis eremita, specie rarissima al centro di un progetto europeo di reintroduzione, e il mignattaio. La seconda è che in alcuni casi documentati la caccia alle specie aliene si sarebbe rivelata controproducente rispetto all'obiettivo del contenimento: il riferimento è alle esperienze sul procione in Germania e in Polonia. La Regione risponde sul primo punto che l'ibis sacro è quasi interamente bianco e di dimensioni maggiori rispetto alle specie simili, e sarebbe quindi distinguibile sul campo. WWF e Waldrapp Team, l'ente che gestisce il progetto di reintroduzione dell'ibis eremita, hanno chiesto pubblicamente la sospensione immediata del prelievo.


Un quadro più ampio

Le due delibere non sarebbero episodi isolati. Secondo una ricostruzione pubblicata dal Fatto Quotidiano, nella stagione in corso la giunta regionale avrebbe approvato quattordici delibere in materia venatoria, tra cui prelievi in deroga per piccione e tortora dal collare fino a circa 35mila individui complessivi e l'abbattimento di 20mila storni, il doppio del limite che ISPRA avrebbe indicato. Sono numeri che le associazioni leggono come il segno di un orientamento politico complessivo, mentre la Regione rivendica scelte di gestione fondate sui dati dei propri uffici. La distinzione non è di poco conto: la gestione faunistica moderna prevede effettivamente strumenti di controllo numerico delle popolazioni, inclusi i prelievi selettivi, e la presenza di specie alloctone invasive è un problema ecologico reale e riconosciuto a livello europeo. La questione sollevata dalle associazioni non è se gestire, ma come e sulla base di quali evidenze.


Cosa succede ora

La stagione di caccia al capriolo è già aperta e quella all'ibis sacro partirà il 20 settembre. La petizione contro il piano di prelievo raccoglie firme, WWF e Waldrapp Team hanno formalizzato la richiesta di sospensione, e non è escluso che la vicenda approdi davanti alla giustizia amministrativa, come già avvenuto in passato per altri calendari venatori regionali. Sullo sfondo resta la domanda istituzionale che questa storia pone: quale peso debba avere il parere dell'ente tecnico dello Stato quando una Regione decide, per il sesto anno consecutivo, di andare in direzione opposta.



Fonti:

  •  Regione Toscana (delibere 630/2026 e 842/2026)
  • ISPRA
  • MaremmaOggi
  •  La Nazione
  •  Il Fatto Quotidiano 
  • WWF
  •  Waldrapp Team
  •  LAV


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