Iattualità · Ambiente · di Andrè Renzuto Iodice ·
Gatti usati come inneschi viventi: la Calabria brucia e la crudeltà supera ogni limite
Ci sono notizie che si vorrebbero non dover scrivere, e questa è una di quelle. Tra gli inneschi degli incendi che da giorni devastano la Calabria, la Protezione civile regionale ha riferito di aver trovato anche dei gatti: animali ai quali, secondo la ricostruzione ufficiale, "vengono legati alla coda degli stracci imbevuti di liquido infiammabile", che vengono poi incendiati per lasciarli correre nella vegetazione alta e secca, trasformandoli in micce viventi capaci di generare più punti di fuoco contemporaneamente. A descrivere il ritrovamento è stato il direttore generale della Protezione civile della Regione Calabria, Domenico Costarella, in un video diffuso sui canali social del presidente della Regione, Roberto Occhiuto, durante le operazioni di spegnimento. È una delle pagine più cupe di un'estate di roghi che, in soli tre giorni, ha richiesto oltre duecento interventi dei vigili del fuoco in tutta la regione.
Una macchina del fuoco studiata per non farsi trovare
Il dettaglio dei gatti, per quanto sia il più scioccante, non è isolato. Secondo quanto riferito dalla stessa Protezione civile, nelle aree colpite sono stati individuati anche inneschi ritardati di fabbricazione artigianale: candele collegate a stracci imbevuti di liquido infiammabile, bottiglie di vetro con stoppini, dispositivi pensati per accendersi quando chi li ha piazzati è ormai lontano. È il segno di una strategia, non di gesti isolati: chi agisce così conosce il territorio, sceglie le ore e i punti in cui l'erba è più secca, e costruisce un sistema per moltiplicare i focolai rendendo più difficile sia lo spegnimento sia l'identificazione dei responsabili. L'uso di animali vivi aggiunge a questa logica una dimensione di crudeltà che va oltre la finalità pratica: il gatto in fiamme che corre terrorizzato non è soltanto un innesco mobile, è una creatura senziente condannata a una morte atroce per un piano che non la riguarda in alcun modo.
La reazione: denunce in tutte le procure e una taglia sui piromani
Di fronte alla denuncia della Protezione civile è intervenuta l'Aidaa, l'Associazione italiana difesa animali e ambiente, che ha annunciato la presentazione di esposti presso tutte le procure calabresi e ha istituito una ricompensa di mille euro. La somma, secondo quanto comunicato dall'associazione, sarà corrisposta a chi, con una denuncia formalizzata nei termini di legge alle forze dell'ordine, fornirà elementi determinanti per identificare e far condannare in via definitiva i responsabili dell'uso di gatti o altri animali come inneschi. È una mossa che punta a rompere il muro di omertà che storicamente circonda gli incendi dolosi nelle aree rurali, dove chi sa spesso non parla, e a trasformare l'indignazione diffusa in collaborazione concreta con gli inquirenti.
Cosa rischia chi appicca un incendio
Sul piano penale, il quadro è tutt'altro che leggero. L'incendio boschivo doloso è un reato specifico del codice penale, punito con la reclusione da quattro a dieci anni, con aggravanti se dal rogo deriva pericolo per edifici o danno su aree protette. A questo si aggiunge il maltrattamento e l'uccisione di animali: la riforma entrata in vigore nel 2025 ha inasprito sensibilmente le pene, prevedendo il carcere per chi uccide un animale e sanzioni aggravate quando il fatto è commesso con crudeltà o sevizie, come sarebbe evidentemente in questo caso. Chi venisse identificato per aver usato un gatto come innesco risponderebbe dunque di entrambi i reati, con pene cumulabili. Il problema, come sempre per gli incendi dolosi, non è la severità della legge sulla carta ma la difficoltà di arrivare ai colpevoli: i roghi distruggono le prove insieme al bosco, e le condanne definitive per incendio boschivo doloso restano storicamente una frazione minima rispetto ai fuochi appiccati.
La crudeltà come termometro
C'è un aspetto di questa vicenda che va oltre la cronaca e interroga tutti. Distruggere un bosco è già un crimine contro la collettività: cancella in poche ore ecosistemi che impiegano decenni a ricostituirsi, uccide la fauna selvatica intrappolata dalle fiamme, mette a rischio case e vite umane, e ha un costo pubblico enorme tra spegnimento e bonifica. Ma scegliere di infliggere una morte atroce a un animale domestico, docile e catturabile proprio perché abituato a fidarsi dell'uomo, aggiunge al danno una dimensione che nessuna finalità pratica può spiegare. La ricerca criminologica segnala da tempo che la crudeltà sugli animali è un indicatore che non va mai sottovalutato, e il diritto se ne è progressivamente fatto carico inasprendo le tutele. Di fronte a episodi come questo, la distanza tra ciò che una comunità considera accettabile e ciò che qualcuno è disposto a fare appare in tutta la sua ampiezza: è la parte della storia che nessuna indagine, per quanto accurata, potrà mai spiegare fino in fondo.
Cosa può fare chi sa o chi vede
Nel frattempo, la strada più concreta resta la collaborazione. Chiunque assista a comportamenti sospetti nelle aree a rischio, o abbia informazioni sui responsabili, può rivolgersi al numero di emergenza ambientale 1515 dei Carabinieri forestali o al 112, oltre che alle stazioni locali delle forze dell'ordine. La taglia dell'Aidaa si aggiunge a questi canali istituzionali come incentivo ulteriore. La Calabria brucia da giorni, e insieme ai suoi boschi è bruciato anche un pezzo del confine che credevamo invalicabile: continueremo a seguire le indagini e a dare conto di ogni sviluppo, con la speranza che almeno questa volta chi ha acceso il fuoco venga trovato.
Fonti:
- Protezione civile della Regione Calabria, dichiarazioni del direttore generale Domenico Costarella diffuse sui canali social del presidente della Regione;
- ANSA
- Sky TG24
- Aidaa, Associazione italiana difesa animali e ambiente
- Today
- Il Dispaccio