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Bangkok sott'acqua: la Terra presenta il conto, e non è solo un problema thailandese

Il 26 settembre l'amministrazione metropolitana di Bangkok ha dichiarato lo stato di calamità in tutti i cinquanta distretti della città. Non un quartiere, non una provincia rurale: l'intera capitale di un Paese da oltre settanta milioni di abitanti, una metropoli che con la sua area urbana supera i dieci milioni di persone. La dichiarazione consente alle autorità locali di attivare poteri straordinari, ordinare evacuazioni e requisire mezzi. Nelle stesse ore il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul ha interrotto una visita ufficiale nel Regno Unito per rientrare in patria.

Bangkok sott'acqua: la Terra presenta il conto, e non è solo un problema thailandese

Una capitale in stato di calamità

Le immagini arrivate da Bangkok raccontano più dei comunicati: strade principali trasformate in canali, negozi chiusi da giorni, residenti che avanzano con l'acqua alla vita e famiglie che riempiono sacchi di sabbia davanti alle porte di casa. Secondo il governatore Chadchart Sittipunt la zona più colpita è quella orientale, dove nella mattina del 26 almeno quindici arterie principali risultavano profondamente allagate. Circa 980 persone sono state trasferite in rifugi temporanei e 36 pazienti allettati sono stati portati in ospedale; a chi dipende da apparecchiature mediche è stato consigliato di valutare un ricovero fino a quando la situazione non sarà stabile.


I numeri di una pioggia fuori scala

Tra il pomeriggio del 24 e il 26 settembre sulla capitale sono caduti quasi trecento millimetri di pioggia. Per avere un termine di paragone, è circa un terzo di quanto piove a Milano in un anno intero. Ma il dato che spiega davvero la crisi è un altro: secondo l'Autorità per il drenaggio di Bangkok, dal primo al 25 settembre la città aveva già ricevuto 487 millimetri, contro una media di 269 nello stesso periodo tra il 1991 e il 2020. Quasi il doppio. Settembre è da sempre il cuore della stagione dei monsoni, ma un settembre così non era previsto né dai sistemi di drenaggio né dalla memoria dei residenti: una commessa di 67 anni intervistata dall'Afp con l'acqua alla vita ha detto di non aver mai visto nulla di simile dal 2011.

Le stazioni di pompaggio lavorano a pieno regime, con una portata complessiva di circa 1.200 metri cubi al secondo. Il problema è che non c'è più dove mandare l'acqua. Il governatore lo ha spiegato con una frase che vale come diagnosi: "il sistema di canali è già saturo". Bangkok si sta coordinando con le province vicine, Nonthaburi e Pathum Thani, da cui l'acqua continua ad affluire, per deviare i flussi altrove. Se la pioggia si fermasse, servirebbero comunque due o tre giorni perché l'acqua defluisca del tutto. E la pioggia, nel momento in cui scriviamo, non si è fermata.


Una città costruita sull'acqua

Bangkok è chiamata la Venezia d'Oriente per la fitta rete di canali, i khlong, che per secoli sono stati le sue strade. È costruita su un'antica zona paludosa nel delta del fiume Chao Phraya, a circa un metro e mezzo sul livello del mare. Diversi studi indicano che il suolo si abbassa di un centimetro o più all'anno, per effetto dell'urbanizzazione e del prelievo dalle falde, mentre il livello del mare sale. In queste condizioni ogni millimetro di pioggia in più è un millimetro che non ha una via d'uscita naturale.

La città conosce bene il rischio. Nel 2011 le alluvioni che colpirono la Thailandia per mesi causarono oltre 500 vittime, danneggiarono milioni di abitazioni e fermarono la produzione industriale al punto da creare carenze mondiali di componenti elettronici. Da allora Bangkok ha investito in pompe, tunnel di drenaggio e barriere. Quello che sta accadendo dimostra che infrastrutture progettate sulle piogge del passato non reggono le piogge del presente.


Quello che la scienza dice da anni

Il legame tra riscaldamento globale e piogge estreme non è un'opinione: è fisica. Un'atmosfera più calda trattiene più vapore acqueo, circa il sette per cento in più per ogni grado di temperatura, e quando quel vapore precipita lo fa in modo più concentrato e violento. I rapporti dell'IPCC documentano da tempo l'aumento di frequenza e intensità delle precipitazioni estreme in gran parte del pianeta, Sud-est asiatico compreso. Per attribuire con precisione un singolo evento al cambiamento climatico servono analisi specifiche che per Bangkok non sono ancora state pubblicate, e su questo è giusto essere prudenti. Ma il quadro generale è chiaro: eventi che un tempo capitavano una volta ogni cinquant'anni tornano ogni dieci, e le città non sono state costruite per questo.


Il conto arriva anche qui

Sarebbe comodo archiviare Bangkok come una storia lontana, di monsoni e tropici. Non lo è. Nel settembre 2022 un'alluvione lampo nelle Marche uccise tredici persone. Nel maggio 2023 la Romagna ha contato diciassette vittime e danni per miliardi. Nell'ottobre 2024 la dana di Valencia ha causato oltre duecento morti in poche ore, in una delle regioni più ricche d'Europa. La dinamica è sempre la stessa: quantità di pioggia fuori da ogni serie storica, su territori impermeabilizzati, con sistemi di allerta e drenaggio pensati per un altro clima.

La differenza tra Bangkok e l'Italia non è la vulnerabilità, è la scala. Anche noi abbiamo città costruite in aree alluvionali, fiumi tombati sotto i quartieri, piani di emergenza che restano nei cassetti. Ogni volta si parla di eccezionalità, si stanzia qualcosa per la ricostruzione e si torna a costruire negli stessi posti.


Il costo di non decidere

C'è un aspetto che raramente entra nel dibattito: l'adattamento costa, ma l'emergenza costa di più. Ogni stato di calamità porta con sé soccorsi, ricostruzione, produzione ferma, assicurazioni che non coprono, famiglie che perdono tutto. Sono soldi spesi comunque, ma dopo il danno invece che prima. Investire in drenaggio, aree di espansione dei fiumi, manutenzione del territorio e sistemi di allerta è meno visibile e meno redditizio in termini elettorali, ma è l'unico modo per abbassare il conto.

Bangkok mostra il futuro di molte città costiere se non si interviene su entrambi i fronti: ridurre le emissioni per frenare la crescita degli eventi estremi, e adattare le infrastrutture a un clima che è già cambiato. Il primo richiede accordi globali che procedono a rilento. Il secondo dipende da scelte locali e nazionali che ogni Paese può fare da subito. Continuare a chiamarlo maltempo serve solo a rimandare la decisione. La Terra, come dimostra Bangkok, il conto lo presenta lo stesso.



Fonti:

  • ANSA, 26 settembre 2026: Inondazioni a Bangkok, dichiarato lo stato di calamità — https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/09/26/inondazioni-a-bangkok-dichiarato-lo-stato-di-calamita_06c67a74-61cc-402f-8164-b772e7254636.html
  • ZNews via Vietnam.vn, 26 settembre 2026: Bangkok dichiara lo stato di calamità a causa delle inondazioni record — https://www.vietnam.vn/it/bangkok-ban-bo-tinh-trang-tham-hoa-vi-ngap-lut-ky-luc
  • Corriere della Sera, 26 settembre 2026: Forti piogge in Thailandia, le immagini di Bangkok sommersa dall'acqua (video) — https://video.corriere.it/esteri/forti-piogge-in-thailandia-le-immagini-di-bangkok-sommersa-dall-acqua/58ee8bb7-bc41-439c-8cc0-14c15dae9xlk


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