Iattualità · Salute · di Nicola Ferrone ·
La salute non è più uguale per tutti: i numeri di un diritto che si sta sgretolando in silenzio
L'articolo 32 della Costituzione definisce la salute un diritto fondamentale dell'individuo. Nessuna legge lo ha mai cancellato, nessun governo ne ha mai annunciato la fine. Eppure i dati raccontano una trasformazione profonda: l'accesso alle cure in Italia dipende sempre meno dal bisogno clinico e sempre più da tre variabili che con la medicina non c'entrano nulla. Quanto guadagni. Dove vivi. Quanto tempo puoi aspettare. Non è un crollo improvviso: è un'erosione lenta, fatta di rinunce individuali, migrazioni silenziose e conti pagati di tasca propria. Un nuovo report di Medici del Mondo, dedicato in particolare all'oncologia e ripreso oggi dal Sole 24 Ore, mette in fila i numeri di questo processo. E letti insieme ai dati della Fondazione Gimbe su spesa e mobilità sanitaria, compongono un quadro che merita di essere guardato senza giri di parole.
Quarantuno miliardi pagati di tasca propria
Il primo numero è economico. Nel 2024 le famiglie italiane hanno speso direttamente 41 miliardi di euro per curarsi: oltre il 22 per cento della spesa sanitaria complessiva del Paese. L'Organizzazione mondiale della sanità indica nel 15 per cento la soglia oltre la quale un sistema sanitario smette, nei fatti, di poter essere definito universale: l'Italia la supera stabilmente da più di dieci anni. Secondo il report di Medici del Mondo, il punto non è solo la cifra, ma il suo consolidarsi nel tempo: la spesa privata non è più un'integrazione occasionale, ma una componente strutturale dell'accesso alle cure. In molti casi, osserva l'organizzazione, pagare non è una scelta tra opzioni equivalenti: è l'unico modo per ottenere una prestazione in tempi compatibili con la malattia. Tradotto: il sistema resta gratuito sulla carta, ma la velocità si compra.
Quasi sei milioni di persone che si arrendono
Il secondo numero è il più grave, anche se è quello che fa meno rumore. Nel 2024 oltre 5,8 milioni di persone hanno dichiarato di aver rinunciato ad almeno una prestazione sanitaria, soprattutto per ragioni economiche o per tempi di attesa incompatibili con le proprie necessità. La rinuncia alle cure è un indicatore che raramente conquista il dibattito pubblico, perché non produce immagini: non è un pronto soccorso affollato, non è una corsia senza infermieri. È una somma di decisioni private, invisibili, che diventano leggibili solo nelle statistiche e, più tardi, negli esiti di salute. Eppure è qui che si misura davvero la tenuta di un servizio sanitario nazionale: non in ciò che eroga, ma in ciò a cui i cittadini smettono di chiedere accesso perché hanno smesso di crederci o di poterselo permettere.
La lotteria della residenza
Il terzo numero riguarda la geografia, e in oncologia diventa una questione di vita o di morte. In Italia si registrano circa 395 mila nuovi casi di tumore ogni anno e la diagnosi precoce è il fattore che più incide sulle possibilità di cura. Proprio sulla prevenzione, però, il Paese viaggia a due velocità: secondo i dati riportati nel report, l'adesione allo screening mammografico raggiunge il 63,2 per cento al Nord e si ferma al 40,1 per cento al Sud; per lo screening del tumore del colon-retto il divario è ancora più netto, 46,8 per cento contro 21,1. Sarebbe comodo liquidare questi numeri come una differenza di comportamenti individuali. L'analisi dell'organizzazione suggerisce il contrario: dove gli inviti sono sistematici, i richiami funzionano e il follow-up è garantito, la partecipazione cresce; dove la macchina organizzativa è frammentata, la prevenzione perde efficacia a prescindere dalla disponibilità delle persone. La differenza, in altre parole, non la fanno i cittadini: la fanno i sistemi sanitari regionali che li servono.
Pazienti con la valigia: cinque miliardi che viaggiano verso Nord
Quando la sanità sotto casa non risponde, chi può parte. E con i pazienti si spostano i soldi. Secondo il report della Fondazione Gimbe presentato a marzo, nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha toccato il record di 5,15 miliardi di euro, in crescita rispetto ai 5,04 dell'anno precedente. Circa metà degli incassi si concentra in tre sole regioni, Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, e oltre un euro su due finisce nelle strutture private convenzionate. I saldi raccontano la frattura meglio di qualsiasi commento: la Lombardia chiude con un attivo di circa 646 milioni di euro, mentre Calabria, Campania, Puglia e Sicilia perdono ciascuna tra i 247 e i 327 milioni. Risorse che escono dai bilanci delle regioni più fragili e rafforzano quelle già più attrezzate, in un circolo che si autoalimenta. Le analisi Gimbe segnalano inoltre una correlazione stretta tra i punteggi sui livelli essenziali di assistenza e i saldi di mobilità: chi garantisce di più, attrae; chi garantisce di meno, paga due volte. Non a caso il Presidente della Repubblica, a febbraio, ha sentito il bisogno di ricordare che "il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull'intero territorio nazionale". Quando il Quirinale deve ribadire un principio scritto in Costituzione dal 1948, significa che quel principio è in discussione nei fatti.
Il nodo: un sistema definanziato da quindici anni
Tutti questi numeri hanno una radice comune, e non è un mistero. Secondo le elaborazioni Gimbe su dati Ocse, nel 2024 la spesa sanitaria pubblica italiana si è fermata al 6,3 per cento del Pil, contro una media europea del 6,9 e una media Ocse del 7,1: quattordicesimo posto tra i ventisette Paesi europei dell'area Ocse per spesa pro-capite, ultimo posto nel G7, posizione che l'Italia occupa stabilmente dal 2008. Fino al 2011 la spesa italiana era allineata alla media europea; da allora, per effetto di tagli e definanziamenti operati, va detto, da governi di ogni colore, il divario si è allargato fino a raggiungere circa 43 miliardi di euro l'anno rispetto alla media dei Paesi europei. Ed è difficile non notare la coincidenza: 43 miliardi è quasi esattamente la cifra che le famiglie italiane versano ogni anno di tasca propria. Il buco lasciato dal pubblico non è sparito: ha semplicemente cambiato pagatore. Da qui il circolo vizioso descritto nel report di Medici del Mondo: il sottofinanziamento genera ritardi, i ritardi spingono la domanda verso il privato, il privato cresce e assorbe risorse e professionisti, il pubblico perde ulteriore capacità di risposta. Ogni giro di questa spirale sposta il confine tra chi può curarsi e chi può solo aspettare.
La scelta che nessuno ha mai dichiarato
Esistono esperienze che dimostrano come le persone escluse siano raggiungibili: il report cita il lavoro di prossimità fatto ad Arghillà, periferia di Reggio Calabria, dove unità mobili hanno intercettato cittadini che non avevano mai partecipato a uno screening. Ma sono interventi puntuali, spesso affidati al terzo settore, che indicano cosa si potrebbe fare su larga scala, non cosa si sta facendo. La verità scomoda è questa: nessun Parlamento ha mai votato la fine dell'universalismo sanitario, eppure l'universalismo sta finendo per accumulo, una lista d'attesa alla volta, una rinuncia alla volta, un biglietto del treno alla volta. Non è una questione di destra o di sinistra: quindici anni di dati coprono maggioranze di ogni orientamento. La domanda vera è un'altra, ed è il momento di porla esplicitamente: l'Italia vuole ancora un servizio sanitario uguale per tutti, con le risorse che questo comporta, oppure ha già scelto, senza dirlo, un sistema in cui la salute si compra? I numeri dicono che la seconda strada è già imboccata. Decidere se proseguire o tornare indietro è l'unica parte che resta, davvero, una scelta.