Iattualità · Ambiente · di ·

Otto milioni inquinano, tre miliardi e mezzo pagano: il rapporto Oxfam e la domanda che nessuno fa

Otto milioni di persone emettono più CO2 di tre miliardi e mezzo. È il numero con cui Oxfam ha aperto oggi il suo rapporto Disaster Divide, pubblicato a due settimane dalla COP31 che si apre il 9 novembre ad Antalya, in Turchia. Lo 0,1 per cento più ricco del pianeta, secondo l'organizzazione, produce in un anno più emissioni della metà più povera dell'umanità messa insieme, e più del triplo dell'intera Africa subsahariana, che conta 1,3 miliardi di abitanti. Un singolo appartenente a quel gruppo avrebbe contribuito alle ondate di calore di oggi quasi quattrocento volte più di una persona della metà più povera del mondo. Sono cifre costruite per colpire, e colpiscono. Ma il rapporto dice cose più interessanti dei suoi titoli, e qualcuna la lascia fuori.

Otto milioni inquinano, tre miliardi e mezzo pagano: il rapporto Oxfam e la domanda che nessuno fa

Cosa misura davvero il numero dei quattrocento

Oxfam calcola le emissioni per fascia di reddito dal 2015 insieme allo Stockholm Environment Institute. La novità di quest'anno è l'incrocio con i modelli di attribuzione climatica, quelli che stimano quanto l'attività umana abbia reso più probabile un singolo evento estremo. È da lì che esce il quattrocento: non un confronto generico sulla CO2, ma una stima del contributo individuale alle ondate di calore. Chi lo riporta come "i ricchi inquinano quattrocento volte più di te" lo semplifica fino a sbagliarlo. Lo stesso vale per il resto della catena: l'1 per cento più ricco sarebbe responsabile del 20 per cento del riscaldamento globale dal 1990, cento volte più a testa di chi sta nella metà povera, e un solo anno delle sue emissioni causerebbe 1,9 milioni di morti in eccesso per il caldo. Il 78 per cento di quei decessi, secondo Oxfam, cadrebbe nei Paesi a basso e medio-basso reddito, che producono l'8 per cento delle emissioni mondiali. Da qui al 2050 il conto dei danni attribuibili all'1 per cento arriverebbe a quasi 53 mila miliardi di dollari. Sono stime, costruite su modelli, e vanno lette come tali. Ma il metodo è pubblico, la nota metodologica è scaricabile, e nessuno finora l'ha smontata.


I soldi contano più dei jet

Il passaggio che quasi tutti i titoli saltano è quello sugli investimenti. I jet privati, che Oxfam ha tracciato con i dati di volo, emettono in due secondi quanto una persona povera in un anno: è l'immagine più facile, ed è vera. Ma è una briciola rispetto al resto. Da anni Oxfam attribuisce ai miliardari le emissioni delle aziende di cui detengono quote rilevanti, e quest'anno ha analizzato i portafogli di mille di loro. Il risultato, per usare il confronto che l'organizzazione stessa propone, è che gli investimenti di un miliardario emettono in poco più di un minuto quanto una persona della metà povera del mondo in dodici mesi. Non è lo yacht, è il portafoglio: petrolio, cemento, energia, trasporti. Ed è qui che il dibattito cambia natura, perché la responsabilità di una fabbrica non si misura con lo stile di vita di chi la possiede. Si misura con le decisioni di investimento, che sono reversibili. Oxfam aveva già stimato, in un rapporto del 2022, che spostare quegli stessi capitali verso aziende con standard ambientali più alti ridurrebbe l'intensità delle emissioni fino a quattro volte.


Chi paga il conto

Il secondo filo del rapporto è quello che gli dà il titolo. Le conseguenze degli eventi estremi non si distribuiscono come le emissioni. Nei Paesi più diseguali, scrive Oxfam, i morti per alluvione sarebbero sette volte più numerosi che in quelli più equi. Entro il 2050, secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni, fino a un miliardo di persone potrebbe essere costretto a spostarsi per il clima, in grande maggioranza nel Sud del mondo. E chi può pagare si compra la sicurezza: assicurazioni private, seconde case in zone fresche, bunker, squadre antincendio a chiamata. Il direttore esecutivo di Oxfam International, Amitabh Behar, non usa giri di parole e parla di "un crimine di disuguaglianza estrema". L'episodio che il rapporto usa come immagine è quello di Los Angeles, gennaio 2025: mentre Pacific Palisades bruciava, un investitore immobiliare chiedeva pubblicamente su X chi potesse procurargli pompieri privati. Nei mesi successivi, secondo un'analisi dell'associazione Saje ripresa dall'emittente LAist, quasi metà dei lotti venduti nella vicina Altadena, uno dei quartieri a più alta proprietà afroamericana degli Stati Uniti, sarebbe finita a società, contro un decimo dell'anno precedente. Il disastro come occasione.


Distruggere e ricostruire, lo stesso portafoglio

È su questo che Oxfam introduce lo strumento nuovo di quest'anno, il Destroy & Rebuild Index: 217 società che guadagnano sia nei settori che alimentano la crisi climatica sia in quelli della prevenzione, del soccorso e della ricostruzione. Due gestori, BlackRock e Vanguard, sarebbero presenti nel capitale del 92 per cento di quelle aziende, con investimenti complessivi oltre i mille miliardi di dollari. Il mercato della ricostruzione post-disastro, secondo le stime citate nel rapporto, potrebbe valere 92 miliardi di dollari l'anno entro il 2029. Lo stesso capitale, in altre parole, incassa dall'incendio e dall'estintore. Da qui le richieste ai governi che si riuniranno in Turchia: tasse permanenti sui grandi patrimoni e sulle società fossili, imposte punitive sui consumi ad alte emissioni come i jet privati, finanza climatica a fondo perduto e non a debito, con i fondi per l'adattamento triplicati entro il 2035, e un freno al potere delle grandi aziende nelle emergenze.


Quello che Oxfam non dice, e quello che non diciamo noi

Due avvertenze sono dovute. La prima: Oxfam è un'organizzazione che fa advocacy, non un istituto terzo. Pubblica un rapporto di questo tipo prima di ogni COP, e ogni anno sceglie un confronto diverso, un milione di volte nel 2022, quattromila volte nel 2025, quattrocento oggi, misurando ogni volta una cosa diversa. I numeri reggono dentro il loro metodo; estrarli dal metodo e usarli come slogan è un errore, e lo fanno in molti, giornali compresi. La seconda avvertenza riguarda noi. Attribuire le emissioni di una raffineria a chi ne possiede le azioni è una scelta contabile legittima, ma non è l'unica possibile. Quella raffineria produce il carburante che mettiamo nelle nostre auto, l'energia che scalda le nostre case, il cemento delle nostre città. Il rapporto risponde con chiarezza alla domanda su chi decide dove vanno i capitali. Non risponde, perché non è il suo compito, alla domanda su chi compra quello che quei capitali producono. Ed è una domanda che un pubblico adulto può reggere senza bisogno di assolversi o di colpevolizzarsi: le emissioni di una fabbrica appartengono a chi la possiede, a chi la governa, o a chi ne consuma il prodotto? Finché la risposta sarà "agli altri", qualunque altri, il numero degli otto milioni continuerà a crescere, e il conto continuerà ad arrivare a chi non l'ha ordinato.



Fonti:

  • Oxfam International, Disaster Divide: How climate chaos deepens inequality and enriches the few, 27 ottobre 2026, con nota metodologica
  • Oxfam Aotearoa, comunicato stampa sul rapporto Disaster Divide, 27 ottobre 2026 (dati su emissioni, attribuzione, Destroy & Rebuild Index, richieste alla COP31)
  • Sky TG24, Crisi climatica, un super-ricco produce 400 volte la CO2 di una persona comune: lo studio, 27 ottobre 2026
  • The Irish Times, Richest 0.1% of world have greater carbon footprint than poorest 44%, 27 ottobre 2026
  • t3n, Oxfam-Bericht: Milliardäre treiben Emissionen und profitieren von Klimaschäden, 27 ottobre 2026 (analisi dei portafogli di mille miliardari)
  • Giulio Cavalli, 8 milioni di super-ricchi inquinano più di 3,5 miliardi di persone e incassano pure la ricostruzione, Substack, 27 ottobre 2026 (caso Los Angeles, dati Saje via LAist)
  • Oxfam Italia, comunicato stampa Cop27, 7 novembre 2022 (emissioni da investimenti e riduzione fino a quattro volte)
  • Organizzazione internazionale per le migrazioni, Outlook on Migration, Environment and Climate Change (stima su un miliardo di sfollati entro il 2050)

Altri articoli in Ambiente