Iattualità · Salute · di Andrè Renzuto Iodice ·
Parliamo sempre meno: cosa dice la scienza sul silenzio che avanza
Parliamo il 28 per cento in meno rispetto a vent'anni fa. Non è una sensazione, ma il risultato di una ricerca pubblicata a marzo 2026 sulla rivista scientifica Perspectives on Psychological Science da due psicologi, Valeria Pfeifer (University of Missouri-Kansas City) e Matthias Mehl (University of Arizona), che studiano la comunicazione quotidiana da oltre vent'anni. Il titolo dello studio è già una sintesi: Sliding Into Silence, scivolando nel silenzio. Analizzando quattordici anni di registrazioni ambientali, i due ricercatori hanno documentato un calo costante e trasversale delle parole che pronunciamo ogni giorno, al telefono come faccia a faccia. Un fenomeno che riguarda tutte le età, entrambi i sessi e diversi paesi, e che apre domande importanti su come stiamo cambiando come società.
Come sono stati raccolti i dati
Lo studio si basa su 22 ricerche condotte tra il 2005 e il 2019, in cui 2.197 persone, di età compresa tra i 10 e i 94 anni e residenti soprattutto negli Stati Uniti ma anche in Messico, Australia ed Europa, hanno indossato per lunghi periodi dei registratori ambientali. Il metodo si chiama EAR, Electronically Activated Recorder: il dispositivo si attiva a intervalli casuali e cattura brevi frammenti di audio della vita quotidiana, dai quali i ricercatori ricavano una stima delle parole effettivamente pronunciate. È una tecnica usata nelle scienze sociali da decenni e considerata affidabile: come ha raccontato al New Yorker lo psichiatra Charles Raison, che l'ha impiegata spesso, i partecipanti si dimenticano rapidamente di essere registrati e si comportano in modo del tutto naturale. La scoperta, peraltro, è stata quasi accidentale: Pfeifer e Mehl stavano replicando un celebre studio del 2007 sulle presunte differenze di loquacità tra uomini e donne, e nei nuovi dati è emerso qualcosa che non stavano cercando.
I numeri
Tra il 2005 e il 2019 il numero medio di parole pronunciate ogni giorno da ciascuna persona è passato da circa 16.000 a circa 12.700, un calo stimato del 28 per cento sull'intero periodo. In media, ogni anno, ciascuno di noi ha pronunciato 338 parole al giorno in meno rispetto all'anno precedente: sommate, fanno circa 120.000 parole all'anno, l'equivalente di 15 ore di conversazione a un ritmo normale di 140 parole al minuto. Il fenomeno non mostra differenze significative tra uomini e donne, ma è più marcato tra i giovani: le persone sotto i 25 anni hanno perso in media 451 parole al giorno di anno in anno, contro le 314 degli over 25. Il fatto che il calo riguardi anche gli adulti e gli anziani suggerisce che non si tratti solo di un fenomeno generazionale, ma di un cambiamento strutturale nel modo in cui viviamo e comunichiamo.
Le possibili spiegazioni
Lo studio documenta il calo, ma non ne indaga direttamente le cause, che restano quindi ipotesi. La più immediata riguarda gli smartphone: la tendenza coincide con la loro diffusione di massa e con lo spostamento della comunicazione verso i canali digitali. Una parte delle parole che prima venivano dette oggi viene scritta, in chat e messaggi, e molte azioni che un tempo richiedevano di parlare, come ordinare cibo o prenotare un ristorante, oggi si fanno in silenzio da uno schermo. Pfeifer, intervistata dal Post, ha però sottolineato un limite strutturale di questo passaggio: «i messaggi testuali rappresentano una forma di comunicazione molto limitata», perché offrono un solo canale, mentre una conversazione dal vivo ne usa molti insieme, come tono, espressioni facciali, gesti, postura e contesto. Ci sono poi spiegazioni solo in parte legate ai telefoni: casse automatiche, colonnine touchscreen e navigatori GPS hanno eliminato migliaia di piccole interazioni quotidiane, quelle due parole scambiate per chiedere un'indicazione o pagare alla cassa. E anche la diffusione del lavoro da remoto potrebbe aver contribuito, riducendo le occasioni di conversazione informale in ufficio.
Un fenomeno più ampio: i dati sulla solitudine
Il calo delle parole si inserisce in una tendenza più generale, documentata da altre fonti. Nel 2023 il chirurgo generale degli Stati Uniti, Vivek Murthy, ha pubblicato un rapporto ufficiale che definisce la solitudine una vera emergenza di salute pubblica. I dati citati nel rapporto sono impressionanti: tra il 2003 e il 2020 il tempo che gli americani passano di persona con gli amici è sceso da circa 60 a circa 20 minuti al giorno, mentre per i giovani tra i 15 e i 24 anni il crollo è stato di circa il 70 per cento, da circa 150 a circa 40 minuti al giorno. Nel 2021 quasi la metà degli adulti americani dichiarava di avere tre o meno amici stretti, contro circa il 27 per cento del 1990. Secondo la letteratura scientifica citata nel rapporto, l'isolamento sociale cronico comporta un rischio per la salute paragonabile a quello di fumare fino a 15 sigarette al giorno, e aumenta la probabilità di ictus, malattie cardiache, depressione, ansia e demenza. Sono dati americani, e vanno maneggiati con cautela quando li si applica ad altri contesti, ma indicano una direzione coerente con quella misurata da Pfeifer e Mehl.
Perché le conversazioni contano
Diversi studi suggeriscono che parlare, anche poco e con sconosciuti, abbia effetti concreti sul benessere. Una ricerca del 2010 condotta dallo stesso Mehl e pubblicata su Psychological Science aveva rilevato che le persone più felici tendevano a passare meno tempo da sole e a fare più conversazioni, in particolare quelle più sostanziose e profonde. Nel 2014 un esperimento degli psicologi Nicholas Epley e Juliana Schroeder sui pendolari di Chicago mostrò che chi veniva invitato a parlare con uno sconosciuto in treno riportava un'esperienza più positiva di chi restava in silenzio, al contrario di quanto i partecipanti stessi si aspettavano. Un altro studio dello stesso anno, di Gillian Sandstrom ed Elizabeth Dunn, rilevò che anche le interazioni minime con i cosiddetti legami deboli, come due battute con il barista, erano associate a un maggiore senso di appartenenza e a un umore migliore. Come ha detto Pfeifer alla rivista BBC Science Focus, «parlare meno significa passare meno tempo in connessione con gli altri». Le 300 parole al giorno che perdiamo ogni anno, spiegano i due autori, non sono una lunga conversazione scomparsa: sono una chiacchierata in corridoio con un vicino o un collega, una battuta raccontata in famiglia, una risposta più completa alla domanda su com'è andata la giornata. Piccoli momenti distribuiti, la cui somma potrebbe incidere sulla sensazione di isolamento di molte persone.
I limiti e le domande aperte
La ricerca ha limiti dichiarati dagli stessi autori. Il primo: i dati provengono solo da società occidentali e individualiste, e non è detto che in culture più collettiviste la tendenza sia la stessa. Il secondo: la raccolta si ferma al 2019, prima della pandemia, del boom dello smart working e della diffusione dei chatbot basati sull'intelligenza artificiale, tutti fattori che potrebbero aver accelerato il fenomeno. Interpellato sul punto, Mehl ha detto: «sarei sorpreso se si fosse invertita». Restano aperte anche altre questioni: non è chiaro se siano diminuite soprattutto le conversazioni con gli sconosciuti, con gli amici o in famiglia, e non è escluso che il totale delle parole prodotte, comprese quelle scritte, sia rimasto stabile o addirittura aumentato. La vera domanda, alla fine, non è quante parole diciamo, ma se la comunicazione scritta possa davvero sostituire quella parlata. Sulla base degli studi disponibili, la risposta più prudente è: solo in parte.
Fonti :
- Pfeifer V.A., Mehl M.R., Sliding Into Silence? We Are Speaking 300 Daily Words Fewer Every Year, Perspectives on Psychological Science (marzo 2026) Il Post (17/07/2026)
- University of Arizona News, intervista a Matthias Mehl (aprile 2026) TIME (28/04/2026)
- BBC Science Focus (aprile 2026)
- The New Yorker, intervista a Charles Raison (2026)
- U.S. Surgeon General, Advisory on the Healing Effects of Social Connection (2023)
- Mehl M.R. et al., Eavesdropping on Happiness, Psychological Science (2010)
- Epley N., Schroeder J., Mistakenly Seeking Solitude, Journal of Experimental Psychology: General (2014)
- Sandstrom G., Dunn E., Social Interactions and Well-Being: The Surprising Power of Weak Ties, Personality and Social Psychology Bulletin (2014)