Iattualità · Sport · di Andrè Renzuto Iodice ·
65 medaglie in due settimane: l'estate d'oro che interroga lo sport italiano
L'Italia domina gli Europei di atletica e chiude a un solo oro dalla vetta in quelli di nuoto, mentre tennis e volley confermano un ciclo che dura da anni. Il calcio, fuori dal terzo Mondiale consecutivo, continua però a concentrare la parte più ampia delle risorse e dell'attenzione. I numeri di un paradosso italiano.
Sessantacinque medaglie in quattordici giorni. È il bilancio con cui lo sport italiano chiude la parte centrale di agosto, tra gli Europei di atletica di Birmingham e quelli di nuoto e sport acquatici di Parigi. Un risultato che non ha bisogno di aggettivi e che proprio per questo merita di essere letto con freddezza, perché dietro il medagliere c'è una domanda che riguarda il modo in cui l'Italia distribuisce risorse, spazio televisivo e attenzione tra le sue discipline.
Birmingham e Parigi, quattordici giorni da record
A Birmingham l'Italia ha chiuso per la prima volta al comando del medagliere degli Europei di atletica: 10 ori, 6 argenti e 6 bronzi, 22 medaglie complessive. Tra queste c'è anche l'oro della staffetta 4x400, un successo mai arrivato prima nella storia azzurra su questa distanza e che vale come simbolo di un movimento cresciuto in profondità, nei settori giovanili e nella programmazione tecnica, non solo nei singoli campioni. A Parigi, agli Europei di nuoto e sport acquatici, le medaglie italiane sono state 43, più di qualsiasi altra nazione presente: 13 ori, 15 argenti e 15 bronzi. Il medagliere è andato alla Gran Bretagna per un solo oro in più, un dettaglio che nulla toglie alla sostanza del risultato. Cinque ori portano la firma di Chiara Pellacani nei tuffi, tre quella di Simona Quadarella in vasca: due percorsi diversi, lo stesso segnale di continuità ai vertici.
Non solo Europei: un ciclo, non un episodio
Fuori dalle due rassegne continentali il quadro non cambia. Jannik Sinner è numero uno del ranking ATP da 84 settimane, secondo l'aggiornamento del 17 agosto. La nazionale femminile di volley ha vinto l'oro olimpico a Parigi 2024 e il titolo mondiale nel 2025. Il tennis azzurro ha conquistato tre Coppe Davis consecutive, un filotto che nel circuito mancava dal 1972. Messi in fila, questi risultati raccontano qualcosa di più di una buona estate: raccontano un ciclo, costruito da federazioni, tecnici e atleti su orizzonti pluriennali, spesso lontano dalle telecamere.
Il paradosso del calcio
Poi c'è il calcio. Il 31 marzo 2026 l'Italia è stata eliminata ai rigori dalla Bosnia nello spareggio decisivo, mancando così il terzo Mondiale consecutivo: nessuna nazionale già campione del mondo aveva mai saltato tre edizioni di fila. Un primato negativo che convive con un dato economico di segno opposto: i soli diritti televisivi domestici della Serie A valgono circa 900 milioni di euro l'anno e coprono quasi il 60% dei ricavi dei club. Nessun altro sport italiano si avvicina a quelle cifre, nemmeno sommando interi movimenti: il bilancio annuale di una federazione olimpica di vertice si misura tipicamente in decine di milioni di euro, una frazione dei soli diritti tv domestici del massimo campionato di calcio. Il meccanismo che produce questo divario è noto e, in sé, perfettamente legittimo: la visibilità genera pubblico, il pubblico genera ascolti, gli ascolti determinano il valore dei diritti televisivi, i diritti alimentano i ricavi e i ricavi sostengono gli ingaggi. È una spirale che si autoalimenta e che non misura i risultati sportivi, ma la domanda del mercato. La normativa italiana prevede una lista di eventi di particolare rilevanza che devono essere trasmessi in chiaro, ma copre i grandi appuntamenti, non la quotidianità delle stagioni sportive: ed è nella quotidianità, nei minuti dei telegiornali e nelle fasce di massimo ascolto, che si costruisce la visibilità vera di una disciplina.
Il caso Gravina e la parola dilettanti
Dopo l'eliminazione di marzo, l'allora presidente federale Gabriele Gravina, interpellato sul confronto con gli altri sport, rispose secondo quanto riportato che il calcio è uno sport professionistico mentre le altre discipline sarebbero dilettantistiche. Le reazioni degli atleti azzurri furono durissime e pochi giorni dopo Gravina rassegnò le dimissioni, precisando che il riferimento riguardava la differenza normativa tra club professionistici e dilettantistici e non il valore sportivo delle altre discipline. La precisazione, al netto delle polemiche, tocca un punto reale dell'ordinamento sportivo italiano. Per decenni la legge 91 del 1981 ha riservato il professionismo alle sole federazioni che lo avevano formalmente riconosciuto, nei fatti una manciata, calcio in testa, lasciando la grande maggioranza degli atleti olimpici, medagliati compresi, nella condizione giuridica di dilettanti. Solo con la riforma del lavoro sportivo, in vigore dal 2023, è stata introdotta la figura del lavoratore sportivo anche nell'area dilettantistica, avvicinando tutele e inquadramenti a quelli degli sport professionistici. C'è poi un dato strutturale che spiega come i cosiddetti dilettanti arrivino a vincere 65 medaglie in due settimane: una quota molto ampia dei podi azzurri arriva storicamente da atleti tesserati per i gruppi sportivi militari e dei corpi dello Stato, dalle Fiamme Gialle alle Fiamme Oro, dai Carabinieri all'Esercito, all'Aeronautica, alla Polizia di Stato, che garantiscono stipendio, coperture e continuità di preparazione a discipline che il mercato, da solo, non sosterrebbe. È un modello di finanziamento pubblico silenzioso, raramente raccontato, senza il quale il medagliere di questa estate sarebbe con ogni probabilità molto diverso.
La domanda che resta
Nessuno chiede di ridimensionare il calcio per decreto, né avrebbe senso mettere le discipline una contro l'altra: gli atleti non scelgono il modello economico in cui gareggiano, e chi gioca a calcio non ha colpe per un sistema costruito attorno alla sua disciplina. La domanda, semmai, riguarda chi lo spazio lo assegna. Quanti minuti dedicano i telegiornali generalisti agli sport che portano risultati internazionali? Quanti eventi di rilievo restano confinati su canali secondari o dietro un abbonamento? La visibilità, peraltro, non è solo una questione di racconto: determina la capacità degli atleti olimpici di attrarre sponsor e quindi di sostenersi, in un circuito dove ogni minuto di esposizione ha un valore economico misurabile. E c'è il nodo del servizio pubblico, finanziato dal canone: il suo mandato è seguire l'audience o anche rappresentare ciò che il Paese vince? I numeri di queste due settimane non chiudono il dibattito, ma lo rendono difficile da eludere: 65 medaglie sono un dato, la distribuzione dell'attenzione è una scelta. E le scelte, a differenza dei medaglieri, si possono sempre rivedere.
Fonti:
- European Athletics / FIDAL, medagliere degli Europei di atletica di Birmingham 2026;
- ANSA, medagliere finale degli Europei di nuoto e sport acquatici di Parigi, 16 agosto 2026;
- ATP Rankings, 17 agosto 2026;
- dichiarazioni FIGC in conferenza stampa, 31 marzo 2026; dati sui diritti televisivi della Serie A, stagione 2024-25;
- legge 23 marzo 1981, n. 91; decreto legislativo 28 febbraio 2021, n. 36 (riforma del lavoro sportivo).