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La tassa invisibile del caldo: quanto costa davvero un'estate a quaranta gradi

Mentre l'attenzione pubblica si concentra sui bollini rossi e sulle previsioni del weekend, c'è una domanda che quasi nessuno si pone: quanto costa tutto questo? Non in termini di disagio, ma di euro. Perché il caldo estremo non è soltanto una questione meteorologica o sanitaria. È una tassa invisibile che colpisce la produttività, i raccolti, le bollette e, alla fine, i prezzi che ogni famiglia paga al supermercato. E l'Italia, per posizione geografica e struttura economica, risulterebbe tra i Paesi europei che la pagano più cara.

La tassa invisibile del caldo: quanto costa davvero un'estate a quaranta gradi

Il conto dell'estate scorsa

Secondo le stime di Allianz Trade, l'ondata di calore del 2025 sarebbe costata all'Italia circa l'1,2 per cento del PIL. Per dare una misura del divario, la stessa analisi attribuisce alla Francia un impatto dello 0,3 per cento e alla Germania dello 0,1 per cento. In altre parole, il caldo peserebbe sull'economia italiana quattro volte più che su quella francese e oltre dieci volte più che su quella tedesca. Non è un caso: l'Italia combina esposizione climatica mediterranea, un tessuto produttivo ricco di settori che lavorano all'aperto e una popolazione tra le più anziane d'Europa. Le analisi di Allianz Research segnalano inoltre che negli ultimi quarant'anni gli eventi di stress termico in Europa sarebbero aumentati di sette volte rispetto agli anni Ottanta.


Perché il caldo taglia la produttività 

Il meccanismo è prima di tutto fisiologico. Secondo studi di ergonomia ambientale, a trentadue gradi la capacità di svolgere lavoro fisico si ridurrebbe di circa il quaranta per cento, oltre i trentatré gradi il calo supererebbe il cinquanta per cento e a quaranta gradi arriverebbe intorno al settantasei per cento. Edilizia, agricoltura, logistica ed energia sono i comparti più esposti. Nell'estate 2025, secondo le ricostruzioni disponibili, circa tre milioni di lavoratori italiani di edilizia e logistica sarebbero stati costretti a sospendere l'attività nelle fasi più acute del caldo. La risposta istituzionale esiste: diverse Regioni hanno emanato ordinanze che vietano il lavoro all'aperto nelle ore centrali della giornata, e per il periodo dal primo luglio al trentuno dicembre 2026 sono state introdotte condizioni agevolate di accesso agli ammortizzatori sociali per l'edilizia in caso di sospensioni legate a situazioni climatiche eccezionali. Resta inoltre possibile richiedere la cassa integrazione quando le temperature superano i trentacinque gradi, anche solo percepiti. Ma ogni ora di lavoro fermata, per quanto necessaria a tutelare la salute, è comunque produzione che si perde. I campi e le stalle: il conto più salato L'agricoltura è il settore dove la tassa del caldo si vede prima e si misura meglio. Secondo Cia-Agricoltori Italiani, l'ondata di calore del 2026 rischierebbe di presentare al comparto un conto superiore a un miliardo e mezzo di euro, tra danni nei campi, cali produttivi e ore di lavoro compromesse. Il monitoraggio di Coldiretti descrive una situazione critica soprattutto al Centro-Nord: il mais rischierebbe l'azzeramento del raccolto in alcune aree, per la soia si stimano perdite fino al quaranta per cento, per il foraggio fino al trenta per cento e per molte orticole intorno al venti per cento. Negli allevamenti, lo stress termico ridurrebbe la produzione di latte fino al venti per cento. E questi numeri arrivano dopo un 2025 che, sempre secondo Coldiretti, avrebbe lasciato al settore agricolo danni superiori ai sei miliardi di euro. La catena è diretta: meno raccolto significa meno offerta, e meno offerta significa prezzi più alti sugli scaffali. La tassa del caldo, partita dai campi, arriva così al carrello della spesa. 


La rete elettrica sotto stress 

C'è poi il fronte energetico, dove il caldo produce un paradosso: proprio quando la produttività cala, i consumi esplodono. Secondo le stime di Allianz, oltre la soglia dei trenta gradi ogni grado aggiuntivo farebbe crescere la domanda di energia elettrica di circa l'1,2 per cento, trainata dai condizionatori. Il ventitré giugno di quest'anno, secondo i dati Terna, la domanda di potenza elettrica in Italia ha toccato i 55,3 gigawatt, il valore più alto registrato dall'inizio dell'anno. E la serie storica suggerisce che il picco stagionale arriva di norma a luglio: nel 2022 e nel 2023 si superarono i 58 gigawatt. Il risultato è una doppia pressione: bollette più pesanti per famiglie e imprese, e una rete che nei momenti di picco lavora al limite, con l'efficienza degli impianti di produzione che paradossalmente diminuisce proprio a causa delle alte temperature.


Lo scenario di lungo periodo  

Se il conto di una singola estate è già rilevante, le proiezioni di lungo periodo sono la parte più delicata del quadro. Un'analisi del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici realizzata con Deloitte Climate & Sustainability e European University Institute stima che, in assenza di politiche adeguate di mitigazione e adattamento, il riscaldamento globale potrebbe costare all'Italia fino al sei per cento del PIL entro il 2050. Va detto con chiarezza: si tratta di uno scenario costruito su ipotesi, non di una previsione destinata a realizzarsi. Ma i dati storici che lo accompagnano sono già consolidati: tra il 1980 e il 2024 gli eventi climatici estremi avrebbero causato nell'Unione europea perdite economiche stimate in 822 miliardi di euro, di cui oltre 208 miliardi concentrati nel solo quadriennio 2021-2024. Le perdite di produttività legate alle ondate di calore varrebbero già oggi tra lo 0,3 e lo 0,5 per cento del PIL europeo, con punte oltre l'uno per cento nelle aree più vulnerabili. Lo studio introduce anche un concetto destinato a entrare nel dibattito: uno spread climatico, ovvero un aumento dei costi di rifinanziamento del debito pubblico legato all'esposizione del Paese ai rischi del clima. Per un'economia con il debito dell'Italia, non è un dettaglio. 


Adattarsi costa meno che subire 

La conclusione che emerge dai numeri è meno divisiva di quanto il dibattito pubblico lasci intendere. Non serve schierarsi sulle cause del riscaldamento globale per riconoscere che il caldo estremo ha già oggi un costo economico misurabile, e che questo costo cresce a ogni estate. La vera domanda è di natura contabile: conviene di più investire in prevenzione e adattamento, dagli invasi per l'agricoltura al rafforzamento della rete elettrica fino ai piani urbani contro il calore, oppure continuare a pagare il conto a consuntivo, tra cassa integrazione, raccolti persi e prezzi in aumento? Gli studi disponibili suggeriscono che ogni euro speso in prevenzione ridurrebbe la pressione su sanità, produttività e finanza pubblica. Nel frattempo, la tassa invisibile del caldo continua a essere riscossa. E a pagarla, come sempre, non è il termometro: siamo noi.


Fonti:

  •  Allianz Trade / Allianz Research, analisi sull'impatto economico delle ondate di calore in Europa (2025-2026) CMCC
  •  Deloitte Climate & Sustainability, European University Institute, studio sugli impatti macroeconomici del cambiamento climatico per l'Italia (luglio 2026) 
  • Cia-Agricoltori Italiani, stima dei danni dell'ondata di calore 2026 sull'agricoltura 
  • Coldiretti, monitoraggio caldo e siccità 2026 e bilancio danni agricoli 2025
  •  Terna, dati sulla domanda di potenza elettrica (giugno 2026) 
  • Ministero della Salute, bollettino ondate di calore (luglio 2026)
  •  Studi di ergonomia ambientale e Costa et al. 2024 sulla produttività del lavoro in condizioni di caldo estremo

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