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Obesità infantile, cosa dicono davvero i dati regione per regione

Il 26 luglio 2026 la BBC ha pubblicato un reportage sull'alimentazione italiana intitolato "Pizza, pasta, potatoes, protein: how Italian children became so overweight". Il servizio parte da Ponticelli, periferia orientale di Napoli, e mette sotto accusa quelle che definisce le cinque P: pizza, pasta, patate, proteine e pane. La reazione italiana è stata prevedibile e in parte comprensibile, soprattutto per la provenienza della critica. Ma sotto la polemica ci sono numeri verificabili, ed è su quelli che conviene ragionare.

Obesità infantile, cosa dicono davvero i dati regione per regione

La fonte dei dati

Il riferimento non è un sondaggio né una stima. È OKkio alla SALUTE, il sistema di sorveglianza nazionale coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità insieme al Ministero della Salute e alle Regioni, che fa parte dell'iniziativa COSI dell'Ufficio europeo dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. La settima raccolta dati, condotta nella primavera del 2023, ha coinvolto tutte le Regioni italiane e le Province autonome di Trento e Bolzano, con 2.802 classi terze della scuola primaria, oltre 51 mila bambini e circa 50 mila genitori. Un elemento tecnico è decisivo per valutare l'attendibilità: peso e altezza sono stati misurati direttamente con strumenti standardizzati, non autoriferiti dalle famiglie. Questo rende i dati più solidi rispetto alle indagini basate su questionari, dove il peso dichiarato tende a essere sottostimato.


Il quadro nazionale

Tra i bambini di 8 e 9 anni, il 19% risulta in sovrappeso e il 9,8% con obesità, quota che comprende un 2,6% di obesità grave secondo i valori soglia dell'International Obesity Task Force. Il totale in eccesso ponderale arriva quindi al 28,8%: quasi tre bambini su dieci. È un numero alto, ma va letto nella sua evoluzione. Il sovrappeso è passato dal 23,2% della rilevazione 2008-2009 al 19% del 2023: il trend, negli ultimi quindici anni, è in lenta discesa. L'Italia resta comunque tra i Paesi europei con la maggiore diffusione dell'eccesso di peso in età pediatrica secondo le rilevazioni OMS richiamate dalla stessa BBC.


La mappa regionale

Qui il dato diventa interessante, perché la media nazionale nasconde differenze enormi. La distribuzione mostra un gradiente Nord-Sud netto, con le percentuali più alte concentrate nel Mezzogiorno e in parte del Centro.

Campania: 43,2% in eccesso ponderale, di cui 24,6% in sovrappeso, 12,6% con obesità e 6% con obesità grave. È il valore più alto d'Italia.

Molise: 37,8%.

Calabria: 37,8%.

A seguire, secondo l'ordine delle prevalenze regionali, si collocano Basilicata e Puglia.

Media nazionale: 28,8%.

Valle d'Aosta: 19,5%.

Provincia autonoma di Trento: 16,5%.

Provincia autonoma di Bolzano: 15,3%, il valore più basso del Paese.

Tra la Campania e la Provincia di Bolzano corrono quasi 28 punti percentuali. È come se si trattasse di due Paesi diversi. Vale però la pena notare un dettaglio che raramente viene riportato: anche a Bolzano, dove le prevalenze sono le più contenute d'Italia, circa un bambino su sei presenta comunque un eccesso di peso. Il problema non è meridionale, è nazionale con intensità diverse. Le regioni del Nord, Lombardia compresa, si collocano sotto la media nazionale sia per il sovrappeso sia per l'obesità. I report completi regione per regione sono pubblicati sul portale EpiCentro dell'ISS.


Il paradosso campano

La Campania è la regione che nell'immaginario collettivo, italiano e internazionale, rappresenta il mangiare bene. Ed è anche quella dove Ancel e Margaret Keys, negli anni Cinquanta, studiarono nel Cilento le abitudini alimentari che sarebbero poi state codificate come dieta mediterranea, oggi riconosciuta dall'UNESCO come patrimonio culturale immateriale. Settant'anni dopo, la stessa regione registra i tassi più alti di eccesso di peso infantile del Paese. Applicando la prevalenza rilevata all'intera popolazione regionale tra i 6 e gli 11 anni, l'ISS stima che i bambini campani in sovrappeso o con obesità sarebbero circa 137 mila. Un dato in leggero miglioramento: nel 2019 la quota regionale era del 44,2%, nel 2023 del 43,2%. Un punto percentuale in quattro anni.


Cosa dice il reportage e cosa rispondono i nutrizionisti

Tra gli esperti intervistati dalla BBC c'è Valter Longo, direttore del Longevity Institute della University of Southern California, secondo cui "la dieta mediterranea tradizionale è andata perduta" e la seguirebbe realmente solo il 10% degli italiani. Le cinque P sarebbero il modello alimentare che l'ha sostituita. La replica arriva da Giorgio Calabrese, professore di alimentazione e nutrizione umana all'Università del Piemonte Orientale, che a LaPresse ricorda un dato tecnico spesso ignorato nel dibattito: "Nella dieta mediterranea è previsto il 60% di carboidrati". La dieta mediterranea, in altre parole, non è mai stata una dieta a basso contenuto di carboidrati. Il modello studiato da Keys prevedeva che i cereali fornissero tra il 50 e il 59% delle calorie totali. Il punto critico non è dunque la presenza della pasta o della pizza, ma la loro frequenza, le porzioni, gli abbinamenti con alimenti molto grassi e la progressiva scomparsa di verdure, legumi, cereali integrali, pesce e olio extravergine dal piatto quotidiano.


Le abitudini, secondo l'ISS

La sorveglianza fotografa anche i comportamenti, e sono questi a spiegare i numeri meglio di qualsiasi polemica. Nel giorno della rilevazione il 10,9% dei bambini aveva saltato la colazione e il 66,9% aveva consumato una merenda a elevata densità calorica a metà mattina. Secondo la scheda ISS, quasi due bambini su cinque non fanno una colazione adeguata, uno su quattro beve quotidianamente bevande zuccherate o gassate e consuma frutta e verdura meno di una volta al giorno. C'è poi un dato che riguarda la percezione più che l'alimentazione: quasi la metà dei genitori sottostima il peso del proprio figlio. Se un problema non viene riconosciuto, difficilmente viene affrontato.


La variabile che pesa di più

Le ricerche disponibili indicano con costanza che l'eccesso di peso infantile è più diffuso nelle famiglie in condizione socioeconomica svantaggiata, e che le condizioni familiari incidono in misura rilevante sul rischio. Questo spiega buona parte del gradiente geografico: la mappa dell'obesità infantile assomiglia molto alla mappa della povertà e della fragilità economica. Un'alimentazione varia richiede tempo per cucinare, accesso a prodotti freschi e una spesa che a parità di calorie costa di più. Gli alimenti ad alta densità energetica sono spesso quelli più economici e più disponibili. È il motivo per cui le politiche europee in materia si stanno spostando dalla responsabilità individuale al contesto: contrasto al marketing alimentare rivolto ai minori, accessibilità del cibo sano, spazi per l'attività fisica. Non perché le scelte personali non contino, ma perché le campagne informative, da sole, non hanno mostrato risultati sufficienti.


Cosa si sta facendo

Nel 2025 l'Italia è diventata il primo Paese al mondo ad approvare una legge nazionale che riconosce l'obesità come malattia cronica, progressiva e recidivante: un cambio di impostazione che sposta il tema dalla colpa individuale alla presa in carico sanitaria. La Campania è diventata terreno di sperimentazione, con un programma di educazione alimentare nelle scuole che secondo il reportage coinvolgerà oltre 17 mila studenti in 25 istituti. È in corso anche una sperimentazione più discussa, coordinata da Longo, che prevede la sottoposizione di 300 adolescenti in eccesso di peso a un regime fortemente ipocalorico per alcuni giorni ogni tre mesi, con l'obiettivo di indurre quello che i ricercatori definiscono un reset metabolico. Non riportiamo i valori calorici del protocollo per una ragione precisa: si tratta di un percorso clinico condotto sotto controllo medico su pazienti selezionati, e non di uno schema replicabile autonomamente. Diversi specialisti dell'obesità, riferisce la stessa BBC, non condividono l'approccio del digiuno in età adolescenziale. Sul piano della prevenzione scolastica sono attivi anche progetti come Lively, coordinato dall'Istituto Mario Negri, centrati su educazione alimentare e attività motoria.


Il confronto che manca nel reportage

Un elemento di contesto merita di essere segnalato, perché nel dibattito italiano è stato usato come argomento polemico ma è anche un dato di fatto. Secondo ricerche dell'Università di Oxford e dello University College London citate nella copertura del reportage, nel Regno Unito circa il 22% dei bambini convive con l'obesità all'inizio della scuola primaria e oltre il 35% alla fine del ciclo. Sono valori superiori a quelli italiani. Questo non ridimensiona il problema italiano, che resta serio e documentato: indica però che l'eccesso di peso in età pediatrica è un fenomeno europeo, legato a modelli di consumo e a diseguaglianze economiche che attraversano i confini nazionali. Trasformarlo in una questione di identità culinaria nazionale, in un senso o nell'altro, è il modo più rapido per non affrontarlo.

Il dato da cui ripartire sono i 28 punti percentuali che separano la Campania dalla Provincia di Bolzano. Non riguardano la pasta: riguardano il reddito, il tempo, l'accesso al cibo fresco e agli spazi per muoversi. È lì che si misura l'efficacia di qualsiasi politica.



Fonti:

  • Istituto Superiore di Sanità, sistema di sorveglianza OKkio alla SALUTE, indagine 2023 e report regionali (portale EpiCentro);
  • BBC News;
  • Organizzazione Mondiale della Sanità, Childhood Obesity Surveillance Initiative;
  • LaPresse;
  • Today;
  • Sky TG24.

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