Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Si chiama femminicidio. Lo dice il codice penale, non un'ideologia
Lorena Isceri aveva quarantacinque anni e nei suoi ultimi minuti ha fatto tutto quello che si può fare: ha chiamato il 112, ha provato a comunicare dove si trovava, ha avvertito un amico. Non è bastato. È morta oggi sotto un viadotto dell'A1, a Barberino del Mugello, e con lei è morto l'uomo che, secondo gli investigatori, ce l'aveva portata. Nel giorno in cui l'Italia conta l'ennesima donna uccisa da un ex, il dibattito pubblico si è spostato altrove: non più su come fermare questi delitti, ma su come chiamarli. Vale la pena fermarsi un momento su questo, perché il nome, stavolta, non lo abbiamo scelto noi.
Cosa sappiamo, e cosa resta da accertare
La ricostruzione è quella della Questura di Firenze e va letta con il condizionale che la cronaca giudiziaria impone. Nel primo pomeriggio del 3 settembre Federico Vella, 36 anni, avrebbe aggredito e picchiato l'ex compagna nella zona di Rifredi, l'avrebbe legata e chiusa nel bagagliaio dell'auto e avrebbe imboccato l'autostrada in direzione Bologna. All'altezza del viadotto Alteta, sulla Panoramica, si sarebbe fermato, l'avrebbe spinta nel vuoto e poi si sarebbe gettato a sua volta. Una pattuglia della Polizia stradale, intervenuta su segnalazione, ha trovato prima il corpo di lui e poco distante quello di lei. L'auto era ferma a margine della carreggiata. Il tratto tra il bivio con la Direttissima e Roncobilaccio è stato chiuso intorno alle 15.30. Sul posto il pubblico ministero di turno: la dinamica è ancora oggetto di accertamenti, l'ipotesi di lavoro è quella dell'omicidio-suicidio e, con il passare delle ore, le stesse fonti investigative hanno cominciato a usare l'espressione femminicidio-suicidio. Un dettaglio lessicale che non è affatto secondario.
I segnali erano in piena vista
La relazione tra i due si era chiusa di recente. Sui profili social dell'uomo, riferiscono i quotidiani fiorentini, erano rimaste le tracce della storia: cene, vacanze, momenti di coppia. A metà agosto aveva pubblicato un montaggio di quelle immagini con una didascalia in cui si rivolgeva alla donna che diceva di aver amato e perso per propria stupidità, dichiarando che sarebbe rimasto suo anche senza poterlo più essere. Oggi pomeriggio, poco prima dei fatti, una storia con due parole: "Addio a tutti". Non spetta a noi stabilire se quei post fossero leggibili come un preavviso. Spetta a noi notare che il copione è lo stesso di decine di casi precedenti: la fine di una relazione che uno dei due non accetta, il possesso travestito da amore, la donna che diventa la cosa da non perdere. Chi lavora nei centri antiviolenza lo chiama con un nome preciso da almeno vent'anni.
La parola che dà fastidio
Quel nome, negli ultimi mesi, è tornato a dare fastidio. Non a chi nega i fatti, ma a chi contesta l'etichetta: femminicidio sarebbe un termine ideologico, di parte, un'esagerazione militante che trasforma ogni omicidio con vittima donna in un caso politico. La tesi ha trovato nuovo ossigeno da quando lo Stato ha cominciato a contare i femminicidi con criteri giuridici stretti e le cifre "accertate" sono risultate molto più basse di quelle dei movimenti: tre nel primo trimestre del 2026, otto nel primo semestre. Da qui il ragionamento: l'emergenza è una narrazione, i numeri veri sono altri, smettiamola con la parola. È un ragionamento che merita una risposta seria, non uno slogan di ritorno. E la risposta più seria è la legge.
Cosa dice davvero l'articolo 577-bis
Dal 17 dicembre 2025 il femminicidio è un reato autonomo del codice penale. Lo ha introdotto la legge 181 del 2 dicembre 2025, approvata all'unanimità dal Senato a luglio e in via definitiva dalla Camera il 25 novembre, con il voto di maggioranza e opposizione. Il nuovo articolo 577-bis punisce con l'ergastolo chi uccide una donna "come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione o come atto di controllo o possesso o dominio in quanto donna", e aggiunge esplicitamente l'omicidio commesso in relazione al rifiuto della donna di instaurare o mantenere un rapporto affettivo. Rileggiamo la definizione accanto ai fatti di oggi. Una relazione finita. Un uomo che, secondo la ricostruzione, la sequestra, la lega, la chiude in un bagagliaio e la uccide. Se le parole della norma hanno un senso, questo caso ci rientra per intero. E la norma non l'hanno scritta i collettivi femministi: l'ha proposta il governo in carica e l'ha votata l'intero Parlamento. Chi oggi sostiene che la parola sia ideologica dovrebbe spiegare a quale ideologia appartenga il codice penale della Repubblica.
I numeri, e chi li conta
Sui numeri, invece, la confusione è reale e va spiegata, non sfruttata. Il dossier del Viminale del 15 agosto 2026 conta, nel primo semestre dell'anno, 34 donne vittime di omicidio volontario, di cui 8 classificate sotto il nuovo articolo 577-bis e 26 sotto l'omicidio ordinario; nel primo semestre 2025 erano state 54. L'Osservatorio di Non Una Di Meno, che usa criteri più ampi e include i casi ancora in accertamento, a metà agosto ne contava circa quaranta dall'inizio dell'anno. Per l'intero 2025, secondo i dati del ministero ripresi dalla stampa, le donne uccise in contesto di violenza di genere sarebbero state 111, 94 delle quali in ambito familiare o affettivo. Due contabilità diverse non significano che una delle due menta: significano che una conta i reati contestati e l'altra conta le morti. Ed è proprio qui il punto che i minimizzatori ignorano. Il caso di Lorena Isceri non arriverà mai in un'aula: l'unico imputato possibile è morto. Nessun giudice dirà come si chiama questo delitto. Se ci si aggrappa al solo numero degli accertati, i casi come questo scompaiono dalla conta esattamente nel momento in cui dovrebbero pesare di più.
Perché il nome conta
Chiamare le cose con il loro nome non è un vezzo. Serve a riconoscere il copione prima che si compia, a dare alle forze dell'ordine e ai giudici una categoria per intervenire, a dire alle donne che quel controllo, quel non accettare, quel "sarai sempre mia" non è amore ma un segnale. Il numero antiviolenza 1522 esiste per questo, è gratuito ed è attivo 24 ore su 24. Oggi, nello stesso pomeriggio, la Repubblica riferisce che a Finale Ligure un uomo avrebbe ucciso la moglie e il figlio di quindici anni prima di togliersi la vita. Due famiglie distrutte in poche ore, mentre si discute se la parola sia di troppo. La parola c'è, è nel codice penale, ed è l'unica cosa che ci rimane per non dover ricominciare ogni volta da capo.
Fonti:
- La Nazione, "Uccide l'ex compagna e si lancia dal viadotto della A1", 3 settembre 2026
- La Nazione, "Il femminicidio di Lorena Isceri, la separazione da Federico Vella e l'ultimo tragico appuntamento", 3 settembre 2026
- Sky TG24, "Omicidio suicidio sull'A1: uccide l'ex compagna e poi si getta dal cavalcavia", 3 settembre 2026
- Open, "Firenze, uccide l'ex partner e poi salta giù dal cavalcavia della A1", 3 settembre 2026
- Il Giornale, "Uomo e donna giù da un cavalcavia dell'A1, ipotesi femminicidio-suicidio", 3 settembre 2026
- Firenze Post, "Autostrada A1: rapisce l'ex compagna a Rifredi e si getta con lei dal viadotto Alteta", 3 settembre 2026
- Legge 2 dicembre 2025, n. 181, Gazzetta Ufficiale n. 280 del 2 dicembre 2025
- Pagella Politica, "Reato di femminicidio, l'Italia è un'eccezione in Europa"
- Ministero dell'Interno, Dossier Viminale 15 agosto 2026, sezione violenza di genere (sintesi Fondazione Doppia Difesa)
- Osservatorio Non Una Di Meno, aggiornamento agosto 2026
- la Repubblica, "Finale Ligure, uccide la moglie e il figlio di 15 anni poi si toglie la vita", 3 settembre 2026