Iattualità · Attualità · di ·

Prevenire costa meno che ricostruire. Allora perché l'Italia continua a pagare dopo?

C'è una regola che in Italia conoscono tutti: ingegneri, geologi, sindaci, ministri. Prevenire un disastro idrogeologico costa una frazione di quanto costa ripararne i danni. Le stime internazionali collocano il rapporto tra uno a quattro e uno a sette: per ogni euro investito in prevenzione, se ne risparmierebbero tra quattro e sette in ricostruzione. Alcune analisi si spingono oltre — l'Agenzia Europea dell'Ambiente parla di un risparmio fino a sei euro per ogni euro investito, e uno studio recente citato nel dibattito assicurativo italiano arriva a stimare un ritorno di circa undici euro.

Prevenire costa meno che ricostruire. Allora perché l'Italia continua a pagare dopo?

Decennio dopo decennio, i soldi arrivano quasi sempre dopo. Dopo la frana, dopo l'esondazione, dopo le case evacuate. Questo articolo prova a mettere in fila i numeri di un paradosso che non è tecnico, ma politico.


Un Paese costruito sul rischio

Partiamo dal quadro, che è quello fotografato dall'ISPRA nel Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia. Sono 7.423 i comuni italiani — il 93,9% del totale — che presentano aree a rischio per frane, alluvioni o erosione costiera. Non si tratta di zone marginali: il 18,4% del territorio nazionale, oltre 55.600 chilometri quadrati, è classificato a pericolosità da frana elevata o molto elevata, oppure a pericolosità idraulica media. Dietro le percentuali ci sono le persone. Secondo lo stesso rapporto, circa 1,3 milioni di abitanti vivono in aree a rischio frane e 6,8 milioni in aree a rischio alluvioni. A questi si aggiungono oltre 550mila edifici in zone a pericolosità da frana elevata e molto elevata, e centinaia di migliaia di unità locali di impresa esposte, con tutto ciò che questo comporta per il tessuto produttivo dei territori. Un dato aiuta a capire quanto il fenomeno sia strutturale e non emergenziale: l'Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia censisce oltre 635.000 frane, circa due terzi di tutte quelle censite in Europa. L'Italia non è un Paese che ogni tanto ha un problema di dissesto. È un Paese il cui territorio, per il 75% montano e collinare, convive con il dissesto come condizione permanente.


Il conto della riparazione

Quanto è costato, finora, curare invece di prevenire? Le stime convergono su ordini di grandezza enormi. Secondo le elaborazioni di Legambiente su dati del Ministero dell'Ambiente, dal 1944 al 2018 l'Italia avrebbe speso circa 75,9 miliardi di euro per far fronte ai danni provocati dagli eventi estremi. Il Rapporto Ance-Cresme, che include anche i terremoti, alza l'asticella complessiva: dal 1944 al 2023 i danni prodotti da eventi sismici e dissesto idrogeologico ammonterebbero a circa 358 miliardi di euro a valori attuali. Ma il dato più significativo è la tendenza. Tra il 1944 e il 2009 la spesa media per riparare i danni del solo dissesto idrogeologico si aggirava intorno a 1 miliardo di euro l'anno. Dal 2010 in poi è triplicata: 3,3 miliardi l'anno. Il cambiamento climatico rende gli eventi estremi più frequenti e più intensi, il consumo di suolo li rende più costosi, e il conto cresce a una velocità che nessun bilancio pubblico può sostenere indefinitamente. E la prevenzione? Le rilevazioni sulla piattaforma ReNDiS dell'ISPRA, che monitora gli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico, hanno documentato per anni una spesa media effettivamente realizzata nell'ordine di poche centinaia di milioni l'anno — una frazione, appunto, di quanto si spende per riparare. La Corte dei Conti, in una relazione del 2023, ha quantificato in 26,5 miliardi di euro gli interventi necessari per il solo rischio idrogeologico. La distanza tra ciò che servirebbe e ciò che si realizza rimane il vero numero di questa storia.


 I fondi ci sono. I cantieri no.

Ed è qui che il paradosso si fa più stridente. Il problema italiano non è sempre — o non è solo — la mancanza di risorse. I fondi per la prevenzione spesso esistono: stanziati, annunciati, fotografati in conferenza stampa. Poi si fermano. Tra progettazione, autorizzazioni, pareri, conferenze di servizi e gare, la filiera che separa uno stanziamento da un cantiere concluso può richiedere anni. Nel frattempo il territorio resta esposto. Quando arriva l'acqua, invece, la macchina si muove in poche ore. Stati di emergenza, ordinanze, commissari, deroghe. I miliardi che per la manutenzione ordinaria non si trovavano compaiono nei decreti d'urgenza. È un meccanismo che chiunque abbia seguito un'alluvione italiana degli ultimi vent'anni riconosce a memoria. Perché accade? Una spiegazione ricorrente tra gli osservatori è brutalmente semplice: l'emergenza produce visibilità, la manutenzione no. Un argine sistemato non fa notizia, non genera inaugurazioni, non porta consenso misurabile. La ricostruzione, al contrario, è politicamente tangibile: c'è un prima, un dopo, un nastro da tagliare. Se questa lettura è corretta — e i dati sulla spesa sembrano confermarla — il dissesto idrogeologico italiano non è solo un problema di geologia. È un problema di incentivi.


Quanto ci costa la prevenzione che non porta voti

Proviamo a tradurre il paradosso in cifre, con la cautela che le stime richiedono. Se la spesa per riparare i danni del dissesto viaggia oggi intorno ai 3,3 miliardi l'anno, e se il rapporto tra costo della prevenzione e costo della riparazione si colloca davvero tra uno a quattro e uno a sette, una parte consistente di quella spesa annuale sarebbe evitabile con investimenti preventivi molto più contenuti, purché continuativi e portati a termine. Non tutto, ovviamente: nessuna prevenzione azzera il rischio in un Paese con le caratteristiche geologiche dell'Italia. Ma la forbice tra ciò che si spende dopo e ciò che si potrebbe spendere prima rappresenta, di fatto, il prezzo annuale di una scelta politica ripetuta. C'è poi un costo che nessun rapporto riesce a monetizzare. Secondo i dati ISPRA-CNR, in cinquant'anni le frane hanno causato in Italia oltre mille vittime, più di 1.400 feriti e circa 145mila persone evacuate. Ogni discussione sui rapporti costi-benefici della prevenzione dovrebbe partire da qui.


Cosa servirebbe

Le soluzioni tecniche sono note e non particolarmente controverse: manutenzione continua dei corsi d'acqua, opere di laminazione e bacini di ritenzione — come quelli realizzati lungo il Reno in Germania — pianificazione urbanistica che smetta di autorizzare costruzioni in aree a rischio, riduzione del consumo di suolo, e una filiera amministrativa capace di trasformare gli stanziamenti in cantieri in tempi ragionevoli. Ciò che manca, semmai, è la continuità. La prevenzione funziona solo se è noiosa: programmata, finanziata ogni anno, monitorata, invisibile. Esattamente il contrario di ciò che il ciclo politico e mediatico tende a premiare. La domanda con cui chiudiamo è la stessa da cui siamo partiti, e resta aperta: quanto ci costa, ogni anno, il fatto che la prevenzione non porti voti? I dati suggeriscono una risposta nell'ordine dei miliardi. La risposta definitiva, però, non spetta ai geologi. Spetta a chi decide dove mettere i soldi — e a chi, con il proprio voto, decide cosa premiare.




Fonti:

  •  ISPRA, *Rapporto sul dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio*; 
  • ISPRA, piattaforma ReNDiS; ISPRA-CNR IRPI, Inventario dei Fenomeni Franosi in Italia; 
  • Rapporto Ance-Cresme 2023;
  •  Legambiente su dati Ministero dell'Ambiente; 
  • Corte dei Conti, relazione 2023; 
  • Agenzia Europea dell'Ambiente; 
  • Banca Mondiale.


Altri articoli in Attualità