Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
La faccia contro l'asfalto. La morte di Abderrahim Fakir e la domanda che riguarda tutti noi
Questo non è un articolo che emette sentenze. Le sentenze spettano ai magistrati, e in questa vicenda arriveranno solo dopo un'autopsia, l'analisi delle bodycam e mesi di accertamenti. Questo è un editoriale che prova a fare una cosa diversa: fermarsi su un video di pochi minuti girato da una finestra di Bologna e chiedersi non soltanto cosa sia successo, ma perché certe cose possano succedere. E cosa dicono di noi, come società, prima ancora che di chi era presente quel giorno.
I fatti, per quanto ne sappiamo
Domenica 19 luglio 2026, tarda mattinata, via Svevo, rione Pilastro, periferia di Bologna. Alcuni residenti segnalano un uomo in forte stato di agitazione, per cause ancora da chiarire. Si tratta di Abderrahim Fakir, 42 anni, origini marocchine, in Italia da quando ne aveva sette, titolare di una piccola impresa di logistica, sposato, residente nel Bolognese. Sul posto arrivano una volante della polizia e un'ambulanza del 118. Secondo le prime ricostruzioni, l'uomo avrebbe colpito la volante e gli agenti avrebbero utilizzato lo spray urticante, per poi immobilizzarlo a terra. Il video ripreso da una finestra, diffuso poche ore dopo, mostra Fakir steso a faccia in giù sull'asfalto, bloccato da due agenti e da un terzo uomo, verosimilmente un residente, che gli tiene le caviglie. L'uomo urla e chiede aiuto. Dopo alcuni minuti smette di dimenarsi e di lamentarsi, mentre gli viene completata la legatura dei piedi con fascette di plastica. Non si muove più. Intorno ci sono anche i soccorritori, che nelle immagini appaiono fermi. Il decesso viene constatato sul posto. Il corpo viene portato via nel pomeriggio.
Le indagini aperte
Su questa morte sono già aperti tre fronti di accertamento, ed è un dato che va tenuto fermo. La Procura di Bologna ha disposto l'autopsia, che dovrà stabilire le cause del decesso: i familiari hanno riferito che l'uomo soffriva di problemi di salute, e ogni ipotesi resta aperta. I magistrati hanno inoltre acquisito le bodycam degli agenti, come confermato dalla stessa Questura, che ha precisato di essere intervenuta su richiesta dei cittadini e di aver chiamato immediatamente i sanitari. Infine l'Azienda Usl di Bologna ha avviato un'indagine interna per ricostruire lo svolgimento dell'intervento sanitario e valutare le modalità con cui si sono svolti i fatti per quanto di propria competenza. Tre indagini, tre livelli: penale, di polizia, sanitario. È lì, e solo lì, che si stabiliranno eventuali responsabilità.
Un Paese già diviso in due tifoserie
Nel giro di poche ore la vicenda è diventata un campo di battaglia. Da una parte la famiglia e una parte del quartiere: la sorella della vittima, davanti alle forze dell'ordine, ha gridato "Non hanno avuto pietà per mio fratello!", e in serata al Pilastro è comparso uno striscione che parla di omicidio di Stato, con paragoni al caso George Floyd. Dall'altra parte una parte della politica ha già chiuso il caso in direzione opposta: per il deputato Galeazzo Bignami quello degli agenti è stato un "Intervento professionale ed adeguato". In mezzo, le istituzioni locali: il sindaco Matteo Lepore e il presidente della Regione Michele de Pascale hanno dichiarato "Siamo profondamente colpiti da quanto accaduto oggi al Pilastro", chiedendo piena luce. Ecco il punto: a poche ore dai fatti, senza autopsia e senza indagini concluse, entrambe le sentenze anticipate, quella di condanna e quella di assoluzione, sono ugualmente infondate. Chi le pronuncia non sta cercando la verità: sta arruolando un morto nella propria battaglia.
Perché può accadere: quello che la psicologia sa da decenni
C'è però una domanda che il video pone comunque, indipendentemente dagli esiti giudiziari, ed è qui che vale la pena fermarsi. Come è possibile che un uomo urli di dolore e chieda aiuto per minuti, davanti a più persone, alcune delle quali addestrate proprio al soccorso, senza che la scena si interrompa? La psicologia offre almeno tre chiavi di lettura, e nessuna riguarda mostri: riguardano tutti noi. La prima è il restringimento attentivo sotto stress, quello che la letteratura chiama tunnel cognitivo: in situazioni di forte attivazione, la mente umana si concentra sul compito immediato, contenere, bloccare, chiudere l'intervento, e tutto il resto, compresi i segnali di allarme, scivola ai margini della percezione. La seconda è la diffusione di responsabilità, studiata sperimentalmente fin dalla fine degli anni Sessanta dagli psicologi John Darley e Bibb Latané: più persone assistono a un'emergenza, meno ciascuna si sente individualmente responsabile di intervenire, perché ognuna presume che toccherà a qualcun altro. È un meccanismo che non risparmia nessuna categoria, nemmeno i professionisti. La terza è l'assuefazione: chi lavora ogni giorno a contatto con emergenze, urla e crisi sviluppa inevitabilmente una forma di adattamento emotivo, che la letteratura descrive anche come fatica da compassione. È una protezione della mente, necessaria per reggere quel mestiere. Ma ha un costo: alla centesima crisi, un grido rischia di essere classificato come rumore di routine invece che come allarme. Precisiamo con nettezza: descrivere questi meccanismi non significa attribuirli alle persone presenti quel giorno a Bologna, sulle quali non sappiamo nulla e non ci pronunciamo. Significa dire che nessuna divisa e nessun camice rendono immuni dalla psicologia umana, e che proprio per questo esistono le procedure, l'addestramento e i protocolli: per proteggere le persone fermate dai limiti di chi le ferma.
Il corpo a faccia in giù
C'è poi un dato tecnico che la vicenda riporta d'attualità. La letteratura medico-legale internazionale discute da decenni i rischi della contenzione prolungata in posizione prona, a pancia in giù, soprattutto su persone in forte stato di agitazione o dopo uno sforzo intenso: è il tema della cosiddetta asfissia posizionale, e diversi protocolli internazionali di polizia raccomandano di ruotare il soggetto e monitorarne il respiro appena possibile. Se tutto questo sia rilevante nel caso di Bologna lo dirà soltanto l'autopsia, e non lo anticipiamo. Ma è un fatto che l'Italia abbia già attraversato vicende simili: il caso di Federico Aldrovandi, il diciottenne morto a Ferrara nel 2005 durante un controllo di polizia, si chiuse con condanne definitive per eccesso colposo, e non a caso in queste ore è intervenuto proprio suo padre, Lino Aldrovandi, secondo cui "Quelle urla avrebbero dovuto essere un campanello d'allarme per chi era intervenuto". Altri casi analoghi hanno avuto esiti giudiziari opposti, con assoluzioni definitive. La storia insegna due cose insieme: che queste morti vanno prese sul serio, e che i processi sommari sbagliano in entrambe le direzioni.
La questione morale: il volto
E qui arriviamo al cuore. C'è un dettaglio del video che vale più di ogni analisi: la faccia contro l'asfalto. Un filosofo del Novecento, Emmanuel Lévinas, ha costruito un'intera etica su un'idea semplice: è il volto dell'altro a chiamarci alla responsabilità. Finché vediamo un volto, vediamo una persona. Quando il volto sparisce, premuto a terra, coperto, girato dall'altra parte, la persona rischia di diventare altro: un corpo da contenere, un problema da chiudere, una pratica da archiviare. Non è un processo che riguarda solo chi indossa una divisa. Riguarda chi filma senza scendere, chi commenta senza sapere, chi trasforma un morto in un argomento entro un'ora dalla sua morte. La dignità di una persona non si misura nei suoi giorni migliori: si misura nel suo momento peggiore, quando è a terra, in crisi, e dipende interamente da come gli altri decidono di trattarla. Le procedure di contenimento esistono per proteggere tutti, compreso chi viene fermato. E una società che vuole dirsi civile ha un solo obbligo non negoziabile: non abituarsi mai alle urla di chi chiede aiuto, chiunque sia, qualunque cosa abbia fatto.
Cosa aspettarsi ora
Nei prossimi giorni arriveranno i risultati dell'autopsia, le valutazioni della Procura sulle bodycam e gli esiti dell'indagine interna dell'Ausl. Fino ad allora vale per tutti, agenti, sanitari e chiunque altro, la presunzione di innocenza. Noi torneremo su questa storia quando ci saranno dati verificati, non opinioni più rumorose. Perché il rispetto per Abderrahim Fakir, e per la verità, passa esattamente da lì.
Fonti:
- Ansa, Aiuto basta, muore a Bologna durante un fermo di polizia, 19 luglio 2026
- Sky TG24, Bologna, uomo ammanettato muore durante intervento polizia, 19 luglio 2026
- Il Fatto Quotidiano, Morte Fakir Bologna: 42enne muore durante fermo polizia al Pilastro, 19 luglio 2026
- il Resto del Carlino, Uomo ammanettato muore durante un intervento di polizia a Bologna, 19 luglio 2026
- Open, Bologna, Abderrahim Fakir morto al Pilastro dopo l'intervento della polizia, 19 luglio 2026
- Virgilio Notizie, Abderrahim Fakir morto ammanettato a Bologna durante un controllo, disposta l'autopsia, 19 luglio 2026