Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Sei aggressioni per un compleanno: la banda della minicar e la parola che non basta a spiegare tutto
Sei aggressioni in due notti, a Roma, per festeggiare un compleanno. Un attore di 42 anni che dopo nove giorni è ancora in prognosi riservata. Due ragazzi di 16 e 17 anni che, secondo la Procura, hanno ammesso i fatti. E una parola, minorenne, che da ieri viene usata come se spiegasse tutto. Non spiega tutto. Proviamo a mettere in fila quello che si sa.
Due notti a Monteverde
Tra il 4 e il 5 ottobre, nel quartiere Monteverde, una minicar nera con due persone a bordo avrebbe colpito sei passanti in sequenza. Una donna di 50 anni colpita alla nuca mentre tornava a casa: la sua è stata la prima denuncia. Un ragazzo di 26 anni in monopattino buttato giù. Un uomo di 67 anni colpito sul fianco con un tubo di plastica. Un turista vicino a Ponte Testaccio, che non avrebbe ancora presentato denuncia. Una donna di 27 anni in bicicletta spinta a terra in via San Pancrazio intorno alle 22 di lunedì 5 ottobre. E pochi minuti dopo, a circa un chilometro di distanza, l'attore Davide Iacopini: in monopattino, un calcio dal passeggero, la testa contro un'auto parcheggiata in via Barrili. Trauma cranico grave, intervento neurochirurgico al San Camillo, prognosi riservata. Al 14 ottobre è ancora ricoverato. Diverse vittime si sono fatte avanti solo dopo aver letto del suo caso: è un dettaglio che dice molto su quante aggressioni, senza un nome noto di mezzo, restano fuori dalle statistiche.
Come li hanno trovati
Non con un pentito e non con una soffiata. Con un meccanico, che aveva installato su una minicar luci a led, una luce rossa sulla targa e alcuni adesivi, uno rosso a forma di serpente. Su un adesivo compariva il numero di telefono dell'officina, visibile nei filmati delle telecamere: da lì gli investigatori sarebbero risaliti al proprietario. E con un'applicazione trovata sul telefono di uno dei due ragazzi: quella con cui i genitori ne seguivano gli spostamenti. Ha permesso di ricostruire il percorso della minicar in entrambe le notti. Uno dei due, secondo gli inquirenti, festeggiava il compleanno proprio tra il 4 e il 5 ottobre. Nella notte tra il 13 e il 14 ottobre i carabinieri della compagnia Roma San Pietro e la polizia locale hanno sequestrato il mezzo. Una pista precedente, la denuncia del furto di una minicar simile da parte di un avvocato, si sarebbe rivelata falsa.
Chi sono, per quello che si può dire
Il conducente ha 17 anni e vive a Monteverde: secondo l'ANSA sarebbe figlio di un carabiniere e proprietario della minicar. Il passeggero ha 16 anni e vive a Testaccio. Avrebbero già un precedente per un furto commesso insieme. Sentiti in caserma nella notte dal pm di Roma, avrebbero ammesso i fatti. Sono stati denunciati a piede libero. Il fascicolo, aperto a piazzale Clodio con l'ipotesi di tentato omicidio per il caso Iacopini, passa ora alla Procura presso il tribunale per i minorenni, che valuterà le accuse per tutti e sei gli episodi. Qui vale la regola che vale sempre: denunciati non significa condannati. Le ammissioni riferite dalle agenzie andranno riscontrate in un processo, e nessuno dei due ha un nome, né lo avrà su queste pagine.
Quello che la parola minorenne spiega
Spiega la competenza: a 16 e 17 anni si risponde davanti a un tribunale per i minorenni, con un sistema che per legge privilegia il recupero sulla punizione. Spiega perché, almeno per ora, dormono a casa loro: per un minore la custodia in carcere è l'eccezione, e la decisione spetta al giudice minorile, non alla Procura ordinaria. Spiega la riservatezza sull'identità. Tutto questo è giusto ed è anche l'unico modo in cui una democrazia può trattare chi ha 16 anni. Chi oggi invoca la galera subito dovrebbe sapere che la stessa legge, dopo il decreto del 2023 che ha ampliato i casi di custodia cautelare per i minori, consentirebbe al giudice misure molto più dure di una denuncia, se ne ravvisasse i presupposti. Non è un'impossibilità normativa. È una valutazione che qualcuno dovrà fare.
Quello che non spiega
Non spiega sei aggressioni mirate contro persone sole, di notte, in due serate diverse. Non spiega un tubo di plastica portato in macchina. Non spiega il calcio a un uomo in monopattino dato da una minicar in corsa. A 16 anni si sa esattamente cosa succede a chi cade con la testa contro un'auto. E non spiega l'app. Un telefono che registrava ogni spostamento, installato da chi aveva il compito di sapere dove fosse quel ragazzo. L'app ha fatto il suo lavoro: ha tracciato tutto, al punto da diventare la prova principale contro di lui. Non sappiamo se qualcuno guardasse quei dati, e non lo sostiene nessuna fonte. Ma la domanda è legittima, perché il controllo tecnologico su un figlio ha senso solo se qualcuno, dall'altra parte, lo esercita. Altrimenti è un localizzatore per gli investigatori.
Il punto che vale per tutti
Non è una storia di una periferia abbandonata: Monteverde e Testaccio sono quartieri normali di una città normale. Non è una storia di disagio economico, per quanto si sa. È la storia di due ragazzi con una macchina, un compleanno e nessun freno, che per due notti hanno scelto a caso chi far cadere. Dentro c'è un pezzo di responsabilità individuale che nessuna età cancella, un pezzo di responsabilità familiare su cui le fonti tacciono, e un pezzo di responsabilità collettiva: quattro vittime su sei non avevano denunciato, perché a Roma un calcio da una minicar in corsa non sembrava neanche valere una telefonata. Davide Iacopini è in ospedale da nove giorni. I due ragazzi sono a casa. La legge, per ora, dice che è giusto così. La domanda che resta aperta non è se abbiano 16 anni: è se basti dirlo.