Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Santanchè, il giorno in cui lo Stato ha detto due cose insieme
Il 15 luglio 2026 resterà una data curiosa negli annali del rapporto tra politica e giustizia italiana. Nel giro di poche ore, a Roma il Senato ha stabilito che Daniela Santanchè non può essere processata per le parole pronunciate in aula, mentre a Milano la Procura chiudeva un'indagine che prelude alla richiesta di un nuovo processo nei suoi confronti. Fascicoli diversi, istituzioni diverse, esiti opposti. Ma il calendario, a volte, ha un suo senso dell'umorismo.
Cosa contesta la Procura di Milano
Partiamo dai fatti, che sono già abbastanza densi da non aver bisogno di aggettivi. La Procura di Milano ha notificato l'avviso di conclusione delle indagini alla senatrice di Fratelli d'Italia e ad altre quindici persone, oltre a una società, per i fallimenti di Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl: la galassia del biologico che Santanchè ha presieduto o partecipato in anni diversi. Le ipotesi di reato, contestate a vario titolo, sono bancarotta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato. Tra gli indagati figurano anche la sorella Fiorella Garnero e l'ex compagno Giovanni Canio Mazzaro. Va detto subito, e va detto chiaramente: si tratta di ipotesi accusatorie. La chiusura delle indagini è il passaggio che precede l'eventuale richiesta di rinvio a giudizio, non una sentenza, e per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza fino a un'eventuale condanna definitiva. Il merito delle contestazioni, però, aiuta a capire la portata del fascicolo. Per il crac di Ki Group Holding, dichiarato nel giugno 2025, i pubblici ministeri contestano agli amministratori dell'epoca di aver "cagionato con dolo o per effetto di operazioni dolose il dissesto" della società, anche attraverso il sistematico inadempimento degli obblighi fiscali e previdenziali a partire dal 2012, per oltre 3,3 milioni di euro. Secondo l'accusa, inoltre, i bilanci dal 2015 in poi non avrebbero indicato il patrimonio netto negativo, consentendo alla società di proseguire l'attività e di raccogliere denaro tramite prestiti obbligazionari, aggravando il dissesto fino a un danno stimato in quasi tredici milioni. Nel mirino anche dividendi distribuiti e compensi pagati agli amministratori quando, sempre secondo la ricostruzione accusatoria, le società sarebbero già state in difficoltà. Se le accuse reggeranno al vaglio di un giudice, lo stabilirà il processo. Se ci sarà.
Lo scudo di Palazzo Madama
Ed eccoci all'altra metà della giornata. Poche ore prima della notifica milanese, l'aula del Senato ha negato l'autorizzazione a procedere contro Santanchè per il reato di diffamazione, riconoscendo l'insindacabilità delle opinioni espresse in aula ai sensi dell'articolo 68 della Costituzione. La vicenda nasce dall'informativa del 5 luglio 2023, quando la allora ministra, rispondendo alle richieste di dimissioni per il caso Visibilia, descrisse l'azionista di minoranza Giuseppe Zeno come una sorta di finanziere trasferitosi negli anni tra Londra, la Svizzera, Montecarlo e le Bahamas. Zeno querelò. Il Tribunale di Roma, a novembre, sospese il processo e rimise gli atti a Palazzo Madama, che ieri ha chiuso la questione: quelle parole rientrano nell'esercizio della funzione parlamentare e quindi non sono sindacabili da un giudice. Contrari Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. È bene essere precisi anche qui: l'insindacabilità è un istituto costituzionale legittimo, pensato per proteggere la libertà del dibattito parlamentare, non un favore inventato per l'occasione. Ma è difficile non notare che il suo effetto pratico, in questo caso, è che un privato cittadino chiamato in causa in un'aula parlamentare non avrà un processo in cui far valere le proprie ragioni. La Costituzione protegge il parlamentare che parla; per il cittadino di cui si parla, la protezione è un tema che il costituente ha lasciato in sospeso.
La mappa completa, per chi si fosse perso
Riepiloghiamo, perché la geografia giudiziaria della senatrice richiede ormai una legenda. Primo fronte: il processo Visibilia, in corso a Milano, dove Santanchè è imputata per falso in bilancio insieme ad altre quindici persone, con l'accusa di bilanci ritoccati per sette anni. Secondo fronte: il fascicolo sulla presunta truffa ai danni dell'Inps, legato alla cassa integrazione Covid che sarebbe stata richiesta per dipendenti rimasti operativi in smart working. Terzo fronte, da ieri: la galassia Ki Group-Bioera, con la richiesta di processo in arrivo. A tutto questo si aggiunge il capitolo politico, che si è chiuso a marzo: dopo un lungo braccio di ferro con Palazzo Chigi, Santanchè ha lasciato il ministero del Turismo su invito della presidente del Consiglio. Da senatrice semplice, oggi, affronta i tre fronti con una serenità che lei stessa aveva rivendicato mesi fa a margine di un evento sportivo: "Preferirei l'assoluzione piena, ma questo non dipende certo da me". Frase ineccepibile. In effetti, non dipende da lei. Il punto che resta La tentazione, davanti a giornate così, è schierarsi in una delle due curve: quella per cui Santanchè è già colpevole di tutto, e quella per cui è vittima di una persecuzione giudiziaria. Noi non abbiamo gli elementi per stare in nessuna delle due, e nemmeno i suoi accusatori o i suoi difensori li hanno finché i processi non arrivano in fondo. Il punto che ci sembra più solido è un altro, ed è istituzionale. Il 15 luglio ha mostrato con rara nitidezza il doppio binario su cui viaggia la responsabilità di chi fa politica in Italia: da una parte la giustizia ordinaria, lenta ma implacabile nel produrre fascicoli; dall'altra le prerogative parlamentari, rapide ed efficaci nel sottrarne una parte. Entrambi i binari sono previsti dall'ordinamento. Entrambi hanno buone ragioni storiche. Ma quando si incrociano nello stesso pomeriggio, sulla stessa persona, il cittadino che osserva ha diritto di trovare la scena quantomeno stridente, e chi fa informazione ha il dovere di non far finta di niente. Aggiungiamo un'ultima osservazione, la più concreta di tutte. Il fascicolo Ki Group parla di contributi non versati e imposte non pagate per milioni di euro, in anni in cui a qualunque partita IVA italiana un F24 saltato costava cartelle, interessi e notti insonni. Se il processo dirà che quelle accuse erano infondate, ne prenderemo atto con la stessa chiarezza. Ma la domanda che questa vicenda lascia sul tavolo non riguarda una senatrice: riguarda quanto a lungo un sistema può permettersi che la percezione della giustizia cambi a seconda del piano del palazzo in cui si trova l'imputato. Ai lettori il giudizio, come sempre. A noi il compito di continuare a raccontare i fatti, tutti, anche quando arrivano due alla volta.
Fonti:
- Ansa:15 luglio 2026 - Chiusa altra inchiesta su Santanchè, bancarotta e truffa allo Stato
- Sky TG24, 15 luglio 2026 - Daniela Santanchè, chiusa l'inchiesta per bancarotta e truffa allo Stato
- MilanoFinanza, 15 luglio 2026 - Daniela Santanchè, nuova inchiesta a Milano: chiuse le indagini per bancarotta e truffa allo Stato
- MilanoToday, 15 luglio 2026 - Daniela Santanchè, verso nuova chiusura indagini per bancarotta e truffa
- Il Sole 24 Ore - Santanchè, da Bioera alla presunta truffa all'Inps: tutti i guai giudiziari