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Alluvione tra Nepal e Tibet, la piena che ha cancellato i villaggi di Rasuwa: oltre 150 vittime e centinaia di dispersi

Una manciata di secondi tra la vita e la morte. Le telecamere di sorveglianza del valico di Gyirong, al confine tra Tibet e Nepal, hanno ripreso mercoledì mattina una scena destinata a fare il giro del mondo: persone che camminano tranquille, poi una corsa improvvisa e generalizzata, infine una massa di terra, ghiaccio e acqua che travolge l'inquadratura. È l'inizio di uno dei più gravi disastri naturali che abbiano colpito l'area himalayana negli ultimi anni, un evento che nel giro di poche ore avrebbe trasformato il distretto nepalese di Rasuwa in un paesaggio di fango e detriti.

Alluvione tra Nepal e Tibet, la piena che ha cancellato i villaggi di Rasuwa: oltre 150 vittime e centinaia di dispersi

Un bilancio in continua evoluzione

I numeri della tragedia sono cresciuti di ora in ora per tutta la giornata. Se nel primo pomeriggio le autorità nepalesi parlavano di una ventina di vittime accertate, in serata il bilancio riferito dalle principali testate internazionali avrebbe superato le 150 vittime sul versante nepalese, con circa 580 persone ancora irreperibili, tra cui oltre 460 cittadini stranieri. Secondo l'Ente per il turismo del Nepal, i dispersi proverrebbero da oltre venti Paesi: la comunità più numerosa sarebbe quella indiana, seguita da cittadini statunitensi, britannici, canadesi e malesi. Molti viaggiatori si troverebbero nell'area perché diretti verso il Kailash e il lago Manasarovar, mete di pellegrinaggio tra le più frequentate dell'Himalaya. Tra le persone di cui non si hanno notizie figurano anche decine di agenti della polizia nepalese e dell'Armed Police Force di stanza a Timure, lavoratori di un progetto idroelettrico in costruzione e dipendenti dell'ufficio doganale di Rasuwagadhi. Sul versante tibetano, l'agenzia ufficiale Xinhua riferisce di gravi perdite nella contea di Gyirong, senza però diffondere al momento cifre ufficiali.


La dinamica: non è stata la pioggia

L'elemento che rende questo disastro diverso da una comune alluvione monsonica è la sua origine. Il Dipartimento di idrologia e meteorologia del Nepal ha rilevato precipitazioni locali troppo deboli per spiegare la piena, e i funzionari di Rasuwa riferivano condizioni asciutte poco prima che il fiume salisse di colpo. La ricostruzione più accreditata, formulata da scienziati nepalesi e cinesi e ripresa dal Kathmandu Post, indica come innesco una valanga di ghiaccio e rocce che avrebbe ostruito il corso del fiume Lhende, in alta quota sul versante tibetano, creando uno sbarramento naturale. Dietro quella diga improvvisata l'acqua si sarebbe accumulata per ore, fino al cedimento improvviso che ha scaricato l'ondata di piena nel Bhote Koshi. Un possibile ruolo lo avrebbe avuto anche il terremoto di magnitudo 4.4 registrato dall'Usgs alle 8:37 locali, con epicentro a circa 77 chilometri a nord-ovest di Kodari e a dieci chilometri di profondità: secondo il ministro degli Esteri nepalese, la scossa avrebbe provocato la grande frana che ha bloccato il fiume. Le due ipotesi non si escludono a vicenda, e le verifiche sono ancora in corso.


Onde alte come una casa

A restituire la violenza della piena sono le testimonianze raccolte nelle prime ore. Aman Budathoki, pilota di elicottero che sorvolava la zona, ha raccontato alla Cnn di aver visto "onde alte dai cinque ai sei metri" trascinare via alberi e veicoli, descrivendo una scena mai osservata in anni di volo sull'Himalaya. A valle, l'ondata ha investito i centri abitati di Syapru Besi e Timure, in un'area montuosa dove vivono circa cinquantamila persone, spazzando via case, ponti, tratti di strada e cantieri. Il ponte che collega Nepal e Cina a Rasuwagadhi, snodo commerciale fondamentale tra i due Paesi, risulterebbe gravemente danneggiato.


Soccorsi tra mille difficoltà

Le operazioni di ricerca e soccorso vedono impegnati esercito, polizia e Armed Police Force, insieme a squadre mediche e personale specializzato. Ma le condizioni sul terreno restano proibitive: il livello dell'acqua ha impedito a lungo l'atterraggio degli elicotteri, le comunicazioni sono interrotte in diverse aree e il maltempo rallenta i voli. I droni vengono utilizzati per mappare i danni e individuare persone rimaste isolate, con particolare attenzione alle aree della dogana, dove alcuni dispersi potrebbero trovarsi sotto i detriti. Il governo nepalese ha dichiarato le zone colpite aree di disastro per tre mesi, autorizzando misure straordinarie per soccorso, assistenza e ripristino dei servizi. Sul versante cinese, il presidente Xi Jinping ha ordinato di mobilitare tutte le risorse disponibili, mentre il vicepremier Zhang Guoqing è stato inviato sul posto per coordinare gli interventi.


Gli italiani nell'area

Sul fronte italiano è al lavoro l'Unità di Crisi della Farnesina. In base alle registrazioni sul portale "Dove siamo nel mondo", sarebbero circa novanta i connazionali presenti tra Nepal e Tibet, e sono in corso le verifiche sulle loro condizioni. Due turisti italiani, rimasti bloccati con la loro guida a monte di una frana che ha interrotto una strada, sono stati evacuati incolumi e risultano in buone condizioni. La Farnesina invita chi si trova nella regione a registrarsi sul portale e a scaricare l'app "Viaggiare Sicuri"; per le emergenze è attiva l'Unità di Crisi al numero +39 06 36225.


L'impatto sull'energia e le implicazioni per il futuro

L'ondata ha colpito duramente anche il sistema energetico nepalese: secondo il ministero dell'Energia sarebbero stati danneggiati impianti per circa 430 megawatt, oltre il dodici per cento della capacità idroelettrica nazionale. È un colpo pesante per un Paese che sull'idroelettrico fonda gran parte del proprio approvvigionamento e delle proprie esportazioni verso l'India. Ma la domanda più ampia riguarda il futuro dell'intera regione himalayana. Gli sbarramenti glaciali improvvisi — formati da valanghe di ghiaccio o dal collasso di laghi glaciali — sono fenomeni che la comunità scientifica osserva con frequenza crescente, in un contesto di ritiro accelerato dei ghiacciai d'alta quota. Eventi di questo tipo si formano in aree remote, prive di abitanti e di stazioni di monitoraggio, e possono evolvere nel giro di poche ore: una caratteristica che rende estremamente difficile qualsiasi sistema di allerta precoce, come la giornata di ieri ha tragicamente dimostrato. Per le comunità che vivono lungo i fiumi himalayani, e per i governi di Nepal, Cina e India, la piena del Bhote Koshi rischia di non essere un episodio isolato, ma l'anticipo di una vulnerabilità destinata a crescere.


Fonti: 

  • Sky TG24
  • ANSA
  •  Kathmandu Post
  •  CNN
  •  la Repubblica
  • Xinhua
  •  Farnesina — Unità di Crisi


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