Iattualità · Cronaca · di Lorenzo ·
Il caso Ranucci: la bomba, l'amico indagato e il movente che ancora non c'è
Nove mesi dopo l'attentato al conduttore di Report, l'inchiesta prende una direzione che nessuno aveva previsto: il presunto mandante sarebbe uno degli amici più stretti del giornalista. Cosa sappiamo, cosa resta da capire e perché questa storia è più complicata di come appare.
Quando la notte del 16 ottobre 2025 un ordigno esplose davanti alla villetta di Sigfrido Ranucci a Campo Ascolano, frazione di Pomezia, la lettura sembrò immediata: un avvertimento al giornalista d'inchiesta più esposto d'Italia, il conduttore di Report, sotto scorta da anni per le minacce ricevute. L'esplosione distrusse l'auto del conduttore e danneggiò quella della figlia, che secondo le ricostruzioni dell'epoca era rientrata a casa una ventina di minuti prima. L'ordigno, per gli investigatori, aveva una potenza tale da poter uccidere.
La solidarietà fu unanime, dalla politica alle redazioni. L'ipotesi dominante puntava alla criminalità organizzata, o comunque a qualcuno colpito dalle inchieste della trasmissione. Nove mesi dopo, quella pista — secondo quanto emerge dagli atti — sembra tramontata. E al suo posto c'è una storia che ha spiazzato tutti, a partire dallo stesso Ranucci.
Gli arresti: una banda pagata per piazzare la bomba
La svolta arriva all'alba del 30 giugno 2026, quando i carabinieri, coordinati dalla Direzione distrettuale antimafia di Roma, eseguono quattro misure cautelari tra Napoli e Avellino. In carcere finiscono i presunti esecutori materiali: Pellegrino D'Avino, la moglie Marika De Filippis, Saverio Mutone e Antonio Passariello, ritenuto dagli inquirenti uno dei capi del gruppo. Il padre di De Filippis finisce ai domiciliari.
Le accuse, a vario titolo: detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti di aver agito in più di cinque persone e con metodo mafioso. Secondo il giudice, sui quattro gravano «elementi gravi, precisi e concordanti»: avrebbero agito ciascuno con un ruolo preciso, in cambio di denaro. Non vittime di un mandato ideologico, quindi, ma — secondo l'accusa — manodopera criminale ingaggiata da qualcun altro.
L'inchiesta è coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi ed è stata avviata dal pm Carlo Villani, oggi procuratore a Velletri, e portata avanti dal pm della Dda Edoardo De Santis.
L'intermediario e il presunto mandante
Il punto di collegamento tra la banda e il presunto mandante, per gli inquirenti, sarebbe Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di quarantasette anni, che oggi si troverebbe in Camerun. Dalle carte risulta dipendente dal 2017 di una società che gestisce un ristorante di pesce nel quartiere Monteverde a Roma — un locale riconducibile a Valter Lavitola. E secondo diversi residenti sentiti dalle agenzie, Tavares lavorava di fatto come autista e tuttofare personale proprio di Lavitola.
Ed è qui che l'inchiesta compie il salto che ha trasformato un caso di cronaca in un caso nazionale. Il 6 luglio i carabinieri perquisiscono l'abitazione di Lavitola su mandato della Dda: sequestrati telefoni, computer, pen drive e sette manoscritti. L'imprenditore ed ex editore è ora indagato come presunto mandante dell'attentato. Le accuse contestate in concorso sono pesantissime: oltre ai reati già attribuiti alla banda, la strage.
Secondo il decreto di perquisizione, Lavitola avrebbe incaricato Tavares di «individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all'abitazione del giornalista». Non solo: un mese prima dell'attentato, a metà settembre, l'analisi delle celle telefoniche collocherebbe Lavitola in un sopralluogo nei pressi della casa di Ranucci, insieme allo stesso Tavares. Per i sopralluoghi la banda avrebbe usato un'auto in uso a un dipendente di Lavitola. E dopo l'attentato, sempre secondo gli atti, l'imprenditore si sarebbe attivato per far partire Tavares verso il Camerun, garantendogli assistenza legale.
Davanti ai pm, Lavitola si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma ha reso dichiarazioni spontanee respingendo ogni accusa e sostenendo di non avere idea di quale possa essere il movente. Al momento non sono state richieste misure cautelari nei suoi confronti: gli elementi raccolti sono al vaglio.
Chi è Valter Lavitola
Sessant'anni, un passato da giornalista ed editore, Lavitola è un nome che le cronache giudiziarie italiane conoscono bene. Nel 1996 fondò il quotidiano L'Avanti!; nel 2004 si candidò alle elezioni europee con Forza Italia, forte degli ottimi rapporti con Silvio Berlusconi, senza essere eletto. Nei primi anni Dieci fu coinvolto in diversi procedimenti: per un tentativo di estorsione ai danni dello stesso Berlusconi fu condannato in via definitiva a un anno e quattro mesi nel 2014; nell'inchiesta sulla cosiddetta compravendita dei senatori il reato fu dichiarato prescritto in appello.
Un profilo da "faccendiere", come lo definisce gran parte della stampa: l'uomo delle relazioni, dei tavoli riservati, dei progetti costruiti nell'ombra.
L'amicizia che complica tutto
Il dettaglio che rende questa vicenda unica è il rapporto tra indagato e vittima. Lavitola e Ranucci non sono conoscenti occasionali: sono amici stretti. Un'amicizia nata, paradossalmente, dopo che Lavitola era stato oggetto delle inchieste di Report — e proseguita al punto che, secondo quanto riferito dallo stesso Lavitola, le due famiglie si frequentano e le cene insieme sono abituali. Già nel 2023 una foto pubblicata da un quotidiano li ritraeva insieme al ristorante romano dell'imprenditore.
Ranucci, sentito in Procura come testimone dopo gli arresti, ha raccontato che gli inquirenti gli hanno chiesto se conoscesse gli arrestati e hanno ripercorso con lui vecchie inchieste di Report legate all'area geografica della banda. Ma alla notizia dell'iscrizione di Lavitola nel registro degli indagati, il conduttore ha reagito difendendo l'amico: lo ha definito pubblicamente un «amico vero», dicendosi convinto — fino a prova contraria — della sua innocenza, e che in ogni caso non avrebbe mai fatto del male a lui o alla sua famiglia. Sull'ipotesi del movente ha risposto così: «Da una parte mi vengono i brividi e dall'altra mi viene da ridere».
Una posizione che ha diviso: c'è chi vi legge coerenza garantista e chi si interroga su come il volto del giornalismo investigativo italiano potesse avere un rapporto tanto stretto con un uomo dal casellario così ingombrante. Ranucci ha rivendicato la distinzione tra rapporto personale e lavoro, dicendo di non pentirsi dell'amicizia.
Le ipotesi sul movente: il progetto politico
Ed eccoci al punto più delicato: perché un amico avrebbe dovuto ordinare una bomba? Su questo gli inquirenti non hanno certezze, e le indagini sono in corso. Ma nelle ultime ore ha preso corpo sui giornali una ricostruzione tanto clamorosa quanto — va detto con chiarezza — ancora tutta da verificare.
Secondo quanto scritto da Repubblica, Lavitola coltivava da tempo il progetto di lanciare Ranucci in politica come leader e "federatore" del campo largo di centrosinistra: una figura esterna, popolare e trasversale, capace di sbloccare la competizione interna alla coalizione. Si sarebbe spinto fino a consultare esperti e commissionare sondaggi sulla tenuta elettorale del conduttore. A una cena, riferisce il quotidiano, avrebbe detto all'amico: «E quando tu sarai presidente del Consiglio, io sarò il tuo Gianni Letta».
L'esistenza del progetto è stata confermata dallo stesso Lavitola in un colloquio con La Verità, in cui ha collocato l'origine dell'idea in una cena tra Ranucci e magistrati di cui non ha rivelato l'identità. Ranucci, dal canto suo, avrebbe sempre liquidato l'ipotesi di una discesa in campo, ribadendo di considerare Report più importante di qualsiasi incarico politico.
Da qui la lettura circolata su alcuni giornali, che gli stessi quotidiani presentano come pura ipotesi investigativa e giornalistica: l'attentato non come minaccia, ma come mossa tortuosa per accrescere la statura pubblica di Ranucci, trasformandolo in simbolo. Lavitola respinge anche questo scenario, osservando che il conduttore non ha alcun bisogno di notorietà. E va ribadito: allo stato, nessun movente è stato accertato.
Le domande aperte
Restano molti nodi. Primo: se il movente politico fosse confermato, si tratterebbe di un unicum nella storia italiana — un attentato "promozionale" ordito all'insaputa della vittima. Secondo: l'ordigno era potenzialmente letale, un dettaglio che mal si concilia con l'idea di una messinscena calcolata. Terzo: la difesa pubblica di Ranucci verso l'indagato ha alimentato insinuazioni sulla stampa più ostile, che il conduttore ha respinto e che nessun atto d'indagine supporta: Ranucci è, per gli inquirenti, esclusivamente la vittima e un testimone.
C'è infine la questione più ampia: per mesi l'attentato è stato raccontato come un attacco alla libertà di stampa. Se la ricostruzione della Procura reggesse, quel racconto andrebbe riscritto — non perché la minaccia ai giornalisti d'inchiesta non esista, ma perché questo specifico episodio avrebbe una matrice del tutto diversa. Una lezione di metodo che riguarda anche noi che facciamo informazione: le letture immediate, per quanto plausibili, vanno sempre verificate.
Cosa succede ora
Gli inquirenti stanno analizzando il materiale sequestrato a Lavitola per cercare riscontri su contatti, pagamenti e movente. I quattro presunti esecutori sono in custodia cautelare; la posizione di Tavares, all'estero, resta aperta.
Un'ultima cosa, la più importante: per Valter Lavitola e per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza. Quelle della Procura sono ipotesi accusatorie che dovranno essere vagliate da un giudice, e ogni ricostruzione giornalistica sul movente resta, ad oggi, non verificata. Continueremo a seguire il caso, aggiornando solo su fatti accertati.
Fonti:
ANSA, Il Post, Il Fatto Quotidiano, Il Sole 24 Ore, Adnkronos, Euronews, Il Messaggero, Lettera43, Open, La Verità, Repubblica (via rassegna).
Ricostruzione aggiornata al 10 luglio 2026.