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Centotrentuno miliardi per il cappotto termico, duecentocinquanta milioni per non far crollare le case

A dieci anni da Amatrice, quasi novemila famiglie sono ancora fuori casa. Il confronto tra quanto lo Stato ha speso per l'efficienza energetica e quanto stanzia per la prevenzione sismica non è un dettaglio contabile: è il ritratto di come questo Paese sceglie le priorità.

Centotrentuno miliardi per il cappotto termico, duecentocinquanta milioni per non far crollare le case

Il 24 agosto 2016

Alle tre e trentasei del mattino del 24 agosto 2016 la terra tremò tra Accumoli, Amatrice e Arquata del Tronto. La sequenza sismica che ne seguì, tra il 2016 e il 2017, provocò circa trecento vittime, oltre quattrocento feriti e quarantunomila sfollati, danneggiando circa trecentoventimila edifici su un'area di ottomila chilometri quadrati distribuita tra Lazio, Abruzzo, Marche e Umbria. È la seconda sequenza per distruzione dopo l'Irpinia del 1980.

Il prossimo 24 agosto sono dieci anni.


Dove siamo oggi

Il Rapporto 2026 del commissario straordinario per la ricostruzione, aggiornato al 31 maggio, restituisce un quadro in miglioramento e ancora incompleto. Le richieste di contributo presentate sono 36.149, per un importo complessivo di 17,82 miliardi di euro. Le pratiche approvate dagli uffici speciali per la ricostruzione sono 24.650, pari al 68,2 per cento delle domande, con 12,59 miliardi di contributi concessi e 7,99 miliardi effettivamente liquidati. I cantieri autorizzati sono 23.361, di cui 14.968 conclusi e 8.393 ancora in corso.

Il dato che conta di più, però, è un altro, ed è quello che il rapporto stesso definisce il più urgente: 8.759 nuclei familiari usufruiscono ancora di una forma di assistenza abitativa. Erano 10.067 nel 2025, 11.182 nel 2024, 12.319 nel 2023 e 14.211 nel 2022. La curva scende, e va detto. Ma scende di poco più di mille famiglie l'anno, e dieci anni dopo la scossa novemila nuclei non sono ancora rientrati nelle proprie case.


Nello stesso decennio

Tra il 2020 e il 2025 lo Stato italiano ha impegnato, attraverso il Superbonus, una cifra che il bollettino ENEA al 31 maggio 2026 quantifica in 131,55 miliardi di euro di detrazioni maturate per lavori conclusi, su 502.370 edifici. Gli interventi hanno riguardato circa il 3,5 per cento degli edifici residenziali italiani.

Il paragone tra le due cifre non è tecnicamente omogeneo — 12,59 miliardi sono contributi diretti alla ricostruzione di un cratere circoscritto, 131,55 miliardi sono detrazioni fiscali su tutto il territorio nazionale — ma resta il fatto che si tratta di due decisioni prese dallo stesso bilancio pubblico nello stesso arco di tempo, e che una vale dieci volte l'altra.


A chi è andato il Superbonus

Qui va corretta una semplificazione che circola spesso, secondo cui il Superbonus sarebbe finito soprattutto nelle ville. In valore assoluto non è così: i condomìni hanno assorbito circa 86 miliardi, pari al 68,6 per cento del totale, gli edifici unifamiliari circa 28 miliardi e le unità funzionalmente indipendenti poco più di 11.

Il problema è un altro, ed è più serio. Secondo l'analisi contenuta nel rapporto Gli immobili in Italia e ripresa dai lavori dell'Ufficio parlamentare di bilancio, oltre la metà della spesa complessiva è stata assorbita da immobili situati in aree a più alto valore catastale, prevalentemente di proprietà di famiglie con redditi medio-alti o alti. Le categorie catastali A1, abitazioni signorili, e A8-A9, ville e castelli, hanno ottenuto tra le detrazioni pro capite più alte. L'UPB definisce queste agevolazioni fortemente regressive, osservando che beneficiano maggiormente i contribuenti con un patrimonio immobiliare e un alto reddito, che disponendo di liquidità e di capacità fiscale sufficiente possono effettivamente scomputare le detrazioni dal debito d'imposta.

Un dettaglio della categorizzazione ENEA, aggiornata all'agosto 2023, restituisce la misura del fenomeno meglio di qualsiasi percentuale: tra gli edifici interessati dal Superbonus figurano quasi 74 mila condomìni, circa 237 mila edifici unifamiliari, 115 mila unità indipendenti e sei castelli.

La difesa della misura esiste, e va riportata. Il Superbonus ha prodotto risparmi energetici reali, quantificati da ENEA in oltre sedici terawattora l'anno, e ha sostenuto il settore delle costruzioni in una fase di ripresa post-pandemica, con effetti su occupazione e prodotto interno lordo che gli operatori del settore rivendicano. Il punto in discussione non è se abbia mosso qualcosa. È a quale prezzo, e a beneficio di chi.


Quanto costerebbe prevenire

Le stime sul costo della messa in sicurezza sismica del patrimonio edilizio italiano variano moltissimo, e la ragione è che dipendono da cosa si decide di mettere in sicurezza e a quale livello.

Il rapporto finale della struttura di missione Casa Italia, presentato nel 2017, indicava una forbice che va da un minimo di 36,8 miliardi a oltre 850 miliardi, a seconda della tipologia costruttiva degli edifici e della classe di rischio dei comuni. Una stima del Consiglio nazionale degli ingegneri su dati Istat, Cresme e Protezione civile quantificava in 93 miliardi il costo per mettere in sicurezza le sole abitazioni private. Una valutazione dell'Oice, del 2013, indicava 36 miliardi per i soli edifici a elevato rischio sismico. Sono cifre datate, ed è giusto leggerle come tali: nessuna di queste stime è stata aggiornata con la stessa autorevolezza negli ultimi anni.

Il termine di paragone più utile, però, non sono i costi. Sono i risparmi mancati. Secondo il Centro studi del Consiglio nazionale degli ingegneri, tra il 1968 e il 2014 l'Italia ha speso 121,6 miliardi di euro in ricostruzioni post-sismiche: come se avesse pagato 2,6 miliardi di tasse l'anno per riparare danni. Una stima successiva, richiamata in occasione della Giornata nazionale della prevenzione sismica, porta il conto a 135 miliardi dal 1968 per otto terremoti distruttivi.

In altri termini: ricostruire è già costato quanto le stime più alte del prevenire.


Duecentocinquanta milioni

Nel dicembre 2024, alla settima Giornata nazionale della prevenzione sismica, il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci ha annunciato il primo stanziamento del Piano nazionale di prevenzione sismica: 250 milioni di euro, con l'obiettivo dichiarato di replicare la cifra ogni anno per almeno dieci anni, dando priorità alle zone più a rischio e all'edilizia pubblica — scuole, ospedali, strutture strategiche — e rinviando all'intervento dell'Unione europea per gli edifici privati.

Nella stessa sede è stato indicato il fabbisogno: poco più di 7 miliardi di euro l'anno per trent'anni per mettere in sicurezza il patrimonio immobiliare nazionale.

Duecentocinquanta milioni su sette miliardi è il 3,5 per cento. Il primo stanziamento del piano nazionale di prevenzione copre, per ammissione della stessa fonte che lo annuncia, poco più di un trentesimo del necessario annuo.

Non è una novità. Dopo il terremoto dell'Aquila del 2009 era stato istituito un Fondo per la prevenzione del rischio sismico: in sette anni vi sono confluiti 965 milioni di euro, una somma che la stessa Protezione civile ha definito solo una minima percentuale, forse inferiore all'uno per cento, del fabbisogno necessario per il completo adeguamento sismico di tutte le costruzioni pubbliche e private e delle opere infrastrutturali.


Il patrimonio che abbiamo

La vulnerabilità non è un'ipotesi teorica. Secondo i dati richiamati nella presentazione del piano nazionale, il 57 per cento del patrimonio edilizio residenziale italiano è stato edificato prima del 1971, mentre meno del 3 per cento degli immobili censiti risale al periodo successivo al 2008, quando le norme antisismiche sono diventate più stringenti. Diciotto milioni di immobili residenziali richiederebbero interventi. Secondo l'ANCE, circa 21,8 milioni di persone vivono in aree a elevato rischio sismico.

La classificazione sismica del territorio, del resto, è cambiata più volte proprio dopo i terremoti: molti comuni oggi classificati a rischio non lo erano quando i loro edifici sono stati costruiti, e questo è un punto che spiega gran parte della fragilità del costruito italiano meglio di qualsiasi accusa di malafede.


Il paradosso contabile

C'è un aspetto che merita attenzione, ed è metodologico prima che politico.

Del Superbonus energetico esiste una rendicontazione pubblica mensile, per regione, per tipologia di edificio, con il numero di asseverazioni, gli investimenti ammessi e la percentuale di lavori conclusi. ENEA la pubblica dal settembre 2021. Chiunque può sapere, mese per mese, quanti edifici italiani sono stati coibentati e quanti terawattora si risparmiano.

Sul miglioramento sismico non esiste una rendicontazione pubblica di analogo dettaglio e periodicità. Il sismabonus è compreso nell'impianto normativo del Superbonus, ma il monitoraggio mensile ENEA riguarda la componente di efficientamento energetico.

Contiamo i chilowattora risparmiati. Non contiamo, con la stessa precisione, gli edifici che hanno smesso di essere pericolosi. E ciò che non si misura, nel dibattito pubblico, tende a non esistere.


Il fascicolo che non si è mai fatto

La riforma di cui si parla dal dopoguerra e che non è mai stata approvata è il fascicolo del fabbricato: una sorta di cartella clinica dell'edificio, con le informazioni su come è stato costruito, quali modifiche ha subito e quanto è in grado di resistere a un sisma. Ingegneri, architetti e geologi lo indicano da decenni come precondizione di qualunque politica seria di prevenzione: non si mette in sicurezza ciò di cui non si conosce lo stato.

Le ragioni della mancata approvazione sono state discusse apertamente. Il fascicolo comporterebbe un costo per i proprietari, e in un Paese dove circa l'ottanta per cento delle famiglie possiede la casa in cui abita, renderlo obbligatorio sarebbe impopolare. C'è inoltre un timore, esplicitato nel dibattito, che la rilevazione faccia emergere una situazione di sicurezza statica peggiore dell'atteso, con effetti sui valori immobiliari.

È il punto in cui la prevenzione smette di essere una questione tecnica e diventa una questione di consenso.


Campi Flegrei: la mappa c'è, i fondi no

La stessa dinamica si osserva, in tempo reale, nell'area flegrea. Dopo le scosse del 2023 e del 2024, il decreto-legge 140/2023 ha previsto un Piano straordinario di analisi della vulnerabilità, approvato il 26 febbraio 2024, che comprende uno studio di microzonazione sismica, l'analisi della vulnerabilità dell'edilizia pubblica e privata e un programma di monitoraggio.

La prima fase è stata realizzata: una ricognizione areale su 9.078 edifici privati nei comuni di Pozzuoli, Bacoli e Napoli, con ispezione esclusivamente esterna e valore dichiaratamente statistico-probabilistico, restituita in una mappa pubblica a 442 celle consultabile da chiunque. È un lavoro serio, ed è più di quanto si sia fatto altrove.

Il passaggio successivo, però, mostra il limite del modello. Il sopralluogo di approfondimento, quello che prevede l'ispezione anche interna dell'edificio, deve essere richiesto dai cittadini tramite piattaforma. E alla mappatura del rischio non è finora seguito un piano di riqualificazione degli edifici privati con risorse paragonabili all'estensione del problema: nella zona rossa della pianificazione nazionale vivono circa cinquecentomila persone.

Mappare è indispensabile. Ma una mappa non tiene in piedi un solaio.


Perché la prevenzione non paga

Dal 24 agosto 2016 a oggi si sono succeduti sei governi, guidati da Renzi, Gentiloni, Conte, di nuovo Conte, Draghi e Meloni. Nessuno di essi ha fatto della prevenzione sismica una priorità di bilancio comparabile agli incentivi edilizi, e nessuno ne ha pagato un prezzo elettorale.

La ragione è strutturale e vale in ogni democrazia. La ricostruzione è visibile, misurabile, inaugurabile: c'è una cerimonia, c'è un taglio del nastro, c'è una comunità che ringrazia. La prevenzione, quando funziona, non produce nulla di visibile. Il suo risultato è un evento che non accade: un edificio che non crolla, un funerale che non c'è. È un successo che nessuno vede, per il quale nessuno ringrazia, e che matura su orizzonti temporali più lunghi di una legislatura.

Lo stesso schema si ripete altrove, con gli stessi effetti. Vale per i fiumi che esondano ciclicamente sugli stessi comuni. Vale per gli incendi boschivi, dove la legge 353 del 2000 impone ai comuni di realizzare il catasto delle aree percorse dal fuoco — l'atto senza il quale i vincoli sui terreni bruciati non scattano — e dove Legambiente denuncia da anni la mancata applicazione di quell'obbligo.

Si finanzia l'emergenza perché l'emergenza si vede. La prevenzione no.


Quello che resta

Un Paese non è obbligato a scegliere tra isolare le case dal freddo e impedire che crollino: sono due politiche che possono convivere, e in parte hanno convissuto, perché il sismabonus esisteva dentro lo stesso impianto.

Ma la proporzione tra le due, in dieci anni, è quella che è. Centotrentuno miliardi e mezzo da una parte. Duecentocinquanta milioni all'anno, contro un fabbisogno stimato di sette miliardi, dall'altra. E ottomilasettecentocinquantanove famiglie che, a dieci anni dalla notte del 24 agosto, non sono ancora tornate a casa.



Fonti:

  • Commissario straordinario per la ricostruzione sisma 2016, Rapporto annuale 2026, dati al 31 maggio 2026
  • ENEA, bollettino Superbonus al 31 maggio 2026; categorizzazione degli edifici aggiornata ad agosto 2023
  • Ufficio parlamentare di bilancio, analisi sul profilo distributivo delle detrazioni edilizie; rapporto Gli immobili in Italia
  • Banca d'Italia, audizione alla Commissione Bilancio della Camera sull'indagine conoscitiva relativa agli incentivi in materia edilizia
  • Struttura di missione Casa Italia, rapporto finale, 2017
  • Consiglio nazionale degli ingegneri, Centro studi, Costi dei terremoti in Italia
  • Ministero per la Protezione civile e le politiche del mare, Piano nazionale di prevenzione sismica, dicembre 2024
  • Dipartimento della Protezione civile, Piano straordinario di analisi della vulnerabilità dei Campi Flegrei ex art. 2 D.L. 140/2023; mappa della ricognizione areale
  • Legge 353/2000, art. 10, catasto delle aree percorse dal fuoco

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