Iattualità · Cronaca · di Nicola Ferrone ·
Sangue nei polmoni e segni di schiacciamento: cosa dice davvero l'autopsia su Fakir, e cosa ancora non può dire
Sei ore di esame, un pool di specialisti nominati dalla Procura, i consulenti di tutte le parti presenti. L'autopsia sul corpo di Abderrahim Fakir, il quarantaduenne di origine marocchina morto domenica diciannove luglio al rione Pilastro di Bologna durante un fermo di polizia, si è conclusa venerdì con due elementi che, secondo quanto trapelato da diverse fonti, costituiscono i primi punti fermi della vicenda: la presenza di sangue vivo nei polmoni e segni di schiacciamento. Due dati oggettivi che però, da soli, non rispondono ancora alla domanda decisiva: come e perché è morto Fakir. Ed è proprio la distanza tra ciò che l'esame ha accertato e ciò che resta da stabilire a definire questa fase dell'inchiesta, in un clima in cui la politica e le piazze sono già andate molto più avanti dei periti.
Cosa ha accertato l'esame, e cosa no
Il quadro emerso dagli accertamenti medico-legali, condotti dopo una tac ossea preliminare che non avrebbe evidenziato fratture, apre due strade interpretative che gli approfondimenti dei prossimi mesi dovranno dirimere. La prima riguarda lo schiacciamento: bisognerà stabilire se sia riconducibile alla fase del contenimento, quando l'uomo era ancora in vita, oppure se sia sopravvenuto dopo, durante le prolungate manovre di rianimazione praticate dai soccorritori. La seconda riguarda il sangue nei polmoni: secondo quanto riportato, gli esami dovranno chiarire se sia compatibile con una compressione toracica prolungata o se possa essere legato all'eventuale assunzione di sostanze, un punto su cui sarà decisivo l'esame tossicologico, i cui esiti sono attesi insieme a quelli istologici. Il consulente della famiglia ha parlato di un quadro che orienterebbe verso un'asfissia da compressione, precisando però che occorre attendere le conclusioni peritali; i difensori degli agenti sostengono che non vi sarebbe stata alcuna azione violenta e che sul corpo non sarebbero emersi segni riconducibili a percosse. Per le risposte definitive, i tempi tecnici sono stati fissati in 90 giorni. Fino ad allora, ogni ricostruzione resta un'ipotesi di parte.
I cinque minuti al centro dell'inchiesta
Il nodo attorno a cui ruota tutto è la dinamica del fermo, immortalata dai telefoni di decine di residenti di via Svevo e ora al vaglio della Squadra mobile, che sta acquisendo tutti i video disponibili. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, Fakir sarebbe rimasto per circa cinque minuti con il torace schiacciato al suolo mentre veniva immobilizzato con fascette a mani e piedi, e anche le prime manovre di rianimazione sarebbero state praticate mentre era ancora bloccato. Sono circostanze che l'inchiesta dovrà verificare fotogramma per fotogramma, insieme a un altro punto controverso: i tempi e le modalità dei soccorsi. Il difensore dei due agenti ha sostenuto che i poliziotti avrebbero chiesto due volte l'invio dell'automedica alla centrale operativa, circostanza che l'azienda sanitaria ha però smentito. Anche qui, saranno le registrazioni delle comunicazioni a stabilire chi ha ragione.
Il quadro giudiziario e il nodo del nuovo scudo
La Procura di Bologna procede per omicidio colposo. Sulla posizione formale dei due agenti e dei quattro operatori della Croce Rossa intervenuti, le ricostruzioni di stampa non sono univoche: secondo alcune testate i due poliziotti risulterebbero indagati, secondo altre l'iscrizione sarebbe avvenuta nella forma delle annotazioni preliminari prevista dalla recente normativa sulle garanzie per le forze dell'ordine, un istituto nuovo la cui applicazione concreta è essa stessa oggetto di dibattito. In ogni caso vale il principio che ripetiamo a ogni passaggio di questa vicenda: l'iscrizione in un registro, qualunque forma assuma, serve a consentire accertamenti garantiti e non equivale ad alcun giudizio di colpevolezza. Nel frattempo la Squadra mobile ha perquisito l'abitazione dell'uomo, sequestrando computer e telefoni; in casa, dove viveva con un cugino sentito come testimone, non sarebbero state trovate sostanze stupefacenti.
Chi era Fakir e la domanda sui servizi di salute mentale
Le indagini stanno ricostruendo anche il profilo della vittima e le ragioni della sua presenza al Pilastro quella mattina. Fakir era titolare di una piccola ditta di facchinaggio e distribuzione pubblicitaria. Un mese prima della morte, il venti giugno, si era presentato al pronto soccorso per un problema di natura psichiatrica ed era stato indirizzato al centro di salute mentale, dove nei giorni successivi era stato visitato, aveva ricevuto una prima diagnosi e una terapia, con un appuntamento di controllo fissato per i primi giorni di agosto. È un dettaglio che pesa, perché sposta la domanda dal solo operato dei singoli a una questione di sistema che riguarda tutta Italia: chi deve intervenire, e con quali strumenti, quando una persona con una fragilità psichica nota è in strada in evidente stato di alterazione? La risposta oggi, nella pratica, è quasi sempre una volante. Se sia la risposta giusta è una delle questioni che questo caso ha riportato al centro del dibattito pubblico.
Lo scontro politico e le piazze
Attorno all'inchiesta, intanto, il caso è diventato terreno di scontro istituzionale. Il ministro dell'Interno ha difeso pubblicamente l'operato dei due poliziotti, sostenendo che dai video emergerebbe un approccio "con la delicatezza che ci vuole in questi casi, e ha annunciato un piano per dotare gli agenti di migliaia di bodycam; ha inoltre criticato il sindaco di Bologna per il presidio convocato in piazza, al quale erano seguiti, a margine, scontri e danneggiamenti da parte di alcune centinaia di persone. Di segno opposto la reazione del legale della famiglia, che ha parlato di un'interferenza sull'attività della magistratura, ricordando che diversi esponenti del governo si erano già espressi a favore degli agenti prima ancora degli accertamenti, e definendo la vicenda una questione che investe lo Stato. In diverse città italiane si sono svolte manifestazioni per chiedere verità sulla morte dell'uomo, e per domenica è annunciato un nuovo momento di ricordo al Pilastro. È la dinamica che avevamo segnalato fin dal primo giorno: due tifoserie che hanno già emesso il loro verdetto, in direzioni opposte, mentre l'unico verdetto che conta è ancora lontano novanta giorni.
Quello che sappiamo, quello che aspettiamo
Riepilogando i fatti fermi: un uomo è morto durante un fermo di polizia, davanti a decine di telecamere improvvisate; l'autopsia ha rilevato sangue vivo nei polmoni e segni di schiacciamento, senza fratture; la Procura procede per omicidio colposo; gli esami istologici e tossicologici e l'analisi dei video diranno se e dove ci sono responsabilità, degli agenti, dei soccorsi, del sistema, o di nessuno. Fino ad allora, nessuna versione può dirsi accertata: né la condanna anticipata degli agenti, né la loro assoluzione anticipata. È la posizione che abbiamo tenuto dal primo giorno e che manterremo fino alle conclusioni, dando conto di ogni sviluppo verificato: perché in una vicenda in cui tutti hanno fretta di avere ragione, l'unico servizio utile è avere pazienza insieme ai fatti.