Iattualità · Geopolitica · di ·

Hamas scioglie il governo di Gaza dopo vent'anni. Ma i tecnocrati che dovrebbero sostituirlo sono bloccati al Cairo

Il 6 luglio il movimento islamista ha annunciato le dimissioni del comitato di emergenza e il passaggio dei poteri al Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza. Israele parla di "spin mediatico". E i nodi veri — disarmo e ritiro — restano tutti sul tavolo.

Hamas scioglie il governo di Gaza dopo vent'anni. Ma i tecnocrati che dovrebbero sostituirlo sono bloccati al Cairo

Diciannove anni dopo aver preso il controllo della Striscia con la forza, Hamas ha annunciato di lasciare il governo di Gaza. L'annuncio è arrivato il 6 luglio, in una conferenza stampa a Gaza City: il capo del comitato di emergenza, Mohammed al-Farra, ha presentato le dimissioni e l'intera struttura di governo civile è stata sciolta "per facilitare la transizione amministrativa e governativa al Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza", ha dichiarato Ismail al-Thawabta, direttore dell'ufficio stampa del governo di Hamas. Sulla carta, è una svolta storica. Hamas amministra la Striscia dal 2007, quando espulse con le armi il movimento rivale Fatah dopo la vittoria alle legislative del 2006 — le ultime elezioni mai tenute nei Territori. Da allora nessun altro soggetto ha governato Gaza. La rinuncia formale al potere civile è la condizione centrale della road map internazionale nata con il cessate il fuoco dell'ottobre 2025, mediato dagli Stati Uniti.


Chi dovrebbe governare adesso

I poteri passano al Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza (NCAG): quindici tecnocrati palestinesi indipendenti, guidati da Ali Shaath, nominati nei mesi scorsi sotto la supervisione del Board of Peace, l'organismo internazionale presieduto da Donald Trump e istituito con il cessate il fuoco. Il suo mandato riguarda l'amministrazione civile: scuole, ospedali, servizi, ricostruzione. C'è però un dettaglio che pesa quanto l'annuncio stesso: quei quindici tecnocrati non sono a Gaza. La sede del comitato è al Cairo, e finora Israele non ha autorizzato l'ingresso dei suoi funzionari nella Striscia. Shaath ha dichiarato che il comitato è "pienamente preparato ad assumere le proprie responsabilità non appena saranno disponibili le risorse e le capacità necessarie", indicando come requisiti "un'unica autorità, un'unica legge con un mandato chiaro e un'unica forza armata sotto l'autorità di questa singola entità". Un'amministrazione, cioè, che oggi esiste sulla carta ma non sul territorio che dovrebbe governare.


Le due letture

Per Hamas, la mossa serve a "eliminare qualsiasi pretesto per l'occupazione", come ha dichiarato all'Afp il portavoce Hazem Qassem. Il messaggio è rivolto tanto alla comunità internazionale quanto al Board of Peace: il movimento sostiene di aver fatto la propria parte. La lettura israeliana è opposta. Una fonte governativa citata da Channel 11 ha definito l'annuncio "uno spin mediatico privo di significato", in cui "tutti i membri rimangono nel loro ruolo": Hamas, secondo questa versione, temerebbe di essere indicata come la parte che viola l'accordo e starebbe semplicemente prendendo tempo. Un elemento concreto alimenta i dubbi. Lo stesso al-Thawabta ha precisato che i circa cinquantamila dipendenti pubblici resteranno al loro posto per evitare un vuoto amministrativo — passaggio comprensibile in qualsiasi transizione — ma anche che il ministero dell'Interno continuerà a gestire la sicurezza. Ed è esattamente il punto che più preoccupa gli oppositori del movimento: si può parlare di rinuncia al potere se le armi e il controllo della sicurezza restano nelle stesse mani?


I nodi che l'annuncio non tocca

Perché è qui che la partita si decide, ed è qui che l'annuncio del 6 luglio non cambia nulla. Il primo nodo è il disarmo: Hamas ha sempre sostenuto che deporrà le armi solo nell'ambito di un'iniziativa politica palestinese, formula che Israele respinge. Il secondo è il ritiro israeliano: oggi circa il 60 per cento della Striscia resta sotto controllo dell'esercito israeliano, con quasi due milioni di palestinesi concentrati nell'area rimanente. Il Board of Peace ha preso atto dell'annuncio con una nota prudente ma netta: ogni valutazione sarà basata sui comportamenti concreti, non sulle dichiarazioni. Contano i fatti, non le promesse.


 Cosa guardare adesso 

Tre passaggi diranno se la transizione è reale. Il primo: se e quando i tecnocrati del NCAG entreranno fisicamente a Gaza — finché restano al Cairo, il trasferimento dei poteri resta un atto formale. Il secondo: cosa accadrà al ministero dell'Interno e agli apparati di sicurezza, il vero centro del potere di Hamas sul territorio. Il terzo: le mosse del Board of Peace, che dovrà certificare — o negare — che l'accordo viene rispettato, da entrambe le parti. Fino ad allora, la domanda resta aperta: vera transizione, o partita a scacchi in cui nessuno cede davvero?


Fonti: 

  • ANSA
  •  AGI
  • Afp
  • Channel 11
  • Il Fatto Quotidiano
  • Domani
  •  RSI

Altri articoli in Geopolitica