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Ponte Morandi, la sentenza che rompe l'alibi del destino

Dodici anni all'ex amministratore delegato di Autostrade per l'Italia. Trentadue condanne, venticinque tra assolti e prescritti. Ma il primo grado non è la parola finale, e un pezzo importante dell'impianto accusatorio non ha retto.

Ponte Morandi, la sentenza che rompe l'alibi del destino

Il 16 luglio 2026, alle due del pomeriggio, il presidente della prima sezione penale del Tribunale di Genova ha cominciato a leggere il dispositivo. Fuori dall'aula, e dentro la tensostruttura allestita per contenere il processo, c'erano i familiari delle quarantatré persone morte alle 11:36 del 14 agosto 2018, quando una campata del viadotto Polcevera dell'autostrada A10 è collassata su se stessa.

Da quel giorno erano passati 2.893 giorni. Quasi otto anni.

La pena più alta è andata a Giovanni Castellucci, all'epoca del crollo amministratore delegato di Autostrade per l'Italia e di Atlantia: dodici anni di reclusione. La procura ne aveva chiesti diciotto e sei mesi; i giudici lo hanno ritenuto responsabile di crollo colposo e omicidio stradale, assorbendo il reato di omicidio colposo semplice. Castellucci non era in aula: si trova già in carcere per scontare una condanna definitiva legata all'incidente del 2013 sul viadotto Acqualonga, in provincia di Avellino, dove un pullman precipitò per trenta metri e morirono quaranta persone.
Undici anni sono stati inflitti a Michele Donferri Mitelli, ex numero tre di Aspi ed ex responsabile delle manutenzioni. Sei anni a Gabriele Camomilla, ex direttore delle manutenzioni; cinque anni e sei mesi a Paolo Berti, ex direttore centrale operazioni di Aspi, e ad Antonino Galatà, ex amministratore delegato di Spea. Cinque anni a Mauro Coletta, ex direttore della vigilanza sulle concessioni autostradali del Ministero delle Infrastrutture, e quattro anni e due mesi a Carmine Testa, ex direttore dell'ufficio ispettivo territoriale del Ministero a Genova.

ll numero che conta davvero

Trentadue condanne, per un totale che si avvicina ai duecento anni di reclusione. Venticinque tra assolti e prescritti. La pena più bassa — un anno, undici mesi e cinque giorni — è stata comminata a cinque imputati.
È qui che vale la pena rallentare, perché è il punto in cui le sintesi tendono a scivolare. Questa non è una sentenza che condanna tutti. Su cinquantasette imputati, quasi la metà è uscita dal processo senza una condanna, in alcuni casi con formule piene: per non avere commesso il fatto", "perché il fatto non costituisce reato", "perché il fatto non sussiste". Alcune posizioni si sono chiuse per prescrizione — che non è un'assoluzione, ma nemmeno un accertamento di responsabilità.
E poi c'è un dato che l'accusa ha incassato come una sconfitta parziale: l'aggravante lavoristica è stata esclusa. Il procuratore di Genova, Nicola Piacente, subito dopo la lettura, ha detto che  la tesi accusatoria è stata in buona parte confermata, ma  ha anche annunciato che su quel mancato riconoscimento la procura farà appello.

Tradotto: nemmeno chi ha vinto ritiene di aver vinto tutto.


 Che cosa sostenevano l'accusa e le difese

Secondo l'impianto della procura, buona parte degli imputati sarebbe stata a conoscenza dei segnali di degrado della struttura — e quindi della possibilità di crollo — senza fare nulla per evitarlo, allo scopo di risparmiare sui costi di manutenzione e aumentare i profitti dell'azienda.Nel dibattimento è emerso che l'esigenza di interventi era stata segnalata in più relazioni nel corso degli anni, e che lo stesso progettista Riccardo Morandi, già nel 1979, aveva rilevato fenomeni aggressivi di origine chimica sulle superfici esterne, raccomandando di proteggerle
La difesa di Castellucci, come quella di molti altri imputati, si è invece costruita attorno alla tesi del "vizio occulto": un difetto costruttivo risalente agli anni Sessanta che nessun tecnico avrebbe potuto individuare. Dopo la sentenza, uno dei suoi legali, Giovanni Paolo Accinni, ha sintetizzato così la posizione della difesa:"Si è cercato il colpevole ma non la colpa". L'altro difensore, Guido Carlo Alleva, ha parlato di una deriva verso una concezione della colpa come responsabilità di posizione, annunciando che leggeranno le motivazioni e non lasceranno nulla di intentato.
L'appello, in altre parole, è dato per certo da entrambe le parti. E qui va detta una cosa che nel racconto di giornata si perde quasi sempre: **queste condanne non sono definitive**. Vale la presunzione di non colpevolezza fino al terzo grado — un principio che il procuratore stesso ha tenuto a ricordare. Le motivazioni della sentenza saranno depositate entro tre mesi: fino ad allora, il ragionamento con cui i giudici sono giunti a queste pene resta, letteralmente, non scritto.

Il pezzo che manca dal processo penale

C'è un elemento che spiega molte cose sul perimetro di questa vicenda. Aspi e Spea Engineering, le due società che avrebbero dovuto sorvegliare lo stato del viadotto, sono uscite dal processo penale con un patteggiamento da circa trenta milioni di euro. Quasi tutti i familiari delle vittime hanno accettato un risarcimento dall'azienda — circostanza che, per regolamento, ha impedito loro di costituirsi parte civile. I risarcimenti civili complessivi si aggirano intorno ai sessanta milioni di euro.È stato poi ammesso come parte civile il comitato "Ricordo Vittime Ponte Morandi".
Nel frattempo la proprietà è cambiata. Nel 2021 Atlantia — il cui socio di riferimento era la famiglia Benetton — ha ceduto le proprie quote di Aspi per 8,2 miliardi di euro a Cassa Depositi e Prestiti, controllata all'83 per cento dal Ministero dell'Economia.
Il risultato è che il processo ha giudicato persone, non l'assetto che le ha rese possibili. Le società hanno pagato prima, in sede negoziale. La concessione è passata di mano. E i cinquantasette al banco degli imputati sono stati chiamati a rispondere di scelte che, secondo l'accusa, rispondevano a una logica aziendale — una logica che, in un processo penale, non ha un imputato.

La lettera arrivata otto anni dopo

Alla vigilia della sentenza, l'attuale amministratore delegato di Aspi, Arrigo Giana, ha pubblicato una lettera sul Corriere della Sera e sul Secolo XIX per chiedere scusa di crollo. Nel testo, Giana prendeva le distanze dalla gestione precedente, parlava di un'esigenza morale e di ferite indelebili causate dalle scelte di alcuni, sottolineando che Aspi è oggi una società diversa, sotto controllo pubblico.
La reazione del comitato dei familiari è stata fredda: le scuse, hanno fatto sapere, non bastano se non seguono i fatti.
Otto anni di silenzio e poi una lettera il giorno prima del verdetto. Non spetta a noi stabilire se sia un gesto sincero o una mossa di posizionamento. Ma il tempismo è un fatto, e i familiari lo hanno letto per quello che è.

Perché ci sono voluti otto anni

Questa è la domanda che resta anche dopo il dispositivo, e merita una risposta onesta, non retorica.
Il crollo è dell'agosto 2018. Le prime iscrizioni nel registro degli indagati sono del 6 settembre 2018: venti nomi, saliti poi a cinquantanove, con tre filoni d'indagine paralleli — i falsi report sui viadotti, le barriere fonoassorbenti, i report sulle gallerie — successivamente riuniti. Il dibattimento è iniziato il 7 luglio 2022 ed è durato quattro anni. In mezzo: 287 udienze — ANSA ne conta 284 — 282 testimoni sentiti, quattro periti, dodici imputati esaminati, 168 parti civili rimaste su oltre duecento inizialmente ammesse. Centododici capi di imputazione.
Quindi: non otto anni di aula. Tre anni e mezzo di indagini su una mole documentale enorme, poi quattro anni di dibattimento. Chiamarla lentezza è comodo; chiamarla complessità è più preciso. Il problema è che la distinzione, per chi ha perso qualcuno, non cambia niente. Il pubblico ministero Massimo Terrile, magistrato di turno quel 14 agosto, che quel processo lo aveva voluto e studiato documento per documento, è andato in pensione ed è morto a maggio: non ha visto la fine.
Otto anni sono anche il tempo in cui una vicenda smette di essere notizia e diventa archivio.

Che cosa questa sentenza dice — e che cosa no

Dice, secondo il dispositivo, che il crollo di un'infrastruttura non è un evento naturale, e che la catena di responsabilità non si ferma al tecnico che compila il report. Raffaele Caruso, avvocato del comitato dei familiari, lo ha riassunto così: il crollo era evitabile, e chi ha sbagliato è stato condannato. È un'affermazione di parte civile, ma trova un aggancio nel fatto che tra i condannati ci sono ex vertici societari ed ex funzionari ministeriali, non solo esecutori.
Non dice, però, che il sistema delle concessioni sia stato giudicato. Non dice che la manutenzione delle altre infrastrutture italiane sia oggi adeguata. Non dice nulla, ancora, sul *perché* giuridico: le motivazioni arriveranno tra mesi, e sarà quello il testo su cui si combatterà l'appello.
E soprattutto non è definitiva. Se e come reggerà, lo sapremo tra anni.
Egle Possetti, presidente del comitato — nel crollo ha perso la sorella, il cognato e i nipoti — ha commentato con una prudenza che dice molto: "La condanna a 12 anni ci può stare, ma dobbiamo capire tutto il resto". Il suo appello, ripetuto prima della sentenza, riguardava un altro terreno: che la prevenzione smetta di essere considerata un costo e diventi un investimento.
Quello è un terreno su cui non decide un tribunale.
C'è chi, oggi, legge questa sentenza come uno spartiacque: la prova che in Italia una catena di comando può essere chiamata a rispondere dei morti che produce, e non solo l'ultimo anello. C'è chi la legge come un rito che si consuma troppo tardi per incidere: pene ridotte rispetto alle richieste, aggravante caduta, appello alle porte, e nel frattempo la concessione già passata allo Stato e le società uscite con un assegno.
Le due letture non si smentiscono a vicenda. Possono essere vere insieme.
La domanda che resta aperta è quella che il diritto non può risolvere: se da domani chi gestisce ponti, viadotti e gallerie leggerà queste trentadue condanne come un precedente da temere — o come un rischio da mettere a bilancio.


Fonti:

  • ANSA — Ponte Morandi: Castellucci condannato a 12 anni, la Procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi
  • ANSA — Il crollo del ponte Morandi, dopo 8 anni arriva la sentenza
  • Il Post — La sentenza di primo grado per il crollo del ponte Morandi a Genova
  • Il Sole 24 Ore — Ponte Morandi: ex ad Castellucci condannato a 12 anni. Dopo otto anni lettera di scuse dell'Aspi
  • Il Fatto Quotidiano — Crollo ponte Morandi, la sentenza: l'ex ad di Autostrade Castellucci condannato a 12 anni
  • La Nazione — Sentenza Ponte Morandi: 12 anni a Castellucci, 5 all'ex direttore della vigilanza del Mit
  • Fanpage — Crollo ponte Morandi, sentenza di primo grado: 32 condanne per quasi 200 anni di carcere
  • Genova Quotidiana — Crollo del ponte Morandi, tutte le condanne e le assoluzioni: il verdetto per i 57 imputati
  • TGCom24 — Genova, è il giorno della sentenza di primo grado per il crollo del ponte Morandi
  • Virgilio Notizie — Sentenza sul crollo del ponte Morandi a Genova, Castellucci condannato a 12 anni di carcere

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