Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Monopattini assicurati, strade senza controlli: quando la legge diventa un consiglio
Dal 16 luglio ogni monopattino elettrico privato che circola in Italia deve essere coperto da una polizza di responsabilità civile. È il terzo tassello della sequenza di obblighi introdotta dalla riforma del Codice della strada approvata a fine 2024: prima il casco, poi il contrassegno identificativo, ora l'assicurazione. Sulla carta il quadro normativo è ormai completo, con regole di circolazione, identificazione del mezzo e tutela patrimoniale di chi subisce un danno. Nella realtà, i numeri raccontano un Paese in cui la produzione di norme viaggia a una velocità e la loro applicazione a un'altra, molto più lenta, quando non ferma del tutto. Ed è questo, più del costo della polizza, il vero tema di cui vale la pena discutere: a cosa serve una legge che nessuno fa rispettare?
Cosa cambia dal 16 luglio
L'obbligo assicurativo riguarda, secondo le stime circolate in questi giorni, circa un milione di proprietari privati. La copertura è quella classica della responsabilità civile: risarcisce i danni causati a terzi durante la guida, dalle lesioni a pedoni e ciclisti ai danni ad altri veicoli. Secondo i calcoli di Assoutenti, una polizza base costa tra i 35 e i 55 euro l'anno, cifra che può salire fino a circa 150 euro con le garanzie accessorie, per una spesa complessiva stimata attorno ai 50 milioni di euro annui a carico dei cittadini. Chi circola senza copertura rischia una sanzione da 100 a 400 euro. Due dettagli tecnici meritano attenzione. Il primo: per essere valida, la polizza deve riportare il codice del contrassegno identificativo del mezzo, il che esclude le generiche polizze di responsabilità civile del capofamiglia. Il secondo: per i primi due anni non è previsto l'indennizzo diretto. Una circolare del Ministero delle Imprese e del made in Italy del 24 aprile ha stabilito un periodo di osservazione per monitorare i costi reali dei sinistri, con l'Ivass chiamata a riferire ogni sei mesi; nel frattempo si applicherà la procedura di risarcimento ordinaria, tendenzialmente più lunga e onerosa proprio per chi il danno lo subisce.
I numeri che smentiscono la Gazzetta Ufficiale
Fin qui la norma. Poi c'è la strada. Il contrassegno identificativo, il cosiddetto targhino, è obbligatorio dal 16 maggio. Al 30 giugno, secondo i dati diffusi dal Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, i contrassegni rilasciati in tutta Italia erano 133.135. Se la platea dei monopattini privati è davvero vicina al milione, significa che a pochi giorni dall'entrata in vigore dell'obbligo assicurativo risulta identificato circa un mezzo su otto. Gli altri sette, per lo Stato, semplicemente non esistono. La distribuzione territoriale aggrava il quadro: Milano e Roma concentrano da sole quasi la metà dei contrassegni, rispettivamente 33.316 e 27.900, mentre una città come Napoli si ferma poco sopra quota duemila. Quanto al casco, obbligatorio per tutti dal dicembre 2024, non servono statistiche ministeriali: basta osservare un incrocio qualsiasi di una città italiana per constatare quanto l'obbligo sia rimasto, nella maggioranza dei casi, lettera morta. Il presidente di Assoutenti Gabriele Melluso lo ha detto senza giri di parole: "i controlli da parte delle forze dell'ordine sono del tutto insufficienti". Non è un'accusa ideologica, è la constatazione di un dato osservabile a occhio nudo.
Il corto circuito della targa
C'è poi un paradosso amministrativo che meriterebbe un posto nei manuali di diritto pubblico. Per assicurare il monopattino serve il codice del contrassegno; ma ottenere il contrassegno, come documentato da diverse testate, non è affatto immediato. La richiesta si presenta online sul portale dell'automobilista, il ritiro però avviene fisicamente in motorizzazione, su appuntamento, e in molte città gli appuntamenti scarseggiano. Il risultato è che una parte dei cittadini che vorrebbe mettersi in regola non può materialmente farlo nei tempi previsti, non per negligenza propria ma per i colli di bottiglia della macchina pubblica. Non è un dettaglio marginale: lo stesso obbligo assicurativo era inizialmente fissato al 16 maggio ed è slittato di due mesi su richiesta del comparto assicurativo, anche a causa di problemi di interconnessione tra le banche dati della motorizzazione e quelle gestite dall'Ania, senza le quali le compagnie non potevano materialmente emettere le polizze. Gli operatori dello sharing, che pure risultano già in regola da tempo, hanno lamentato pubblicamente una concentrazione di obblighi in pochi mesi e un portale pubblico inizialmente non funzionante. In altre parole: lo Stato ha imposto scadenze che lo Stato stesso, e la filiera privata che vi si appoggia, non erano pronti a gestire. C'è infine un rischio poco raccontato, segnalato da chi lavora nel settore assicurativo: molte polizze prevedono la rivalsa. Se il conducente causa un incidente violando il Codice, per esempio guidando in due o senza casco, la compagnia risarcisce il terzo danneggiato ma può poi chiedere le somme indietro all'assicurato, salvo clausole specifiche di rinuncia. Vista la frequenza di questi comportamenti sulle strade italiane, il rischio concreto è che molti si credano coperti senza esserlo davvero.
Torino, l'eccezione che misura la regola
L'unico dato strutturato sui controlli arriva da Torino, dove l'assessore alla Sicurezza Marco Porcedda ha riferito in Consiglio comunale i numeri della polizia locale: dall'entrata in vigore delle nuove norme, 103 servizi dedicati e 998 sanzioni, di cui 166 per mancato uso del casco, 80 per mancata esposizione del contrassegno, 29 per trasporto di passeggeri e 693 per altre infrazioni, in larga parte soste irregolari. Sono numeri che testimoniano un impegno reale, ma che restituiscono anche la misura del problema: se una grande città con un'attività di controllo dichiarata produce un migliaio di verbali in un mese e mezzo, è legittimo chiedersi cosa accada nelle decine di città dove un'attività analoga non risulta nemmeno comunicata. Nel frattempo, sempre secondo i dati riferiti dall'assessore, tra il dicembre 2024 e il giugno 2026 a Torino si sarebbero contati 577 incidenti con monopattini, con 4 morti e 552 feriti. E a livello nazionale, stando a quanto riportato da Sky TG24 a metà giugno, le vittime nel solo 2026 sarebbero già almeno sei. Il problema, insomma, non è teorico.
Un'applicazione a geometria variabile
Che in Italia l'applicazione delle regole dipenda dal codice di avviamento postale non è un'iperbole polemica. Lo suggerisce un confronto emerso in questi stessi giorni: secondo i calcoli del Codacons, negli ultimi cinque anni gli autovelox avrebbero fruttato alle grandi città oltre 300 milioni di euro, ma con squilibri enormi, dagli 86 milioni di Firenze e i 52 di Milano ai circa 59mila euro di Napoli. Non è la fotografia di stili di guida radicalmente diversi: è la fotografia di amministrazioni che controllano e amministrazioni che non controllano. Il rischio, già evocato dalle associazioni dei consumatori, è che anche l'obbligo assicurativo sui monopattini finisca dentro lo stesso schema: rispettato e sanzionato in alcune città, ignorato in altre, con buona pace del principio di uguaglianza davanti alla legge.
Cosa servirebbe davvero
Sia chiaro: la sequenza casco, targa, assicurazione ha una logica interna difficilmente contestabile. Proteggere chi guida, identificare il mezzo, garantire chi subisce un danno. Il punto non è la direzione, è il metodo. Una norma diventa regola solo quando incontra tre condizioni: procedure semplici per chi vuole rispettarla, controlli credibili per chi non vuole, sanzioni effettivamente applicate. Oggi manca, in tutto o in parte, ciascuna delle tre. Servirebbero contrassegni interamente digitali o recapitati a domicilio, senza passaggi in motorizzazione; banche dati realmente interoperabili tra motorizzazione, compagnie e forze dell'ordine, per rendere possibile la verifica automatica della copertura come già avviene per le automobili; e organici della polizia locale adeguati, perché finché i controlli sui monopattini restano iniziative spot e non attività sistematica, l'obbligo resterà un fatto statistico più che un fatto reale. In assenza di tutto questo, l'alternativa sarebbe almeno l'onestà intellettuale di ammettere che si sta legiferando per mandare un segnale, non per cambiare la realtà.
La lezione più antica del diritto italiano
Il fenomeno, del resto, ha radici letterarie prima ancora che giuridiche: le gride di manzoniana memoria venivano ripetute e inasprite proprio perché sistematicamente inapplicate. Tre obblighi introdotti in un anno e mezzo, un tasso di adesione alla targa attorno al 13 per cento, controlli documentati pubblicamente in una sola grande città: il caso dei monopattini non è una storia di mobilità urbana, è un ritratto del rapporto tra lo Stato italiano e le sue regole. Le leggi che non vengono fatte rispettare non sono leggi più miti: sono leggi che educano i cittadini a non prenderle sul serio. E questo, alla lunga, costa molto più di 55 euro l'anno.
Fonti:
- Sky TG24, "Monopattini, scatta l'obbligo di assicurazione: può costare fino a 55 euro", 14 luglio 2026 (dati Assoutenti, Mimit, Mit, Comune di Torino, Codacons)
- Il Post, "Arriva l'obbligo di assicurazione per i monopattini elettrici", 13 luglio 2026 (proroga, banche dati Ania, procedura contrassegni, rivalsa)
- Il Fatto Quotidiano, "Scatta l'obbligo di assicurazione per i monopattini elettrici", 13 luglio 2026
- Sky TG24, "Monopattini, già sei vittime nel 2026", 14 giugno 2026