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Il riso crolla del 40%, la frutta si svende all'ingrosso: ma al supermercato i prezzi salgono. Viaggio nella forbice tra campo e scaffale

Il risone Arborio e Carnaroli è pagato ai produttori fino al 50% in meno rispetto a un anno fa, e il caldo estremo sta facendo scendere i prezzi della frutta all'ingrosso. Eppure allo scaffale albicocche e pesche costano oltre il 14% in più. I dati di Coldiretti, ISMEA, BMTI e ISTAT raccontano una filiera in cui il valore si ferma sempre più lontano dai campi.

Il riso crolla del 40%, la frutta si svende all'ingrosso: ma al supermercato i prezzi salgono. Viaggio nella forbice tra campo e scaffale
L'estate 2026 sta consegnando all'agricoltura italiana un paradosso che si ripete a ogni stagione, ma raramente con questa evidenza. Nei campi e nei mercati all'ingrosso i prezzi di alcuni prodotti simbolo del made in Italy stanno scendendo, in certi casi crollando. Al supermercato, però, il consumatore non se ne accorge: paga come prima, e per alcuni prodotti paga persino di più.
Il caso più clamoroso è quello del riso. Secondo l'allarme lanciato da Coldiretti a fine maggio, nella campagna commerciale 2025/2026 le quotazioni del risone — il riso grezzo pagato ai produttori — hanno subito un calo drastico e repentino, con le varietà da risotto simbolo del made in Italy, come Arborio e Carnaroli, che in alcuni casi registrano riduzioni comprese tra il 40% e il 50% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente. Nelle borse merci di Novara e Vercelli, riferisce il portale specializzato RisoItaliano, la discesa è stata definita dagli stessi operatori un vortice ribassista, con nuovi minimi registrati seduta dopo seduta e alcune varietà scambiate solo a prezzi inferiori a quelli ufficiali di listino. La protesta è arrivata al punto che Coldiretti, Cia e Confagricoltura hanno abbandonato il tavolo per la revisione del contratto tipo di vendita del risone presso la Camera di Commercio di Vercelli, giudicando i prezzi attuali al di sotto di qualsiasi soglia di sostenibilità.
Sul fronte dell'ortofrutta, il meccanismo è diverso ma il risultato per il produttore è simile. L'ondata di caldo che sta investendo la penisola accelera la maturazione e il deperimento dei prodotti freschi. Il Sole 24 Ore ha documentato come le alte temperature, insieme a un'annata produttiva positiva per pesche e albicocche, stiano aumentando la quantità di prodotto disponibile e penalizzando i listini all'ingrosso. Le rilevazioni settimanali di Borsa Merci Telematica Italiana e Italmercati sui mercati di Milano, Bologna, Padova e Roma confermano il quadro: le albicocche mostrano prezzi in calo perché il caldo impone una commercializzazione rapida del prodotto, i fichi hanno subito un veloce ribasso delle quotazioni per lo stesso motivo, pesche e nettarine sono scese su livelli inferiori a quelli del giugno precedente. Chi vende all'ingrosso, in sostanza, deve abbassare il prezzo oggi per non buttare il prodotto domani.

LO SCAFFALE RACCONTA UN'ALTRA STORIA
Se dai mercati generali ci si sposta al banco frutta del supermercato, i numeri cambiano direzione. Secondo le rilevazioni ISTAT segnalate dal Codacons, i prezzi al consumo della frutta estiva mostrano rialzi a doppia cifra su base annua: le albicocche costano il 14,4% in più, pesche e nettarine il 13,7% in più, i frutti di bosco il 17,2% in più. Aumentano anche ciliegie (+6,9%), uva (+9,5%) e meloni (+7,9%).
Per il riso il fenomeno è ancora più evidente, perché il crollo all'origine è più profondo. Gli operatori di mercato citati da RisoItaliano riferiscono che il consumo al dettaglio di Arborio e Carnaroli si è arenato proprio a causa dei prezzi elevati mantenuti sugli scaffali, prezzi fissati in parte per assorbire il costo del risone acquistato a quotazioni ben più alte a inizio campagna. Il risultato è che molti consumatori stanno ripiegando su confezioni generiche di riso da risotto, meno costose. Il paradosso è completo: il produttore incassa la metà, il consumatore paga come prima, e il prodotto di punta perde mercato.

RIAVVOLGIAMO: COME SI FORMA IL PREZZO CHE PAGHIAMO
Per capire questa forbice bisogna partire da un dato strutturale: il prezzo all'origine — quello che incassa l'agricoltore, rilevato da ISMEA — è solo una frazione del prezzo finale. Tra il campo e lo scaffale ci sono raccolta, selezione, confezionamento, logistica, trasporto refrigerato, stoccaggio, perdite di prodotto e margini commerciali di più passaggi.
La fotografia più completa di questa catena l'ha scattata ISMEA nel suo Rapporto sull'agroalimentare italiano. Su 100 euro spesi dal consumatore per prodotti agricoli freschi, meno di 20 euro remunerano il valore aggiunto degli agricoltori; e una volta sottratti ammortamenti e salari, all'agricoltore resta un utile di appena 7 euro, contro i circa 19 euro del macro-settore del commercio e trasporto. Per i prodotti trasformati — categoria in cui rientra il riso confezionato — il quadro è ancora più sbilanciato: l'utile dell'agricoltore scende a 1,5 euro su 100 di spesa, quello dell'industria a 2,2 euro, mentre commercio e trasporto trattengono 13,1 euro. Lo stesso istituto parla esplicitamente di squilibri strutturali nella distribuzione del valore lungo la filiera, con le fasi più a valle — logistica e distribuzione — in grado di trattenere la quota più elevata del valore finale, a discapito soprattutto della fase agricola.
C'è poi un secondo meccanismo, ben noto agli economisti: l'asimmetria nella trasmissione dei prezzi. I prezzi al dettaglio tendono a salire in fretta quando i costi all'origine aumentano, ma a scendere lentamente — quando scendono — dopo un crollo a monte. Le variazioni dei campi arrivano allo scaffale con settimane o mesi di ritardo, e in forma attenuata. È il motivo per cui, come rilevava ISTAT già a inizio anno, i prezzi al consumo dei vegetali freschi possono muoversi in direzione opposta rispetto a quelli all'origine nello stesso periodo.

LE RAGIONI DELLA DISTRIBUZIONE
Va detto con chiarezza: la forbice non è, di per sé, la prova di una speculazione. La grande distribuzione organizzata sostiene costi reali e crescenti — energia per la catena del freddo, carburanti, logistica, personale, invenduto — e i listini al consumo incorporano anche gli acquisti fatti nei mesi precedenti a prezzi più alti, come nel caso del riso comprato a inizio campagna. Le analisi sulla catena del valore mostrano inoltre che una parte consistente del prezzo finale è assorbita da costi esterni come packaging, trasporto e promozione, mentre l'utile netto complessivo della filiera è una quota relativamente piccola della spesa.
Resta però un dato aritmetico difficile da aggirare: quando il prezzo di acquisto della materia prima crolla del 40-50% e il prezzo di vendita al consumatore resta invariato o addirittura sale, il margine lordo di chi sta in mezzo si allarga, almeno temporaneamente. E resta un dato distributivo certificato da ISMEA: nella ripartizione del valore, la fase agricola è quella strutturalmente più debole, con il potere contrattuale più basso e la quota di utile più sottile. Non a caso il Codacons ha chiesto controlli più rigorosi per evitare rincari ingiustificati, in particolare nelle località turistiche dove la domanda estiva è più rigida.

IL CASO RISO: UNA CRISI CHE VIENE DA LONTANO
Il crollo delle quotazioni del risone non si spiega solo con le dinamiche di filiera interna. Secondo Coldiretti pesano lo squilibrio tra domanda e offerta, con l'industria risiera in fase di attesa e acquisti discontinui, e la pressione crescente delle importazioni da Paesi extraeuropei, favorite dal calo dei noli marittimi e da un andamento valutario favorevole. Sul piano regolatorio, le organizzazioni agricole hanno criticato l'ultima votazione del Parlamento europeo sulla revisione del regolamento SPG — il sistema di preferenze commerciali con alcuni Paesi extra-UE — per non aver introdotto una clausola di salvaguardia automatica sufficientemente efficace, cioè un meccanismo che consenta di reintrodurre rapidamente dazi quando un settore entra in sofferenza per l'eccessiva concorrenza estera. I produttori denunciano inoltre una concorrenza non equa: in diversi Paesi esportatori vengono utilizzati principi attivi vietati da anni nell'Unione europea.
Il tutto mentre i costi di produzione restano elevati: secondo Coldiretti Vercelli-Biella, i concimi hanno registrato aumenti fino al 70%, e la compressione dei margini mette a rischio la sostenibilità economica stessa della risicoltura italiana — un comparto in cui l'Italia è il primo produttore europeo. Le superfici coltivate, per ora, tengono: le semine della campagna in corso risultano in linea con il 2025. Ma se i prezzi restano sotto i costi, l'allarme delle organizzazioni agricole è che migliaia di aziende risicole rischino di non reggere.

IL CASO FRUTTA: QUANDO IL CALDO DETTA I PREZZI
Per l'ortofrutta il quadro è più sfumato, e merita onestà nel raccontarlo: il caldo non spinge tutti i prezzi nella stessa direzione. Sui mercati all'ingrosso, le rilevazioni BMTI di fine giugno e inizio luglio mostrano dinamiche opposte a seconda del prodotto. Da un lato, i prodotti al picco di raccolta e ad alta deperibilità — albicocche, fichi, angurie, susine, nettarine — scendono, perché l'offerta abbonda e il caldo impone di vendere in fretta. Dall'altro, i prodotti la cui produzione è frenata dalle temperature estreme — cetrioli, fagiolini, peperoni, zucchine — salgono, perché il caldo riduce le rese e limita l'offerta.
È un mercato in fortissimo movimento, in cui i prezzi all'origine oscillano in modo violento mentre quelli al consumo si muovono lentamente e quasi sempre verso l'alto, sostenuti anche dalla domanda estiva di prodotti freschi. Il risultato, per il consumatore, è che i ribassi dei campi arrivano allo scaffale attenuati e in ritardo, se arrivano; i rialzi, invece, si vedono subito.

COSA SIGNIFICA PER CHI FA LA SPESA E PER CHI PRODUCE
La forbice tra campo e scaffale non è un'anomalia di questa estate: è il funzionamento ordinario di una filiera lunga, in cui il valore si concentra a valle. Ma la stagione 2026 la rende visibile come raramente accade, perché i due estremi si stanno muovendo in direzioni opposte con particolare violenza: il riso dimezzato all'origine e fermo allo scaffale, la frutta svenduta all'ingrosso e rincarata al consumo.
Le conseguenze sono tre. Per i produttori, margini compressi fino all'insostenibilità, con il rischio di abbandono di colture strategiche come il riso. Per i consumatori, l'assenza di quel risparmio che i prezzi all'origine giustificherebbero, in un contesto in cui il carrello della spesa continua comunque a crescere meno dell'inflazione generale, come rilevato dall'ISTAT. Per la filiera nel suo complesso, una domanda di trasparenza che diventa sempre più difficile eludere: dove si ferma, esattamente, la differenza tra quello che incassa chi produce e quello che paga chi consuma?
I dati ISMEA una risposta parziale la danno già: su 100 euro di spesa, 7 restano all'agricoltore. Il resto si distribuisce lungo la strada che porta dal campo allo scaffale. Ed è su quella strada che, questa estate, si sta giocando la partita più silenziosa del carrello della spesa.


FONTI:
 Coldiretti e ANSA (26 maggio 2026) sul crollo delle quotazioni del risone; RisoItaliano (borse merci di Novara e Vercelli); Il Sole 24 Ore (luglio 2026) su caldo e prezzi all'ingrosso della frutta; rilevazioni BMTI–Italmercati (giugno–luglio 2026); ISTAT e Codacons sui prezzi al consumo; Rapporto ISMEA sull'agroalimentare italiano (catena del valore).

Redattore: Andrè Renzuto Iodice

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