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Nepal, perché chiamarlo "il Vajont dell'Himalaya" è un errore: anatomia di un GLOF

Il bilancio è ancora provvisorio e continua ad aggravarsi di ora in ora. Secondo gli ultimi aggiornamenti della polizia nepalese ripresi dal Kathmandu Post, le vittime accertate della piena che ha devastato la valle del Bhotekoshi avrebbero superato quota 350, mentre il conteggio complessivo dei dispersi — sommando i registri nepalesi e quelli cinesi — oscillerebbe tra le 1.300 e le 1.400 persone, tra cui oltre 500 turisti stranieri e, secondo la Farnesina, alcuni cittadini italiani ancora irrintracciabili. I soccorritori stanno scavando nel fango villaggio per villaggio, e le autorità avvertono che i numeri sono destinati a cambiare. In queste ore, sui social e su parte della stampa, la tragedia ha già trovato la sua etichetta: "il Vajont del Nepal". È una definizione potente, evocativa, immediata. Ed è, alla prova dei dati, sbagliata. Capire perché non è un esercizio di pignoleria: è il modo migliore per capire cosa è successo davvero sull'Himalaya — e cosa potrebbe succedere ancora nei prossimi giorni.

Nepal, perché chiamarlo "il Vajont dell'Himalaya" è un errore: anatomia di un GLOF

Cosa dicono i numeri, finora

La piena non ha colpito solo il distretto di Rasuwa, dove il disastro ha avuto origine. Secondo i dati diffusi dalla polizia nepalese e ripresi dall'ANSA, i corpi sarebbero stati recuperati lungo l'intero corso del sistema fluviale Bhotekoshi-Trishuli: oltre un centinaio nel distretto di Chitwan, decine a Nawalparasi, Dhading, Gorkha, Nuwakot e nella stessa Rasuwa. È un dettaglio che racconta la natura dell'evento: la massa d'acqua e detriti non si è esaurita nel punto d'impatto, ma ha viaggiato per decine di chilometri verso valle, investendo aree dove nessuno poteva aspettarsela. Sul versante tibetano, una colata di fango avrebbe travolto il valico di Gyirong, snodo commerciale tra i due Paesi, dove le autorità cinesi segnalerebbero centinaia di ulteriori dispersi. La zona è attraversata da uno degli itinerari più frequentati verso il monte Kailash, meta di pellegrinaggio: è questo che spiegherebbe l'altissimo numero di turisti coinvolti.


 Dal "terremoto" al crollo del ghiacciaio: la dinamica riscritta

Nelle prime ore, la ricostruzione dominante parlava di una frana innescata da un terremoto. Una scossa di magnitudo 4.4 risulterebbe effettivamente registrata alle 8:37 del mattino in territorio tibetano, una cinquantina di chilometri a nord di Gosainkunda. Ma la sequenza si sarebbe poi rovesciata: secondo l'analisi dell'USGS, il servizio geologico statunitense, l'attività sismica inizialmente segnalata come terremoto "era in realtà il crollo di una massa glaciale", seguito da una colata detritica precipitata verso valle. In altre parole: non sarebbe stato un sisma a staccare il ghiacciaio, ma il collasso del ghiacciaio ad aver prodotto il segnale sismico. L'autorità nepalese per la gestione dei rischi (NDRRMA) manterrebbe comunque un atteggiamento prudente, e al momento non ci sarebbero prove di un nesso causale tra la scossa e la valanga. Quello che le analisi convergono a descrivere ha però un nome tecnico preciso: GLOF, Glacial Lake Outburst Flood, piena da svuotamento improvviso di un lago glaciale.


 Come funziona un GLOF, e perché nessuno lo vede arrivare

Il meccanismo è tanto semplice quanto insidioso. Una massa di ghiaccio e roccia precipita nel corso d'acqua — in questo caso, secondo i ricercatori della Kathmandu University, nel fiume Lhende, tributario del Bhotekoshi — e lo ostruisce, creando uno sbarramento naturale. Dietro quel tappo l'acqua si accumula per ore, in alta quota, in valli remote dove non ci sono strumenti né occhi a osservarla. Poi lo sbarramento cede, di colpo, e l'intero volume accumulato scende a valle in un'unica ondata, trascinando con sé detriti, massi e tutto ciò che incontra. È la ragione per cui questi eventi risultano quasi impossibili da prevedere con i sistemi tradizionali di allerta piene: a monte non piove, i fiumi a valle appaiono normali fino a pochi minuti prima dell'arrivo dell'onda. Ed è anche la ragione per cui l'emergenza non è finita. L'ICIMOD, il centro internazionale per lo sviluppo montano integrato di Kathmandu, avrebbe avvertito che i detriti potrebbero aver ostruito nuovi punti del corso del Trishuli, creando sbarramenti instabili. E le autorità cinesi starebbero monitorando un nuovo lago naturale formatosi a monte dell'area di Gyirong, il cui cedimento — o la cui tracimazione — potrebbe generare una seconda piena nei prossimi giorni. Le evacuazioni preventive nelle aree a valle sarebbero già in corso.


 Vajont: la storia dice l'esatto contrario

Ed eccoci al paragone che circola ovunque. Il 9 ottobre 1963, nella valle del Vajont, tra Veneto e Friuli, una frana di circa 270 milioni di metri cubi si staccò dal monte Toc e precipitò nel bacino artificiale creato dalla diga, all'epoca tra le più alte del mondo. L'impatto sollevò un'onda che scavalcò lo sbarramento e cancellò Longarone e altri paesi, causando circa 1.900 vittime. La diga, va ricordato, resse: è ancora lì. La dinamica fu dunque l'esatto contrario di quella nepalese. Al Vajont lo sbarramento era artificiale, esisteva da anni, ed era il lago — voluto, progettato, riempito — a trovarsi nel posto sbagliato sotto un versante instabile e monitorato. Sul Bhotekoshi, lo sbarramento non l'aveva costruito nessuno: si è formato in poche ore, per cause naturali, in un luogo dove non esisteva alcun lago. C'è poi la differenza più profonda, quella giudiziaria. Sul Vajont i processi accertarono responsabilità precise: i segnali del cedimento del monte Toc erano noti, documentati, discussi negli uffici tecnici, e furono pronunciate condanne. La tragedia italiana fu, nelle parole della storiografia che ne è seguita, un disastro annunciato e colpevolmente ignorato. In Nepal, allo stato attuale delle conoscenze, non risulterebbe alcuna opera umana all'origine dell'evento, né segnali pregressi ignorati: il lago killer semplicemente non esisteva fino a poche ore prima di svuotarsi.


La lezione vera non è nel paragone, ma nel futuro

Se il paragone con il Vajont non regge sul piano della dinamica, un filo comune esiste, ed è quello che dovrebbe interessarci: il costo di non vedere. Al Vajont non si volle vedere ciò che era visibile. Sull'Himalaya, il problema è rendere visibile ciò che oggi non lo è. La regione conta migliaia di laghi glaciali, molti dei quali in espansione: diversi studi scientifici collegano l'aumento di frequenza e magnitudo dei GLOF al ritiro dei ghiacciai e all'instabilità dei versanti d'alta quota in un clima che si riscalda. Il monitoraggio satellitare esiste, i sistemi di allerta rapida pure — il Nepal ne ha già installati su alcuni bacini considerati critici — ma coprire ogni valle remota resta una sfida tecnica ed economica enorme, soprattutto quando lo sbarramento si forma dal nulla in poche ore, come sarebbe accaduto sul Lhende. La domanda giusta, insomma, non è "di chi è la colpa", come fu legittimo chiedersi per il Vajont. È "come si costruisce un sistema che dia anche solo trenta minuti di preavviso alle valli a valle". Perché la prossima massa di ghiaccio che cadrà in un fiume himalayano non manderà comunicati stampa. E trenta minuti, su quelle sponde, sono la differenza tra una piena e una strage.



Fonti: 

  • Kathmandu Post; 
  • polizia nepalese via ANSA e Adnkronos; 
  • USGS; NDRRMA;
  •  ICIMOD;
  •  Kathmandu University (dichiarazioni del prof. Rijan Bhakta Kayastha);
  •  Farnesina;
  •  Focus.it;
  •  agenzie di stampa cinesi via media internazionali


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