Iattualità · Geopolitica · di Andrè Renzuto Iodice ·
Regeni, tre condanne che nessuno sconterà. E lo Stato italiano che in aula è vittima e fuori è partner
Dopo dieci anni, otto mesi e tre giorni dalla scomparsa di Giulio Regeni, la giustizia italiana ha scritto la sua prima verità processuale. La Prima Corte d'Assise di Roma, lunedì 28 settembre, dopo oltre otto ore di camera di consiglio, ha condannato a dieci anni di reclusione tre ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro del ricercatore friulano, e ha assolto il quarto imputato. Nessuno è stato condannato per l'omicidio. È una sentenza storica, perché è la prima pronunciata in Italia contro funzionari di uno Stato che si è sempre rifiutato di collaborare. Ed è, allo stesso tempo, una sentenza che apre più domande di quante ne chiuda. Giulio Regeni aveva 28 anni. Dottorando all'Università di Cambridge, era al Cairo per una ricerca sui sindacati indipendenti. Scomparve la sera del 25 gennaio 2016, nel quinto anniversario della rivoluzione di piazza Tahrir. Il suo corpo fu trovato il 3 febbraio lungo una strada alla periferia della città, con i segni di torture protratte per giorni. Da allora la famiglia, la Procura di Roma e una parte dell'opinione pubblica hanno chiesto una sola cosa: verità.
Cosa ha deciso la Corte
Il tribunale ha ritenuto provata la responsabilità per il sequestro di persona del maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e dei colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, condannandoli a dieci anni ciascuno. Il generale Tariq Sabir è stato assolto. Il punto più delicato riguarda l'accusa di omicidio: la Procura aveva chiesto l'ergastolo per Sharif, ritenuto l'esecutore materiale, e diciassette anni e sei mesi per gli altri tre. La Corte ha invece assolto Sharif dall'omicidio con la formula più ampia, per non aver commesso il fatto. Il risultato è paradossale: per la giustizia italiana, chi ha rapito Giulio ha un nome e un volto. Chi lo ha torturato fino a ucciderlo, ufficialmente, ancora no.
La Corte ha riconosciuto anche i risarcimenti provvisori alle parti civili: cinquecentomila euro alla famiglia Regeni e centocinquantamila euro alla Presidenza del Consiglio, che si era costituita in giudizio. Le motivazioni saranno depositate nei prossimi mesi e la sentenza, di primo grado, potrà essere impugnata.
Perché questo processo si è potuto celebrare
Per anni il procedimento è rimasto bloccato da un ostacolo formale: gli imputati non potevano essere processati perché non era possibile dimostrare che fossero a conoscenza delle accuse. L'Egitto non ha mai comunicato i loro indirizzi, non ha mai notificato gli atti, non ha mai risposto alle rogatorie. Il nodo è stato sciolto dalla Corte costituzionale con la sentenza 192 del 2023, che ha stabilito un principio nuovo: quando un altro Stato rifiuta di collaborare per proteggere i propri funzionari accusati di tortura, il processo può celebrarsi in assenza. È quel precedente ad aver reso possibile la sentenza di lunedì, e sarà quel precedente a valere per ogni futuro caso simile.
Le parti civili hanno accolto la decisione con un giudizio positivo. I genitori di Giulio, Paola e Claudio, hanno parlato di una fiducia nella giustizia italiana che non è stata tradita, pur riservandosi di valutare la questione dell'omicidio quando saranno note le motivazioni.
Una pena che, con ogni probabilità, nessuno sconterà
Va detto con chiarezza: i tre condannati non hanno mai messo piede in un'aula italiana. Non sono stati arrestati, non sono ricercati in Egitto, e nulla lascia pensare che il Cairo intenda consegnarli. L'esecuzione della pena dipenderebbe da una collaborazione che in dieci anni non c'è mai stata. Quei dieci anni, in altre parole, resteranno molto probabilmente sulla carta.
Questo non toglie valore alla sentenza. Per la prima volta un tribunale di uno Stato democratico ha attribuito il sequestro di un cittadino europeo ad apparati di sicurezza di un altro Paese, nome per nome. È un atto che pesa sul piano storico e diplomatico. Ma è anche un atto che, da solo, non cambia nulla nella vita dei responsabili.
Vittima in aula, partner fuori
C'è un aspetto della sentenza che quasi nessuno ha sottolineato. Tra le parti civili risarcite figura lo Stato italiano, attraverso la Presidenza del Consiglio: la Corte gli ha riconosciuto centocinquantamila euro come primo ristoro per il danno subito. Lo Stato, quindi, è formalmente una vittima di questa vicenda.
Lo stesso Stato, però, in questi dieci anni non ha mai interrotto i rapporti con il Cairo. L'ambasciatore, richiamato nel 2016, è tornato in sede l'anno successivo. Le forniture di gas dall'Egitto sono proseguite e cresciute. L'Italia ha continuato a vendere sistemi d'arma al governo egiziano, con esecutivi di ogni colore politico. E ancora nei giorni scorsi il ministro degli Esteri avrebbe definito solide le relazioni tra i due Paesi. Dopo la sentenza il governo ha sottolineato che a essere condannate sono tre persone, non l'Egitto, mentre le opposizioni hanno chiesto al ministro di riferire in Parlamento sui rapporti con il Cairo.
Non è una contraddizione che riguarda un solo governo o un solo partito. È una scelta strutturale della politica estera italiana, che considera l'Egitto un partner irrinunciabile sul fronte energetico e su quello mediterraneo. Ma è una scelta che, dopo questa sentenza, diventa più difficile da non discutere.
La domanda che resta
Regeni non è un caso chiuso. Il processo dovrà passare per l'appello e, con ogni probabilità, per la Cassazione. Le motivazioni diranno perché la Corte ha ritenuto insufficienti le prove sull'omicidio. E la politica dovrà decidere se questa sentenza cambia qualcosa nei rapporti con un Paese che, secondo un tribunale italiano, ha protetto per dieci anni i responsabili del sequestro di un cittadino italiano.
La verità giudiziaria, per quanto parziale, è arrivata. La verità politica è ancora tutta da scrivere. E la domanda che questa sentenza consegna al Paese è semplice quanto scomoda: uno Stato può farsi risarcire da un regime e, nello stesso tempo, continuare a stringergli la mano?
Fonti:
- Il Post, "La sentenza di primo grado per l'omicidio di Giulio Regeni", 28 settembre 2026
- ANSA, "Giulio Regeni, 007 condannati per sequestro ma non per omicidio", 28 settembre 2026
- AGI e Adnkronos, aggiornamenti sulla sentenza della Prima Corte d'Assise di Roma, 28 settembre 2026
- Sky TG24, "Giulio Regeni, 007 condannati per sequestro ma non per omicidio", 28 settembre 2026
- Corte costituzionale, sentenza n. 192 del 2023