Iattualità · Economia · di Nicola Ferrone ·
Tetto Eni ai carburanti: perché il prezzo si può abbassare e perché gli altri non lo fanno
Il prezzo medio del gasolio in modalità self service ha toccato oggi, 26 settembre, 2,357 euro al litro sulla rete stradale, secondo l'Osservatorio prezzi del Mimit, dopo una serie di record consecutivi cominciata a metà mese. È il livello più alto mai registrato in Italia: il precedente massimo storico, 2,229 euro, risaliva al 17 marzo 2022, nelle settimane successive all'invasione russa dell'Ucraina. Sulla rete autostradale la media sfiora i 2,42 euro.
Il gasolio non è mai costato così tanto
Il quadro è quello di una crisi energetica lunga: il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran esploso a fine febbraio, con il Brent passato da circa 70 a oltre 100 dollari al barile, gli attacchi Houthi nel Golfo, i raid ucraini sulle raffinerie russe e una capacità di raffinazione europea che si è ridotta negli anni. In questo contesto, il 25 settembre Eni ha annunciato un tetto ai prezzi della propria rete: da lunedì 28 settembre la benzina non potrà costare più di 1,99 euro al litro e il gasolio più di 2,19. Il governo ha ringraziato, le associazioni dei consumatori hanno applaudito.
Ma la mossa apre due domande che vale la pena affrontare con i numeri alla mano. Se il prezzo si può abbassare di 17 centesimi con una decisione aziendale, perché finora non è successo? E perché gli altri marchi non fanno lo stesso?
Cosa prevede il tetto Eni
Il limite riguarda i carburanti commercializzati da Enilive, la società del gruppo che gestisce la rete di distribuzione: 2,19 euro al litro per il gasolio e 1,99 per la benzina, circa 17 centesimi sotto i livelli medi attuali. Scatta il 28 settembre per una durata iniziale di 30 giorni, con possibilità di proroga fino a fine anno "in funzione dell'andamento del mercato e degli approvvigionamenti". Eni precisa che il tetto è correlato all'agevolazione fiscale sulle accise in vigore: se lo sconto statale venisse meno, cambierebbe anche il presupposto del cap.
Nella nota l'azienda motiva la scelta con la contrazione dell'offerta di prodotti raffinati legata alle crisi geopolitiche e con la carenza di capacità di raffinazione in Europa, dove quasi 30 raffinerie avrebbero chiuso negli ultimi 15 anni. La presenta come un contributo di solidarietà al Paese e ricorda di aver già assorbito, da marzo, una parte degli aumenti delle quotazioni internazionali sui propri prezzi consigliati.
Il Codacons stima un risparmio di circa 10,4 euro su un pieno di gasolio e di 11,2 euro su uno di benzina, tenendo conto anche della riduzione dello sconto sulle accise scattata il 26 settembre. Assoutenti chiede al governo di andare oltre e fissare per legge un price cap temporaneo, come già richiesto dalle associazioni dei gestori.
Com'è fatto il prezzo alla pompa
Per capire perché un taglio di 17 centesimi sia una mossa fuori dall'ordinario bisogna scomporre il prezzo. Prendiamo il gasolio a 2,34 euro al litro rilevato il 22 settembre. L'IVA al 22 per cento vale circa 42 centesimi. L'accisa, tra il 18 e il 25 settembre, era di 57,3 centesimi al litro, contro un'aliquota ordinaria di 67,3 centesimi, allineata a quella della benzina dal 1° gennaio 2026. Restano circa 1,35 euro: è il cosiddetto prezzo industriale, cioè il costo del prodotto raffinato più logistica, distribuzione e margini di compagnia e gestore.
Di quel 1,35, la fetta più grande è la quotazione internazionale del gasolio raffinato sul mercato del Mediterraneo, che a metà settembre avrebbe superato i 1.200 euro per mille litri, cioè 1,20 euro al litro. Ne consegue che tutta la filiera nazionale, trasporto, deposito, rete, margine del gestore e margine della compagnia, si spartirebbe circa 15 centesimi al litro. Sono stime indicative, ma l'ordine di grandezza è questo: sul gasolio lo Stato incassa quasi un euro a litro, la quotazione internazionale ne pesa 1,20 e la distribuzione italiana vive di pochi centesimi. Le tasse valgono tra il 42 e il 46 per cento del prezzo finale a seconda dello sconto in vigore, una delle quote più alte d'Europa.
Questo spiega perché il prezzo alla pompa sembri non scendere quando il petrolio cala: il greggio è solo un ingrediente, e il gasolio raffinato ha una quotazione propria, in questa fase molto più tesa del Brent per la carenza di capacità di raffinazione. Ed è anche il motivo per cui un cap di 17 centesimi deciso da una singola compagnia non è la rinuncia a un po' di margine: è la rinuncia a più dell'intero margine della filiera.
Perché Eni può permetterselo
La risposta sta nei conti. Nel primo semestre 2026 Eni ha registrato un utile netto adjusted di 3,635 miliardi di euro, in crescita del 43 per cento sullo stesso periodo del 2025. Nel solo secondo trimestre, quello segnato dall'impennata delle quotazioni dopo l'inizio del conflitto in Iran, l'utile è più che raddoppiato a 2,333 miliardi. La divisione Esplorazione e Produzione ha chiuso il trimestre con un utile operativo proforma adjusted di 4,77 miliardi, +97 per cento su base annua, e la raffinazione è tornata in utile dopo la perdita del 2025. Il gruppo ha alzato le stime per l'intero anno e portato il programma di riacquisto di azioni proprie a 3,4 miliardi.
In altre parole, la stessa crisi che porta il gasolio a 2,36 euro alla pompa produce, a monte, una stagione di profitti record per chi estrae petrolio e gas. Eni è l'unico tra i grandi marchi della rete italiana a controllare direttamente l'intera filiera, dall'estrazione alla pompa, con il centro decisionale in Italia. Rinunciare a 17 centesimi al litro sulla rete è un costo reale per Enilive, ma è una frazione di quanto il gruppo sta incassando dallo stesso rincaro sull'altro lato del bilancio. Non è beneficenza: è una partita di giro interna, resa possibile dall'integrazione verticale.
C'è poi un secondo fattore, politico. Il Ministero dell'Economia detiene direttamente il 2,166 per cento di Eni e, attraverso Cassa Depositi e Prestiti, un ulteriore 30,918 per cento: in totale il 33 per cento del capitale, che ne fa l'azionista di controllo di fatto. Il governo ha appena convertito in legge il decreto carburanti che chiede alle grandi società energetiche un anticipo d'imposta del 39 per cento sui dividendi per finanziare i tagli alle accise, e ha riunito più volte la task force sui prezzi al Mimit. In questo contesto, un tetto volontario annunciato da un'azienda a controllo pubblico è, oltre che una scelta commerciale, un segnale politico. Palazzo Chigi lo ha ringraziato pubblicamente nel giro di poche ore.
Perché gli altri non lo fanno
Sulla rete italiana operano, oltre a Eni, marchi come IP del gruppo Api, Q8 di Kuwait Petroleum, Tamoil, e una vasta rete di pompe bianche, gli impianti senza marchio che comprano il prodotto sul mercato all'ingrosso. Nessuno di loro, al momento, ha annunciato un tetto. Il Codacons si augura che seguano l'esempio, Assoutenti ipotizza una spinta concorrenziale. I numeri della filiera suggeriscono che sarà difficile.
Il motivo è quello visto sopra: la distribuzione italiana lavora su margini di pochi centesimi. Il gestore, cioè chi materialmente manda avanti l'impianto, guadagna in media 3-4 centesimi al litro sul self e 5-6 sul servito, poco più dell'1 per cento del prezzo finale. Non decide il listino, che è fissato dalla compagnia, e anticipa il costo del prodotto. Quando un rifornimento da 50 euro passa da 30 a 23 litri, il suo margine scende in proporzione, mentre le commissioni sui pagamenti elettronici, calcolate sul valore della transazione, salgono. Sopra il gestore c'è la compagnia, che sul litro trattiene una quota altrettanto contenuta per logistica, deposito, rete e margine industriale.
Un marchio che non estrae petrolio compra il prodotto raffinato, o il greggio da raffinare, a quotazioni internazionali che oggi sono ai massimi. Se tagliasse il prezzo di 17 centesimi non rinuncerebbe a un profitto: venderebbe sotto costo, litro dopo litro, senza alcuna attività a monte che compensi la perdita. Q8 fa capo a un gruppo produttore, ma la scelta di sussidiare la rete italiana con i profitti dell'estrazione in Kuwait sarebbe una decisione politica di un altro Stato, non di una società che risponde a Roma. Per IP e per le pompe bianche, semplicemente, la coperta non c'è.
Resta la terza via, quella indicata da Assoutenti: la concorrenza. Se i clienti si spostano in massa sugli impianti Enilive, gli altri marchi potrebbero essere costretti a limare i prezzi per non perdere volumi. È possibile, ma con un limite fisico: sotto il costo del prodotto nessuno può scendere a lungo. Il risultato più probabile è uno scarto di qualche centesimo tra Eni e gli altri, non un tetto generalizzato.
Il ruolo dello sconto accise e del governo
La tempistica non è casuale. Il 16 settembre il Consiglio dei ministri ha prorogato per l'ennesima volta il taglio dell'accisa sul gasolio, ma riducendolo: da 17 centesimi al litro a 12,2 tra il 18 e il 25 settembre, poi a 6,1 dal 26 settembre al 5 ottobre, con un costo per lo Stato stimato in 111,8 milioni di euro. Dal 5 ottobre dovrebbe entrare in funzione il meccanismo delle accise mobili, che riduce automaticamente l'imposta quando il prezzo del petrolio supera una certa soglia. Eni ha annunciato il tetto il 25 settembre, alla vigilia del dimezzamento dello sconto. Il 26, puntualmente, il gasolio è salito a 2,357 euro.
Letta in questa sequenza, la mossa di Eni fa da cuscinetto: assorbe sulla propria rete il rincaro fiscale che il governo ha scelto di non coprire più interamente. Non a caso l'azienda lega esplicitamente il cap all'agevolazione in vigore. Il vicepremier Tajani ha rivendicato la scelta come la strada preferita dalla maggioranza, cioè responsabilità e mercato invece di interventi dirigisti o tasse sugli extraprofitti. Ma il decreto carburanti appena convertito in legge chiede alle grandi società energetiche proprio un anticipo d'imposta del 39 per cento sui dividendi per finanziare i tagli: un contributo che il governo si è rifiutato di chiamare tassa sugli extraprofitti, ma che di fatto sposta risorse dalle stesse aziende che oggi ringrazia.
Le opposizioni hanno colto il punto. Per il senatore Pd Francesco Boccia, se Eni poteva intervenire, la domanda è perché non lo abbia fatto prima e perché il governo non glielo abbia chiesto, dato che lo Stato ne esercita il controllo. Avs sostiene che il prezzo calmierato era possibile da tempo. Il segretario della Cgil Maurizio Landini chiede un intervento sugli extraprofitti e una riduzione stabile delle accise, non per un mese. Sono posizioni di parte, ma la questione che sollevano è legittima: un'azienda a controllo pubblico che decide da sola quando e quanto calmierare i prezzi è uno strumento di politica economica esercitato fuori dal Parlamento.
Le domande aperte
Tre questioni restano senza risposta. La prima riguarda l'applicazione concreta. Il comunicato parla di carburanti commercializzati da Enilive, ma la rete Eni è in larga parte gestita da operatori terzi che comprano il prodotto dalla compagnia e vivono di un margine per litro. Il dettaglio che conta è se Enilive abbasserà il prezzo di cessione ai gestori, lasciando intatto il loro margine, o se chiederà loro di contribuire al taglio. Nel secondo caso il cap graverebbe in parte su chi ha meno spalle per sostenerlo. Sarà il listino del 28 settembre a dirlo.
La seconda riguarda il price cap per legge chiesto da Assoutenti e dai gestori. Un tetto imposto a tutti i marchi avrebbe un effetto che Eni può evitare e gli altri no: chi non può coprire la perdita a monte smetterebbe di rifornire, o chiuderebbe gli impianti meno redditizi. L'Ungheria lo sperimentò nel 2022 con un tetto fisso al litro, e la misura finì tra carenze, razionamenti e revoca anticipata. In Italia, dove le pompe bianche coprono una fetta rilevante della rete, il rischio sarebbe concreto.
La terza è europea. Il diesel ha toccato un record medio Ue di 2,23 euro al litro, secondo l'analisi di France Presse sui dati della Commissione, ma l'Italia sta sopra la media, vicina alla Francia a 2,29 e lontana dalla Spagna a 1,83. La differenza è in gran parte fiscale: l'Italia è tra i Paesi con la quota di tasse più alta sul prezzo finale. Portogallo e Romania hanno tagliato le imposte; il governo italiano ha speso circa 2 miliardi nel 2026 in misure tampone e valuta il ricorso alla clausola di salvaguardia europea. Il punto è che il vero margine di manovra sta nelle mani dello Stato, non delle compagnie: quasi un euro a litro di tasse contro una quindicina di centesimi di filiera.
Cosa resta, alla fine
Il tetto Eni è una buona notizia per chi farà il pieno a un impianto Enilive nelle prossime settimane: dieci euro risparmiati sono dieci euro. Ma non è la prova che il prezzo dei carburanti si possa abbassare a piacere. È la prova che può farlo chi guadagna dalla crisi sull'altro lato del bilancio, e che in Italia questo soggetto è uno solo, per giunta controllato dallo Stato.
Le due domande di partenza hanno dunque risposte semplici. Sì, il prezzo si può abbassare, se qualcuno paga la differenza: in questo caso la pagano gli azionisti di Eni, cioè in un terzo il contribuente. No, gli altri non lo fanno perché non hanno da dove prendere quei 17 centesimi, e chiederglielo per legge significherebbe rischiare impianti chiusi e pompe a secco.
Quello che il tetto Eni mette in luce, più di ogni altra cosa, è la sproporzione tra i due attori che possono davvero incidere sul prezzo: la filiera, che si spartisce una quindicina di centesimi, e lo Stato, che ne incassa quasi cento. Ogni volta che il dibattito si concentra su compagnie e benzinai, si guarda la parte più piccola del conto. Il ringraziamento di Palazzo Chigi a Eni è legittimo. Ma il governo ringrazia, di fatto, un'azienda che controlla, per aver fatto con i propri utili quello che il bilancio pubblico ha smesso di fare con le accise. Sarebbe più onesto chiamarla per quello che è: politica economica per interposta società, a tempo determinato, per 30 giorni.
Fonti:
- Sky TG24, 25 settembre 2026: Carburanti, Eni fissa tetto prezzo su benzina e gasolio — https://tg24.sky.it/economia/2026/09/25/prezzo-carburanti-tetto-eni-diesel-benzina
- Sky TG24, 26 settembre 2026: Eni fissa un tetto massimo al prezzo. Come funziona e cosa sappiamo — https://tg24.sky.it/economia/2026/09/26/carburanti-prezzo-benzina-gasolio-eni-tetto
- Sky TG24, 25 settembre 2026: Italia tra i Paesi europei più colpiti dal caro carburante — https://tg24.sky.it/economia/2026/09/25/prezzo-diesel-benzina-caro-carburanti-italia-europa
- Sky TG24, 23 settembre 2026: Dl Carburanti, testo approvato in Senato — https://tg24.sky.it/economia/2026/09/23/dl-carburanti-approvato-cosa-prevede
- ANSA, 25 settembre 2026: Sale il costo del gasolio, ma l'Eni mette un tetto ai prezzi — https://www.ansa.it/sito/notizie/economia/2026/09/25/sale-il-costo-del-gasolio-ma-leni-mette-un-tetto-ai-prezzi_94d83426-2bbc-400c-a017-36aab3b4da40.html
- Il Tempo, 22 settembre 2026: rilevazioni Staffetta Quotidiana sui prezzi medi — https://www.iltempo.it/attualita/2026/09/22/news/prezzi-benzina-diesel-oggi-martedi-22-settembre-2026-self-service-media-nazionale-aumenti-news-49204015/
- La Milano, 16 settembre 2026: nuovo record storico del diesel e quotazione del raffinato — https://lamilano.it/dai-media/caro-carburanti-nuovo-record-storico-per-prezzo-diesel-e-a-2246-euro/
- Automobilista.it, 3 settembre 2026: struttura del prezzo e aliquote di accisa — https://www.automobilista.it/caro-carburante-2026-benzina-diesel/
- NT+ Fisco, Il Sole 24 Ore: aliquote di accisa sul gasolio dal 18 settembre al 5 ottobre 2026 — https://ntplusfisco.ilsole24ore.com/art/accise-e-bollo-auto-e-altre-novita-normative-14-18-settembre-AJpHT0GB
- Eni, comunicato risultati primo semestre 2026 (via Affaritaliani) — https://www.affaritaliani.it/economia/eni-utile-netto-piu-che-raddoppiato-a-23-miliardi-nel-trimestre-e-gli-azionisti-festeggiano-aumenta-la-remunerazione.html
- Il Nord Est, 29 luglio 2026: dettaglio Ebit per divisione — https://www.ilnordest.it/economia/imprese/trimestrale-eni-utili-raddoppiati-e-produzione-11-opnuix8x
- Eni, proposte dell'azionista MEF all'Assemblea 2026: quote MEF e CDP — https://www.eni.com/content/dam/enicom/documents/ita/governance/assemblea/2026/proposte-dell-azionista-ministero-economia-e-delle-finanze-relazione-punti-6-7-10-odg.pdf
- GestoriCarburanti.it, 19 settembre 2026: margini dei gestori — https://www.gestoricarburanti.it/2026/09/19/noi-gestori-non-chiediamo-privilegi-chiediamo-di-poter-vivere-del-nostro-lavoro/
- Cagliari Today, aprile 2026: Figisc sui margini della distribuzione — https://www.cagliaritoday.it/economia/chi-decide-prezzo-carburanti-sardegna.html
- Lab24, Il Sole 24 Ore: storico prezzi e confronto europeo — https://lab24.ilsole24ore.com/prezzo-benzina/