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Terremoto 2016, l'inchiesta sulla ricostruzione: i soldi che nessuno avrebbe dovuto toccare

Otto arresti, cinquantuno indagati, sequestri per oltre 57 milioni di euro. L'operazione "Ricostruzione" della Guardia di Finanza di Ancona, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia e illustrata il 22 ottobre in conferenza stampa, ipotizza che una parte dei fondi destinati a rimettere in piedi le case distrutte dal sisma del 2016 sarebbe finita altrove. Truffa aggravata sui contributi pubblici, corruzione negli appalti regionali, subappalti a imprese che secondo gli inquirenti sarebbero legate alla 'ndrangheta e al clan dei Casalesi. Per tutti gli indagati vale la presunzione di innocenza, e le accuse dovranno reggere davanti a un giudice. Ma la domanda che questa inchiesta solleva non può aspettare la sentenza. Dieci anni dopo le scosse del 24 agosto e del 30 ottobre 2016, secondo i dati del Commissario straordinario aggiornati al 31 maggio 2026, 8.759 nuclei familiari risultano ancora assistiti dallo Stato e oltre 2.200 famiglie vivono nelle casette provvisorie. Sono persone che aspettano una casa da un decennio. Se le accuse fossero confermate, una parte dei soldi che doveva servire a loro sarebbe stata usata per arricchire chi quei soldi doveva soltanto amministrarli.

Terremoto 2016, l'inchiesta sulla ricostruzione: i soldi che nessuno avrebbe dovuto toccare

Che cosa contesta la Procura

L'indagine si muove su tre filoni. Il primo riguarda presunte truffe aggravate per ottenere i contributi pubblici destinati alla ricostruzione privata, con lavori che sarebbero stati subappaltati anche a soggetti collegati alla criminalità organizzata. Il secondo riguarda gli appalti banditi dalla Regione Marche, dall'Erdis, l'ente per il diritto allo studio, e dall'Università di Camerino. Il terzo è quello della corruzione, con presunti rapporti illeciti tra pubblici ufficiali e imprenditori. Secondo la Finanza, le risorse pubbliche indebitamente allocate ammonterebbero a circa 200 milioni di euro. Il sequestro di beni e disponibilità finanziarie supera i 57 milioni. Oltre agli otto arresti, per altre cinque persone è stato fissato l'interrogatorio preventivo.

Due nomi hanno pesato più degli altri. Fabio Pistarelli, avvocato ed ex consigliere regionale, è stato capo di gabinetto del presidente della Regione Francesco Acquaroli durante il primo mandato, incarico lasciato nel dicembre 2025. Secondo l'ipotesi accusatoria avrebbe ricevuto circa 105mila euro, tra contanti e lavori edili, per favorire un'impresa termoidraulica nell'ottenimento di appalti. Enrico Crucianelli, imprenditore edile e presidente di Ance Macerata, è accusato di rapporti con imprese ritenute vicine alla criminalità organizzata, che avrebbero operato come subappaltatrici nei cantieri della ricostruzione. Sono i vertici di due mondi, quello politico-amministrativo e quello dei costruttori, che la ricostruzione avrebbe dovuto tenere separati da ogni interesse privato.


La parte politica, senza scorciatoie

Il presidente Acquaroli non risulta tra gli indagati. Le opposizioni in Consiglio regionale hanno parlato di "sconcerto, sgomento e preoccupazione" e hanno chiesto un Consiglio straordinario in cui il presidente riferisca. È legittimo, ed è probabile che se ne parlerà a lungo. Ma sarebbe un errore leggere questa inchiesta come una vicenda di colore politico. Il meccanismo descritto dall'accusa, imprese dei clan intestate a prestanome, subappalti che sfuggono ai controlli, contributi pubblici che si gonfiano lungo la filiera, non ha bandiera. Funziona allo stesso modo con qualsiasi amministrazione, purché i controlli siano deboli e i soldi tanti. Ridurre tutto a chi governa la Regione servirebbe solo a non guardare il problema vero.


Un copione già visto a L'Aquila

Perché il problema vero è che questa storia l'Italia l'ha già vissuta. Nel 2010, un anno dopo il terremoto dell'Aquila, l'operazione "Untouchable" della Guardia di Finanza portò a sei arresti e a sequestri per 100 milioni di euro, documentando quasi in diretta le infiltrazioni del clan dei Casalesi nelle commesse della ricostruzione abruzzese. Nel 2014, altri sette arresti per presunti rapporti con lo stesso clan, questa volta nella ricostruzione privata delle abitazioni. Stesse famiglie criminali, stessa fase della ricostruzione, stesso anello debole: i subappalti. Dodici anni dopo, a trecento chilometri di distanza, l'accusa descrive uno schema che sembra sovrapponibile. Se fosse confermato, vorrebbe dire che le lezioni dell'Aquila non sono state imparate, o che chi avrebbe dovuto impararle ha preferito non farlo.


Dove si rompe il sistema

La ricostruzione privata funziona così: il proprietario sceglie un tecnico e un'impresa, l'Ufficio speciale per la ricostruzione verifica il progetto e lo Stato paga il contributo. Il controllo esiste, sulla carta. Ma si ferma spesso al primo livello. Sotto l'impresa che firma il contratto ce ne possono essere altre due o tre, e ogni passaggio è un'occasione per gonfiare i costi e per far entrare chi non dovrebbe entrare. Le white list prefettizie, gli elenchi delle imprese non soggette a rischio di infiltrazione mafiosa, esistono dal 2013 proprio per i settori più esposti, edilizia compresa. L'inchiesta di Ancona, se confermata, dimostrerebbe che un elenco non basta quando i prestanome sono puliti e a sporcarsi sono i capitali dietro di loro.


Che cosa dovremmo chiedere adesso

Tre cose, concrete. La prima è trasparenza totale sui subappalti della ricostruzione: ogni impresa che ha lavorato con soldi pubblici nei cantieri del sisma dovrebbe essere pubblica, con la catena completa di chi ha fatto cosa e per quanto. La seconda è una verifica indipendente sui 200 milioni che secondo la Finanza sarebbero stati allocati in modo indebito, per capire quanti di quei soldi sono recuperabili e quanti sono persi. La terza è che la giustizia faccia il suo corso in tempi ragionevoli, perché una ricostruzione che resta sotto inchiesta per anni è una ricostruzione che si ferma, e a pagare sarebbero di nuovo le famiglie nelle casette.

Il resto lo dirà il processo. Ma il punto di partenza è semplice, e non dipende dall'esito. I soldi del terremoto erano gli unici che nessuno avrebbe mai dovuto toccare. Se qualcuno l'ha fatto, come si fa a guardare in faccia chi ha perso tutto?


Fonti: 

  • Guardia di Finanza di Ancona, conferenza stampa del 22 ottobre 2026, via Cronache Ancona, Corriere Adriatico e Il Resto del Carlino; 
  • Il Sole 24 Ore; 
  • Vivere Marche; 
  • Cronache Maceratesi; 
  • Commissario straordinario sisma 2016, dati al 31 maggio 2026, via L'Espresso;
  •  ANSA, 25 giugno 2014; 
  • Sky TG24, 22 luglio 2010.


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