Iattualità · Attualità · di Nicola Ferrone ·
Luca è vivo perché qualcuno sapeva dov'era: le ventisette ore di Gorropeddu e il sistema che regge sulle spalle dei volontari
Questa volta la notizia la diamo volentieri. Lunedì 12 ottobre, nel pomeriggio, uno speleologo di 31 anni è stato tirato fuori vivo dalla grotta di Gorropeddu, al confine tra Urzulei e Baunei, in Ogliastra. Era rimasto bloccato per circa ventisette ore a una decina di metri di profondità, in parte sepolto da terra e pietre. Lo hanno estratto cosciente, lo hanno stabilizzato e lo hanno portato in ospedale con l'elicottero. Si chiama Luca, viene dal Sassarese, e il resto della sua identità non aggiunge niente a questa storia. Quello che aggiunge qualcosa è come ci si è arrivati.
Cosa è successo
Domenica 11 ottobre, nel primo pomeriggio, Luca stava esplorando con la compagna una cavità scoperta da poco. Secondo le ricostruzioni, un crollo avrebbe scaricato terra e sassi nel cunicolo, chiudendo l'ingresso e immobilizzandolo. La compagna sarebbe riuscita a uscire poco prima del cedimento ed è stata lei, intorno alle 14:30, a chiamare il 112. Da quel momento la grotta è diventata un cantiere. Per tutte le ore successive Luca è rimasto vivo e cosciente: i soccorritori riuscivano a parlargli e a tenerlo in contatto con i medici, ma non potevano raggiungerlo fisicamente né passargli acqua. Il lavoro è stato lento per necessità. Prima è stato liberato l'ingresso, poi il cunicolo, con terra e pietre rimosse a mano in uno spazio di circa un metro e mezzo per un metro e mezzo. La roccia era troppo friabile per usare le microcariche, quindi ogni tratto liberato andava messo in sicurezza con tavole di contenimento prima di avanzare di un altro metro. Una notte e un giorno di lavoro senza interruzioni.
Chi c'era
Oltre sessanta tecnici del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, compresi gli specialisti della commissione disostruzione e due medici, arrivati anche da fuori Sardegna. I Vigili del fuoco del distaccamento di Tortolì, le squadre SAF del comando di Nuoro e 16 operatori USAR trasportati dagli elicotteri dell'Aeronautica Militare partiti da Decimomannu. Il 118 con l'elisoccorso regionale. I volontari della Protezione civile di Dorgali. Le fonti riportano orari di estrazione leggermente diversi, tra le 26 e le 27 ore: un dettaglio che non cambia la sostanza. A tutti loro va un grazie che non è di circostanza, e che vale la pena motivare con i numeri.
Il numero che non guardiamo mai
Nel 2025 il Soccorso alpino e speleologico ha svolto 13.037 interventi. È il numero più alto di sempre, l'8 per cento in più rispetto al 2024. Sono quasi trentasei interventi al giorno, ogni giorno dell'anno, feste comprese. Le persone morte sono state 528, il 13 per cento in più dell'anno precedente; i feriti 9.624; i dispersi 140. Per fare tutto questo sono servite circa 205.000 ore di lavoro e oltre 46.000 soccorritori, con circa 4.700 impieghi di elicottero, in gran parte dei servizi sanitari regionali. Le cadute e le scivolate sono quasi la metà dei casi, il 45 per cento. I malori il 14. L'escursionismo da solo pesa per il 43,6 per cento degli interventi, molto più dell'alpinismo, che si ferma al 5,2. Il mese peggiore è agosto, con quasi il 18 per cento delle missioni. Il report indica tra i fattori principali la sottovalutazione dei rischi e la preparazione inadeguata. In altre parole: la montagna italiana non è diventata più pericolosa. Siamo noi che ci andiamo di più, e spesso ci andiamo peggio.
Perché il caso di Luca è diverso, e perché non lo è
Sarebbe sbagliato mettere Gorropeddu nella stessa casella dell'escursionista in infradito. Il Soccorso alpino ha sottolineato che chi entra in grotte di esplorazione come questa ha esperienza alle spalle, e la causa del crollo non è nota: la zona è instabile per natura. Luca non ha sottovalutato niente che si potesse valutare. Ma la sua storia dice una cosa che vale per tutti, dal canyon alla passeggiata domenicale: è vivo perché qualcuno sapeva esattamente dov'era e ha dato l'allarme entro pochi minuti. Senza quella telefonata delle 14:30, i sessanta soccorritori non sarebbero mai partiti, o sarebbero partiti troppo tardi. La differenza tra un salvataggio e una ricerca di un disperso, molto spesso, è tutta lì.
Il sistema che diamo per scontato
C'è poi una cosa che in Italia si dice poco. Il Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico è, nella sostanza, un'organizzazione di volontari. Le persone che hanno passato la notte a togliere pietre a mano in un cunicolo di un metro e mezzo hanno un lavoro, una famiglia e una vita che il lunedì mattina riprende come se niente fosse. Lo Stato mette i mezzi, l'Aeronautica mette gli elicotteri, le Regioni mettono l'elisoccorso. Ma le mani, le ore e il rischio li mettono loro. Con 13.037 interventi all'anno, in crescita dell'8 per cento, la domanda non è se il sistema funzioni: Gorropeddu dimostra che funziona benissimo. La domanda è quanto a lungo può reggere una curva che sale così, scaricata su chi lo fa gratis. Alcune Regioni hanno già iniziato a far pagare gli interventi ingiustificati, quelli in cui l'elicottero decolla per chi si è semplicemente stancato. È una scelta discussa e che non riguarda casi come questo. Ma racconta un sistema che ha cominciato a chiedere conto.
Il minimo che dobbiamo
Informarsi sul percorso e sul meteo. Avere l'attrezzatura giusta. Dire a qualcuno dove si va e a che ora si torna, e poi tornare davvero a quell'ora, o avvisare. Non sono raccomandazioni da opuscolo: sono le tre cose che riducono gli interventi del Soccorso alpino, che sono quasi per metà cadute evitabili e per quasi metà gite escursionistiche. È il minimo che dobbiamo a chi poi viene a prenderci. Domenica è andata bene. Luca è fuori. Facciamo in modo che vada bene anche la prossima volta, senza dover contare sulle ventisette ore di qualcun altro.