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Mar Nero, cinque navi in nove giorni: la guerra è a trenta chilometri dalla Nato e nessuno la firma

Undici marinai dispersi in una notte. Dieci la settimana prima. Due morti il giorno prima ancora. In nove giorni, nel tratto di Mar Nero davanti a Bulgaria e Romania, almeno cinque navi mercantili sarebbero state colpite da droni e tre sarebbero affondate. Nessuno ha rivendicato. Nessun governo, con prove in mano, ha accusato. E il Paese davanti alla cui costa sta succedendo tutto questo è membro della Nato e dell'Unione europea.

Mar Nero, cinque navi in nove giorni: la guerra è a trenta chilometri dalla Nato e nessuno la firma

Cosa è successo nella notte tra il 12 e il 13 ottobre

Verso l'una e mezza la Chelsea-3, un mercantile battente bandiera maltese, registrato a Odessa e di proprietà ucraina, avrebbe lanciato l'SOS a circa 18 miglia nautiche a est di Byala. Secondo il governo bulgaro sarebbe stata colpita da tre droni. Le quindici persone a bordo, sette ucraini e otto azeri, sono state recuperate dalla polizia di frontiera e portate a Varna; cinque avrebbero ricevuto cure per ferite lievi. Poco dopo una seconda nave sarebbe stata colpita 17 miglia a est di Krapets, vicino al confine romeno, e sarebbe affondata. Qui i dati divergono. Il premier Rumen Radev ha parlato di un solo membro dell'equipaggio tratto in salvo; una portavoce della regione di Dobrich, citata dall'AGI, di cinque salvati e undici dispersi. Diverge perfino il nome: Reuters la identifica come HS Dignity, bandiera della Guinea-Bissau, diretta a Braila in Romania; l'AGI come Azov Concorde, di proprietà turca e bandiera di Saint Vincent e Grenadine. Il mare era molto agitato e le ricerche sono ancora in corso. Quello che non diverge è il punto geografico: oltre le 12 miglia, cioè fuori dalle acque territoriali bulgare, ma dentro la zona economica esclusiva e dentro l'area in cui Sofia è responsabile del soccorso in mare.


Non è un caso isolato

Il 5 ottobre, nella zona economica esclusiva della Romania, un mercantile battente bandiera turca carico di grano ucraino avrebbe preso fuoco ed è affondato vicino alla piattaforma Pescarus: due morti, undici salvati. Kiev ha attribuito l'attacco a un drone russo; secondo alcune ricostruzioni il carico era diretto in Italia, ma la destinazione non è confermata da tutte le fonti. Il 6 ottobre, all'alba, due navi gestite da compagnie con sede in Turchia sarebbero state colpite a est di Byala: una ha preso fuoco e i diciotto marinai a bordo sono stati salvati; l'altra è affondata con dieci persone, nove siriani e un egiziano, di cui non è stata trovata traccia. Le ricerche sono state sospese il giorno dopo. L'ambasciata russa a Sofia ha negato ogni coinvolgimento. Ancora prima, il 4 ottobre, la marina romena e quella bulgara avrebbero soccorso insieme la Emil, danneggiata da un drone dopo aver lasciato un porto ucraino. Il conto, con tutte le cautele del caso: cinque navi colpite, tre affondate, due morti e ventuno dispersi in nove giorni.


Chi lo dice e chi non lo dice

Radev ha definito gli attacchi «assolutamente inaccettabili» e ha convocato l'ambasciatrice russa Eleonora Mitrofanova. Ma ha anche detto di non avere prove solide contro nessuno, aggiungendo che l'esito di quanto accade favorirebbe la Federazione russa. È la posizione più esplicita che Sofia si sia concessa finora. Mitrofanova ha risposto di non avere informazioni dal ministero della Difesa di Mosca e non ha escluso una provocazione di terzi. Per Ursula von der Leyen il Mar Nero è diventato «un altro fronte di escalation» della guerra russa in Ucraina. Mark Rutte ha detto che la Nato continuerà ad adeguare la presenza sul fianco orientale «secondo necessità». Il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, ha accusato direttamente Mosca. Sofia, intanto, ha chiesto ad alleati e partner due cose precise: aiuto per capire da dove partono i droni e mezzi per rafforzare la sorveglianza marittima e aerea. Il ministro della Difesa bulgaro Dimitar Stoyanov ha sentito i colleghi romeni e turchi.


Perché le dodici miglia contano

C'è un dettaglio tecnico che spiega la prudenza di tutti. Le acque territoriali di uno Stato arrivano a 12 miglia dalla costa. Oltre, la zona economica esclusiva dà diritti sulle risorse, non sovranità. L'articolo 5 del trattato Nato parla di attacco armato contro un alleato: una nave privata, con bandiera maltese o della Guinea-Bissau, colpita a 17 miglia dalla costa, non rientra con certezza in quella definizione. È una zona grigia perfetta. Chi colpisce, se volesse, potrebbe spingersi fino al limite senza mai varcarlo. E chi è colpito deve decidere se chiamarla guerra o incidente. Questo è il punto che vale la pena dire chiaramente: la deterrenza della Nato è stata costruita per i confini di terra, per i carri armati e per gli aerei con una bandiera dipinta sopra. Un drone marino senza insegne, lanciato di notte contro un mercantile a trenta chilometri da Varna, non ha un confine da varcare e non ha una bandiera da mostrare. Chiedere chi è stato è legittimo. Ma la domanda che la Bulgaria sta facendo a Nato e Ue è un'altra: cosa succede se la risposta non arriva mai?


Cosa c'entra l'Italia

Il Mar Nero è una delle rotte del grano verso il Mediterraneo. Ogni nave colpita fa salire i premi assicurativi per chi passa di lì, e quel costo arriva fino ai porti italiani. Non è un'ipotesi lontana: la nave affondata il 5 ottobre trasportava grano ucraino e, secondo alcune fonti, era diretta proprio da noi. Ma c'è una conseguenza più grande del grano. Più gli attacchi si avvicinano alle acque di un Paese dell'Alleanza, più cresce la probabilità che un errore, un drone fuori rotta o una nave con la bandiera sbagliata trascini dentro altri attori. L'Italia è un Paese Nato con una marina impegnata nel Mediterraneo orientale. Se il Mar Nero diventa un fronte, non lo diventa solo per Sofia e Bucarest.


La domanda che resta

Ventuno persone sono in mare e le speranze di ritrovarle vive sono poche. Due sono morte. Nessun governo ha ancora detto, con prove, chi le ha uccise. Un Paese dell'Alleanza atlantica ha dovuto chiedere aiuto agli alleati per scoprire chi spara davanti alle sue coste. Si può continuare a chiamare tutto questo una serie di incidenti. Oppure si può ammettere che la guerra in Ucraina ha trovato il modo di arrivare in Europa senza passare da nessun confine. La seconda lettura è più scomoda. È anche quella che i fatti, per ora, raccontano.



Fonti:

  • governo bulgaro, dichiarazioni del premier Rumen Radev (13 ottobre 2026);
  • Reuters via Internazionale (13 ottobre 2026);
  • AGI (13 ottobre 2026);
  • Il Post (13 ottobre 2026);
  • Al Jazeera (7 ottobre 2026);
  • Il Foglio (6 ottobre 2026);
  • Sky TG24 (13 ottobre 2026)

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