Iattualità · Economia · di ·

1.900 euro per un lettino: quanto costa davvero il mare in Italia (e quanto ci guadagna lo Stato)

I listini di Ferragosto 2026 fotografano un'estate di rincari: +24% in cinque anni secondo Altroconsumo. Sull'altro piatto della bilancia, canoni demaniali che la Corte dei Conti considera da anni non proporzionati ai fatturati del settore. E un confronto con Francia e Spagna che mostra quello che in Italia manca: una soglia nazionale di spiaggia libera.

 1.900 euro per un lettino: quanto costa davvero il mare in Italia (e quanto ci guadagna lo Stato)

Millenovecento euro per una giornata al mare. Non è il prezzo di una settimana di vacanza: è il pacchetto VIP a persona proposto per Ferragosto da un lido di Capri, con aperitivo di benvenuto, materassino galleggiante e comfort assortiti. A Taormina uno stabilimento di fascia alta arriva a 1.500 euro a persona, maggiordomo incluso. Sono cifre da eccezione, pensate per una clientela internazionale disposta a pagare l'esclusività nel giorno più affollato dell'anno. Ma proprio perché estreme aiutano a mettere a fuoco la domanda che attraversa ogni estate italiana: quanto costa davvero il mare, e che cosa torna alla collettività in cambio dell'uso privato di un bene che resta, per legge, pubblico?


I numeri oltre il lusso


Fuori dal perimetro del lusso, il quadro non si alleggerisce. L'indagine 2026 di Altroconsumo ha rilevato i listini di 222 stabilimenti in dieci località balneari italiane. Il risultato: ombrellone e due lettini costano in media il 6% in più rispetto all'anno scorso e il 24% in più rispetto a cinque anni fa. La spesa media per una settimana nelle prime quattro file è di 225 euro. Il rincaro più marcato è stato registrato a Taormina-Giardini Naxos, dove i prezzi risultano cresciuti del 16% in un solo anno. Sono aumenti che arrivano dopo stagioni già segnate da rincari e che si concentrano proprio nelle località a maggiore domanda turistica, dove la disponibilità di alternative — a partire dalle spiagge libere — è spesso più ridotta.


 Quanto entra nelle casse dello Stato

L'altra metà della storia riguarda ciò che i gestori versano per occupare il demanio marittimo. Nel 2024 il ministero delle Infrastrutture ha calcolato circa 84 milioni di euro di canoni provenienti da oltre 7.000 stabilimenti balneari. Facendo una divisione semplice, si tratta di una media nell'ordine dei 12.000 euro l'anno per concessione. Per dare una misura: ipotizzando una stagione di circa tre mesi ai listini medi rilevati da Altroconsumo, l'incasso stagionale di quattro o cinque ombrelloni nelle prime file basterebbe, da solo, a coprire il canone medio annuo. È un calcolo indicativo, che non tiene conto di costi, investimenti e differenze enormi tra stabilimenti; serve però a inquadrare l'ordine di grandezza del dibattito.


 Una galleria contro ottomila chilometri di coste

Il termine di paragone più citato è milanese. Il Comune di Milano, dai soli negozi della Galleria Vittorio Emanuele II, incassa oggi più di 80 milioni di euro l'anno di canoni. Una singola galleria commerciale, per quanto prestigiosa, genera per un solo Comune un gettito paragonabile a quello che l'intero sistema delle concessioni balneari — quasi 8.000 chilometri di coste — garantisce allo Stato. La differenza non è casuale ma strutturale: i canoni della Galleria sono stati progressivamente riallineati ai valori di mercato attraverso gare pubbliche, mentre quelli demaniali marittimi sono fissati da tabelle definite per legge, aggiornate nel tempo ma storicamente lontane dai valori commerciali delle aree occupate.


 La Corte dei Conti e le ragioni dei balneari

Su questo punto la Corte dei Conti si esprime da anni nella stessa direzione: i canoni non risultano proporzionati ai fatturati dei concessionari. Le associazioni di categoria contestano però questa lettura su più fronti: giudicano sovrastimate le ricostruzioni sul giro d'affari del settore, ricordano che i canoni sono stati rivalutati negli ultimi anni e sottolineano che i gestori sostengono investimenti, manutenzione, servizi di salvataggio e pulizia, a fronte di un'attività fortemente stagionale e spesso a conduzione familiare. Va detto con chiarezza: i concessionari versano quanto la legge stabilisce. Il nodo non è il comportamento dei singoli operatori, ma l'adeguatezza delle regole. Ed è un nodo che la politica non ha ancora sciolto.


Una riforma ferma da quasi vent'anni

Il riferimento obbligato è la direttiva europea sui servizi del 2006, la cosiddetta Bolkestein, che impone procedure competitive per l'assegnazione di risorse pubbliche scarse, spiagge comprese. Da allora l'Italia ha alternato proroghe e rinvii, accumulando una procedura di infrazione europea e pronunce del Consiglio di Stato che hanno dichiarato illegittime le estensioni automatiche. L'assetto attuale sposta ancora in avanti l'appuntamento: le concessioni risultano prorogate al 2027, in attesa della mappatura completa del demanio e delle regole definitive per i bandi, indennizzi compresi. Nel frattempo i listini continuano a salire e i canoni restano quelli delle tabelle.


 Francia e Spagna: le soglie che in Italia non esistono

Il confronto europeo aiuta a capire che cosa manca. In Francia una norma nazionale, il cosiddetto décret plage del 2006, impone che almeno l'80% della lunghezza e l'80% della superficie di ogni spiaggia restino liberi da attrezzature e installazioni; le concessioni non possono superare i dodici anni e le strutture devono essere smontabili. In Spagna la Ley de Costas stabilisce che l'uso del litorale sia libero, pubblico e gratuito per gli usi comuni, e il regolamento fissa tetti precisi all'occupazione: le installazioni non possono superare la metà della superficie della spiaggia in alta marea nei tratti urbani, con limiti molto più stringenti — nell'ordine del 10% — nei tratti naturali. In Italia una soglia nazionale equivalente non esiste. Le quote di spiaggia libera dipendono dai piani di utilizzo degli arenili, regionali e comunali, e variano sensibilmente da località a località. La legge garantisce l'accesso libero e gratuito alla battigia e i corridoi di passaggio verso il mare, ma l'applicazione concreta è disomogenea, e la percezione diffusa di un litorale "tutto a pagamento" nasce esattamente qui.


Cosa guardare adesso

Tre passaggi meritano attenzione nei prossimi mesi. Il primo è la mappatura del demanio costiero, prerequisito di qualsiasi gara seria: senza sapere quante concessioni esistono, dove e a quali condizioni, ogni riforma resta sulla carta. Il secondo è il criterio di calcolo dei nuovi canoni: se saranno agganciati ai valori di mercato o ai fatturati, il gettito potrebbe cambiare ordine di grandezza. Il terzo è la scadenza del 2027, che arriva dopo oltre un decennio di proroghe e che difficilmente potrà essere spostata ancora senza conseguenze sul fronte europeo. Fino ad allora la fotografia resta quella di questa estate: un lettino che a Capri può costare 1.900 euro, un ombrellone medio rincarato di quasi un quarto in cinque anni, e uno Stato che dal proprio mare incassa quanto Milano da una sola galleria. Continueremo a seguire i numeri.




Fonti:

  •  Altroconsumo, indagine stabilimenti balneari 2026
  •  Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti e Corte dei Conti, canoni demaniali marittimi (dati 2024)
  •  Comune di Milano, canoni Galleria Vittorio Emanuele II (2026) 
  • Décret n. 2006-608 relatif aux concessions de plage (Francia) 
  •  Ley 22/1988 de Costas e Reglamento General de Costas (Spagna)


Altri articoli in Economia