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Tetto del trenta per cento in classe e divieto di burqa: cosa prevede davvero il decreto scuola

Il Consiglio dei ministri era convocato per il pomeriggio di giovedì 24 settembre con un solo punto di reale peso politico: il decreto legge sull'integrazione scolastica. Due misure su tutte hanno dominato il dibattito da domenica scorsa, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni le ha annunciate dal palco di Fenix, la festa della giovanile di Fratelli d'Italia: un limite del trenta per cento per classe agli studenti che non conoscono adeguatamente l'italiano e il divieto di indossare burqa e niqab a scuola. Il testo, secondo quanto riferito dal ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, dovrebbe applicarsi già all'anno scolastico in corso. Vediamo cosa contiene, cosa lascia aperto e perché la scelta dello strumento conta quanto il contenuto.

Tetto del trenta per cento in classe e divieto di burqa: cosa prevede davvero il decreto scuola

Perchè un decreto legge e non una circolare

Fino a martedì la forma del provvedimento era incerta. Valditara ha sciolto il nodo durante una conferenza stampa della Lega, collegato da New York, spiegando che si tratterà di un decreto legge perché, a suo dire, urge intervenire da quest'anno. La differenza non è formale. Una circolare ministeriale orienta i dirigenti scolastici ma non li vincola nello stesso modo: chi la disattende rischia al più un'ispezione. Una norma di legge produce conseguenze di altra natura. Un decreto legge, inoltre, entra in vigore appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, dopo l'emanazione del Presidente della Repubblica, e deve essere convertito dal Parlamento entro sessanta giorni, pena la decadenza. È qui che si è giocata la partita più delicata degli ultimi giorni: i requisiti di necessità e urgenza richiesti dalla Costituzione per un decreto. Le interlocuzioni tra i tecnici del ministero, Palazzo Chigi e gli uffici del Quirinale sarebbero proseguite fino alla mattina del 24 settembre per limare il testo.


Il tetto del trenta per cento: criterio linguistico, non di cittadinanza

Il cuore del decreto è la soglia massima del trenta per cento per classe di alunni che non hanno una conoscenza sufficiente dell'italiano. Il ministro ha insistito su un punto: il criterio sarebbe puramente linguistico e non legato al passaporto. In pratica, uno studente straniero che parla italiano non verrebbe conteggiato, mentre potrebbe rientrare nel limite un alunno europeo che non conosce la lingua. Sarebbero esclusi dal calcolo anche gli studenti che hanno frequentato la scuola dell'infanzia in Italia o completato un numero adeguato di anni di scuola nel Paese. La misura varrebbe da subito per i nuovi arrivi, senza smontare le classi già formate. Il tetto non è un'invenzione di questo governo. Già la circolare Gelmini del 2010 fissava un limite del trenta per cento, allora riferito però agli alunni con cittadinanza non italiana, con ampie deroghe e un'applicazione pratica rimasta limitata. Il decreto trasformerebbe quell'indirizzo amministrativo in una disposizione di legge e ne cambierebbe il criterio.


Le deroghe e i soldi

Il meccanismo prevede una catena di responsabilità. In prima battuta la scuola dovrebbe distribuire gli alunni in modo equilibrato; se non riesce, interverrebbe l'Ufficio scolastico regionale, redistribuendoli negli istituti di prossimità. Tra le modifiche che sarebbero state concordate con il Colle, secondo la stampa, figurano proprio il vincolo dello spostamento solo verso scuole vicine e un freno alle sanzioni. Dove la redistribuzione non fosse possibile, scatterebbero le deroghe, accompagnate da un potenziamento dell'insegnamento dell'italiano: la cifra circolata è di oltre quattordici milioni di euro già per quest'anno. Resta da capire come verrà misurata la competenza linguistica, con quali strumenti e da chi: i dettagli operativi dovrebbero arrivare con successive circolari ministeriali.


I genitori a scuola di italiano

Il terzo fronte riguarda le famiglie. I genitori degli alunni con difficoltà di apprendimento o di comportamento riconducibili alla barriera linguistica in casa sarebbero tenuti a frequentare corsi di italiano presso i Cpia, i centri provinciali per l'istruzione degli adulti, con l'attivazione gestita dai servizi sociali. Anche qui le domande aperte sono molte: come si individuano le famiglie, chi organizza i corsi, cosa succede a chi non partecipa.


Il divieto di burqa e niqab

Il secondo capitolo del decreto vieta i due indumenti che coprono integralmente il volto. Non è contemplato lo hijab, il velo che copre capelli e collo lasciando il viso scoperto. Valditara ha definito la misura una battaglia di civiltà, collegandola alla parità tra uomini e donne. Un dato di contesto è utile per capire la portata della norma: oggi in Italia non esiste un divieto nazionale esplicito di burqa e niqab. L'articolo 5 della legge Reale del 1975 vieta i mezzi che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona nei luoghi pubblici, ma una sentenza del Consiglio di Stato del 2008 ha chiarito che la copertura del volto per ragioni religiose o culturali non ricade automaticamente in quel divieto. Il decreto introdurrebbe quindi un divieto esplicito, limitato però al perimetro scolastico. Non risultano dati ufficiali sul numero di studentesse che indossano il velo integrale nelle scuole italiane, un'assenza che pesa nel valutare se la norma risponda a un fenomeno diffuso o abbia soprattutto un valore simbolico.


Lo scontro politico e il ruolo del Quirinale

Le opposizioni hanno contestato sia il merito sia il metodo, parlando di propaganda e di una misura che colpisce i più fragili. Il governo replica che il tetto serve a evitare le cosiddette classi ghetto e sostiene che sia coerente con il richiamo del presidente Mattarella contro la ghettizzazione e sulla scuola come leva di integrazione. Il Colle, da parte sua, si sarebbe concentrato sul merito della norma e sui presupposti costituzionali del decreto, senza entrare nello scontro politico. Il passaggio in Consiglio dei ministri, in ogni caso, è solo il primo: il testo definitivo potrebbe cambiare ancora prima della pubblicazione in Gazzetta e, soprattutto, in sede di conversione parlamentare.


Cosa resta da verificare

Tre punti meritano attenzione nelle prossime settimane. Il primo è il testo effettivamente approvato, che potrebbe differire dalle anticipazioni. Il secondo è il criterio linguistico: la sua applicazione dipende interamente da come verrà misurata la conoscenza dell'italiano, e su questo il decreto rimanda ad atti successivi. Il terzo è l'impatto reale nei territori con forte presenza di alunni non italofoni, dove la redistribuzione verso scuole vicine potrebbe risultare impraticabile e le deroghe diventare la regola. Se così fosse, il tetto rischierebbe di ripetere la storia della circolare del 2010: una norma con molta visibilità e poca applicazione.



Fonti:

  • Agenzia Nova,
  • Adnkronos,
  • Il Sole 24 Ore,
  • Il Messaggero,
  • Orizzonte Scuola,
  • Fanpage,
  • Quotidiano Nazionale,
  • Ascuolaoggi,
  • Newsistruzione.

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