Iattualità · Geopolitica · di Andre' Renzuto Iodice ·
Ucraina, perché stavolta la parola fine pesa di più. Ma non basta
"Stiamo andando verso la fine della guerra." A pronunciare questa frase, il 21 ottobre, non è stato un portavoce di Kiev né un funzionario di Washington. È stato Yuri Ushakov, consigliere di Vladimir Putin, al termine di tre ore di colloquio a San Pietroburgo tra il presidente russo e Steve Witkoff, l'inviato speciale di Donald Trump. In oltre quattro anni e mezzo di guerra, frasi simili ne abbiamo sentite molte, da tutte le parti, e quasi sempre sono state smentite dai fatti del giorno dopo. Vale la pena quindi chiedersi, con calma e con i dati, che cosa ci sia di diverso in questa giornata. La risposta è che qualcosa di diverso c'è, ma che la strada dalla parola "fine" alla fine vera è ancora lunga, e passa per nodi che nessuno ha ancora sciolto.
Tre fatti, non tre promesse
Il primo elemento che distingue il 21 ottobre dalle giornate precedenti è che le dichiarazioni sono accompagnate da impegni verificabili. Il Cremlino ha indicato una data: i negoziati a tre tra Russia, Ucraina e Stati Uniti riprenderebbero intorno al 10 novembre. Putin ha proposto un luogo per un incontro con Trump: la Cina, a margine del vertice Apec di novembre, secondo quanto riferito dall'agenzia Tass. E c'è stato un gesto concreto: il rilascio di Stephen Hubbard, cittadino americano detenuto in Russia, comunicato a Witkoff durante il colloquio. Trump ha precisato che non c'è stato alcuno scambio. Una data, un luogo e un gesto sono tre cose che si possono controllare. Se il 10 novembre nessuno si siederà al tavolo, lo sapremo tutti. Questo è il motivo per cui, questa volta, le parole del Cremlino meritano più attenzione del solito. Il portavoce Peskov ha però aggiunto una frase che va letta con la stessa attenzione: "molto dipende dagli ucraini". È il modo di Mosca per dire che la palla, nella sua versione dei fatti, è nel campo di Kiev.
Il sì di Zelensky e il suo prezzo
Il secondo elemento nuovo arriva dall'altra parte del fronte. In un'intervista a Fox News, Volodymyr Zelensky si è detto "pronto a congelare il conflitto lungo l'attuale linea del fronte" come passo per avviare i negoziati, chiedendo in cambio garanzie di sicurezza da Stati Uniti ed Europa. Non è la prima volta che l'ipotesi circola, ma è la prima volta che il presidente ucraino la formula in modo così esplicito e pubblico. Un congelamento sulla linea attuale significherebbe accettare, almeno per ora, che circa un quinto del territorio ucraino resti sotto controllo russo. Lo stesso Zelensky lo ha riconosciuto, parlando di un Paese che resterebbe per tre quarti o più nelle mani di Kiev. È una concessione enorme, e va capita nel contesto in cui arriva. Secondo il New York Times, Trump starebbe spingendo Kiev ad accettare un accordo con cessioni territoriali nel Donbass, in cambio di benefici economici. Lo stesso Trump, il 20 ottobre, ha detto: "Vogliamo che Zelensky faccia un accordo". Nei giorni precedenti, Kiev aveva denunciato limiti alla condivisione dell'intelligence americana e rallentamenti nei servizi Starlink, poi ripristinati dopo l'incontro di Oslo. Washington nega qualsiasi pressione deliberata. Ma il quadro che emerge è quello di un'Ucraina che apre al congelamento non solo perché lo vuole, ma anche perché lo spazio per dire no si è ristretto.
L'Europa frena, e ha le sue ragioni
Il terzo elemento è il più scomodo per chi spera in una conclusione rapida. L'Europa, che ha sostenuto Kiev con decine di miliardi, non è al centro di questo negoziato e lo dice apertamente. L'Alto rappresentante Kaja Kallas ha accusato gli Stati Uniti di spingere l'Ucraina verso la resa da quasi due anni, sostenendo che solo il sostegno europeo lo abbia impedito. Il cancelliere tedesco Merz ha ribadito che la resa di Kiev non è un'opzione. La presidente della Commissione von der Leyen ha confermato che le sanzioni alla Russia resteranno almeno finché la guerra non si fermerà. Queste posizioni non sono un capriccio. Un accordo che congeli il fronte senza garanzie solide lascerebbe l'Europa con un confine instabile, una Russia che ha ottenuto territori con la forza e un precedente che altri potrebbero voler imitare. Il punto, però, è che l'Europa rischia di trovarsi davanti a un'intesa già scritta da Washington e Mosca, con la sola scelta tra accettarla o restare fuori. A Oslo, il 20 ottobre, erano presenti rappresentanti di Regno Unito, Francia, Germania e Polonia, oltre a Ue e Nato. È un segnale che Witkoff ha voluto coinvolgerli. Ma presenza e peso decisionale non sono la stessa cosa.
Quello che ancora non c'è
Mettiamo in fila ciò che manca, perché è qui che si gioca la differenza tra un annuncio e una pace. Mancano le garanzie di sicurezza per l'Ucraina, che vanno scritte, firmate e soprattutto finanziate: chi le darebbe, con quali truppe, con quali soldi. Manca una soluzione per i territori occupati, perché "congelare" significa rinviare la questione, non chiuderla. Manca un meccanismo per far rispettare un cessate il fuoco lungo una linea di oltre mille chilometri. E manca, soprattutto, la prova che Mosca voglia davvero fermarsi e non solo guadagnare tempo mentre consolida le posizioni. Mentre a San Pietroburgo si parlava di pace, droni russi colpivano l'autostrada Kiev-Odessa e un ospedale della capitale ucraina. Non è un dettaglio: è il metro con cui misurare la distanza tra le parole e i fatti.
Perché riguarda anche noi
C'è un motivo molto concreto per cui questa notizia interessa anche chi non segue la politica estera. Questa guerra l'abbiamo pagata ogni giorno, alla pompa e in bolletta. Il caro energia che ha innescato la protesta dei camionisti nel Sud Italia ha origini diverse, a partire dalla crisi nel Golfo, ma l'incertezza sui mercati è figlia anche di quattro anni e mezzo di conflitto alle porte dell'Europa. Non a caso, tra le notizie del 21 ottobre c'è anche la partenza, prevista per il giorno dopo, della prima petroliera di gasolio russo diretta negli Stati Uniti, dopo l'allentamento di alcune sanzioni deciso da Trump. Una pace non riporterebbe i prezzi del 2021. Ma toglierebbe dal tavolo una delle incognite che li tengono alti, e per un Paese che importa quasi tutta la sua energia non è poco.
La fine di una guerra, in genere, non arriva con un annuncio ma con una serie di piccoli passi che a un certo punto diventano irreversibili. Il 21 ottobre potrebbe essere uno di questi passi, oppure l'ennesima falsa partenza. La differenza la faranno tre date: il 10 novembre, quando si capirà se i negoziati a tre ripartono davvero; il vertice Apec, dove si vedrà se Trump e Putin si incontrano; e il giorno in cui le garanzie per Kiev verranno messe nero su bianco. Fino ad allora, la speranza è legittima. La fiducia va guadagnata.
Fonti:
- ANSA, 21 ottobre 2026 – Il Cremlino: pronti a riprendere i negoziati trilaterali con Kiev e gli Usa a metà novembre
- ANSA, 20 ottobre 2026 – Zelensky vede Witkoff, l'inviato Usa vola da Putin con nuove proposte
- Open, 20 ottobre 2026 – Zelensky vede Witkoff a Oslo, l'inviato Usa vola da Putin. Trump: Mosca vuole un accordo
- la Repubblica, 21 ottobre 2026 – Cremlino: "Stiamo andando verso la fine della guerra"
- Il Sole 24 Ore, 21 ottobre 2026 – Consigliere Putin: andiamo verso la fine del conflitto
- Fox News, 21 ottobre 2026 – Intervista a Volodymyr Zelensky
- New York Times, 20 ottobre 2026 – Ricostruzione sulle pressioni di Trump su Kiev, ripresa da ANSA e Open