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Napoli-Bari, l'alta velocità del Sud tradita da casa: mazzette nei panettoni, cemento annacquato e operai a venti ore

La linea ad alta velocità e alta capacità Napoli-Bari è una delle opere più attese del Mezzogiorno: dovrebbe collegare le due città in circa due ore, ricucire Campania e Puglia attraverso l'Irpinia e il Sannio, e restituire al Sud un pezzo di quella rete ferroviaria moderna che il Nord ha da vent'anni. Martedì 29 settembre la Guardia di Finanza di Napoli ha notificato venti misure cautelari a imprenditori e pubblici ufficiali coinvolti, a vario titolo, nei cantieri di quella linea. Le accuse: corruzione, caporalato, fatture per operazioni inesistenti. E, secondo il gip, calcestruzzo di qualità inferiore a quella prevista in un tratto dell'opera. La cronaca si è concentrata, comprensibilmente, sul dettaglio più colorito: i soldi nascosti nei panettoni. Ma il cuore di questa inchiesta è altrove, e riguarda chi salirà su quei treni e chi li sta costruendo.

Napoli-Bari, l'alta velocità del Sud tradita da casa: mazzette nei panettoni, cemento annacquato e operai a venti ore

L'inchiesta in numeri

L'indagine, coordinata dalla Procura di Napoli con il pm Henry John Woodcock e condotta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria, riguarda in particolare tre tratte: Napoli-Cancello, Apice-Hirpinia e Frasso Telesino-Telese-San Lorenzo-Vitulano. I lavori sono affidati a grandi consorzi di imprese, con campi base ad Afragola, Grottaminarda e Torrecuso, che a loro volta si appoggiano a una rete di subappalti, forniture e servizi.

Gli indagati complessivi sarebbero quarantanove. Il gip ha disposto dieci arresti domiciliari, sette obblighi di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria, in due casi con sospensione dal pubblico servizio, e tre sospensioni. Ha inoltre ordinato il sequestro preventivo, anche per equivalente, del profitto dei reati di corruzione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, accolta dal giudice, un sistema di rapporti tra imprenditori e funzionari con responsabilità tecniche e di cantiere avrebbe agevolato alcune imprese nell'ottenere commesse, nella contabilizzazione dei lavori, nei controlli e nei pagamenti.


Panettoni, Cartier e una Porsche

Il catalogo delle presunte tangenti è quello che ha fatto il giro delle redazioni. Durante un servizio di osservazione nel periodo natalizio, i finanzieri avrebbero trovato in due box regalo diecimila e quattromila euro in contanti, nascosti tra panettoni e biscotti e destinati a soggetti coinvolti nella gestione delle commesse. Altro denaro sarebbe stato consegnato in plichi con confezioni di prodotti caseari, uno dei quali etichettato come documentazione contributiva per dissimularne il contenuto.

Tra le altre utilità contestate figurano un bonifico da 18.300 euro usato in parte per un appartamento a Roccaraso, una Porsche Macan messa a disposizione per una vacanza, un trattore tagliaerba da oltre tremila euro, un iPhone, cuffie bluetooth, soggiorni, una minicrociera e un'imbarcazione con skipper, l'assunzione di un familiare. E poi orologi di pregio, marca Cartier e Longines, cinque dei quali per un valore complessivo vicino ai ventimila euro. Somme e regali che, secondo l'accusa, sarebbero stati alimentati da un giro di fatture false, utile a creare la liquidità in contanti necessaria.


Il calcestruzzo che non regge

Qui l'inchiesta smette di essere una storia di regali e diventa una storia di sicurezza. I carotaggi effettuati su opere non ancora completate avrebbero evidenziato, in alcuni casi, valori di resistenza del calcestruzzo inferiori a quelli di progetto. In un'occasione le prove avrebbero restituito valori di 30, 29 e 32 newton per millimetro quadrato, e i lavori sarebbero stati bloccati. Tra le cause ipotizzate: aggiunta di acqua, errato dosaggio degli additivi, anomalie nella preparazione e nel trasporto. Il gip definisce la circostanza di straordinaria gravità.

Un secondo filone riguarda i materiali di scavo: secondo gli accertamenti, materiali con tracce di amianto sarebbero stati smaltiti come rifiuti non pericolosi. Anche qui, se confermato, non si tratterebbe di una scorciatoia contabile, ma di un rischio ambientale e sanitario scaricato sul territorio.


Grottaminarda, turni di venti ore

Il terzo filone è quello del caporalato. Nel cantiere di Grottaminarda sarebbe stata documentata la presenza di trentaquattro lavoratori egiziani impiegati con turni di dieci, dodici, quattordici, sedici e fino a venti ore, con tre o quattro ore di riposo. Retribuzioni sotto i minimi contrattuali, violazioni delle norme di igiene e sicurezza, irregolarità nei permessi di soggiorno e nella formazione. In un'intercettazione riportata dalla stampa locale, uno degli indagati direbbe di tenerli lì «notte e giorno, fino a che non finiscono». Sono le stesse persone che, materialmente, stanno costruendo i viadotti e le gallerie su cui viaggeranno i treni.


Non sono venuti da fuori

Ogni volta che un grande appalto pubblico nel Mezzogiorno finisce in un'inchiesta, la tentazione è raccontarla come una rapina venuta da fuori. Questa volta i dati non lo consentono. Le capofila dei consorzi sono grandi gruppi nazionali, ma le persone raggiunte dall'inchiesta sembrano in buona parte del territorio. Tra gli indagati figura Antonio Amato, vicepresidente dell'Unione Industriali di Napoli, per il quale i pm avevano chiesto il divieto di dimora e il gip ha invece escluso ogni esigenza cautelare. La stampa irpina segnala imprenditori della provincia di Avellino. E un'indagine parallela della Direzione distrettuale antimafia descriverebbe imprese vicine a un clan inserite nei subappalti dei consorzi attraverso intestazioni fittizie.

Vale la pena essere precisi: si parla di pochi imprenditori e funzionari, non di un sistema regionale, e tutti gli indagati sono presunti innocenti fino a sentenza definitiva. Ma il quadro descritto dalla Procura è quello di un'opera pensata per il riscatto del Sud che alcuni, proprio dal Sud, avrebbero trattato come un bancomat.


Cosa rischia l'opera

La Napoli-Bari è finanziata in parte con i fondi del Pnrr, e i tempi di completamento sono già oggetto di attenzione a livello europeo. Un'inchiesta di questa portata comporta verifiche sui materiali, possibili rifacimenti e, nel peggiore dei casi, contenziosi tra stazione appaltante e imprese. Ogni mese di ritardo è un mese in più in cui pendolari, studenti e imprese del Sud continueranno a viaggiare su una linea del secolo scorso.

La domanda vera, però, non riguarda i tempi. Riguarda la fiducia. Quando la linea sarà pronta, i cittadini dovranno salire su un'infrastruttura che, secondo la Procura, in un tratto è stata costruita con calcestruzzo annacquato, da operai sfruttati, sotto controlli comprati con un panettone. Sarà il processo a stabilire le responsabilità. Ma ricostruire la fiducia, quella, non basterà una sentenza.



Fonti:

  • Sky TG24, "Mazzette e caporalato nei lavori Tav Napoli-Bari, arresti e sequestri", 29 settembre 2026
  • ANSA, "Mazzette e caporalato nei lavori Tav Napoli-Bari, arresti e sequestri", 29 settembre 2026
  • Il Fatto Quotidiano, "Corruzione sui lavori dell'Alta Velocità Napoli-Bari, 10 agli arresti domiciliari", 29 settembre 2026
  • Corriere dell'Irpinia, "Alta Velocità Napoli-Bari, appalti pilotati e mazzette: 20 misure cautelari e sequestri", 29 settembre 2026
  • AvellinoToday, "Mani dei clan sull'Alta velocità Napoli-Bari: l'inchiesta della Dda ai raggi X", settembre 2026


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