Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Salis condannata a risarcire trecentomila euro ai collaboratori licenziati: la sentenza, la contumacia e una storia che divide da tre anni
Trecentomilanovecento euro di risarcimento, più diecimila euro di spese legali. È la cifra che il Tribunale di Milano ha posto a carico di Ilaria Salis, europarlamentare di Alleanza Verdi e Sinistra, condannata in sede civile per aver licenziato due suoi collaboratori senza giusta causa. La sentenza, emessa dal giudice Franco Caroleo della sezione Lavoro ed emessa lo scorso marzo, è stata resa nota oggi dall'agenzia Adnkronos, che ha potuto visionarla. Il tribunale ha accolto integralmente le richieste dei due ex collaboratori: il risarcimento corrisponde ai compensi che avrebbero percepito fino alla scadenza naturale dei contratti, fissata al sedici luglio duemilaventinove, fine del mandato parlamentare. È una condanna civile, non penale, ed è di primo grado: può essere impugnata. Ma per una figura pubblica che ha costruito la propria immagine sulla difesa dei diritti, il peso politico della notizia va oltre i numeri.
I fatti: dall'aiuto in campagna elettorale al licenziamento
Secondo la ricostruzione della sentenza riportata dalle agenzie, i due collaboratori avevano contribuito alla campagna elettorale che nel giugno duemilaventiquattro portò Salis al Parlamento europeo. Dopo l'elezione erano stati assunti con contratti legati alla durata del mandato, con retribuzioni mensili di duemilanovecento e tremila euro. Le mansioni previste erano di livello strategico: sviluppo di progetti per valorizzare l'attività dell'eurodeputata, progettazione e gestione di campagne ed eventi in Italia e all'estero, supporto nei rapporti con le istituzioni e consulenza politica. Il rapporto si è però interrotto dopo pochi mesi, nel febbraio duemilaventicinque. A una collaboratrice sarebbe stato comunicato il recesso anticipato per il venir meno del rapporto fiduciario, ritenuto causa di una situazione di "incompatibilità ambientale e personale"; al secondo collaboratore l'incarico sarebbe stato revocato con effetto immediato per una dichiarata insoddisfazione rispetto alla qualità della collaborazione. Motivazioni che, davanti al giudice, non hanno trovato riscontro.
Perché il giudice ha condannato: l'onere della prova e la contumacia
Il cuore giuridico della vicenda sta in un principio consolidato del diritto del lavoro: quando un lavoratore impugna un licenziamento, spetta al datore di lavoro dimostrare l'esistenza della giusta causa. E qui entra in gioco l'elemento che ha segnato il procedimento: Salis è rimasta contumace per l'intero processo, cioè non si è mai costituita in giudizio e non ha fornito alcuna controprova. Secondo quanto riportato, i due ex dipendenti non sarebbero riusciti a notificare il ricorso all'indirizzo di residenza ufficiale dell'europarlamentare, e il procedimento è andato avanti senza la sua partecipazione. In assenza di elementi a sostegno dei recessi, il tribunale li ha dichiarati privi di giusta causa e ha riconosciuto ai ricorrenti, assistiti dagli avvocati Francesca Verdura, Tiziana Laratta e Sergio Romanotto, il diritto al risarcimento integrale. Va detto con chiarezza: la contumacia non è un'ammissione di colpa, e le ragioni per cui la notifica non sarebbe andata a buon fine non sono al momento chiarite. Ma processualmente ha avuto un effetto preciso: nessuna difesa è mai stata presentata.
Chi è Ilaria Salis: una figura che divide dal duemilaventitre
Per capire perché questa sentenza farà discutere ben oltre le aule giudiziarie, serve la cronostoria. Ilaria Salis, milanese, classe millenovecentottantaquattro, maestra e attivista per il diritto alla casa, diventa un caso internazionale nel febbraio duemilaventitre, quando viene arrestata a Budapest con l'accusa di aver aggredito alcuni militanti di estrema destra durante le contro-manifestazioni del cosiddetto Giorno dell'Onore. La sua detenzione in Ungheria, durata quasi un anno e mezzo, solleva proteste in Italia e in Europa: le immagini dell'imputata condotta in aula con catene ai polsi e alle caviglie provocano la reazione del governo italiano, mentre la difesa denuncia condizioni carcerarie degradanti e un processo che considera privo di garanzie. Nel giugno duemilaventiquattro la candidatura con Alleanza Verdi e Sinistra e l'elezione al Parlamento europeo cambiano tutto: l'immunità parlamentare le consente di lasciare l'Ungheria e di tornare in Italia. Nell'aprile di quest'anno, secondo quanto riportato dalla stampa, le autorità ungheresi hanno chiuso il procedimento a suo carico, che potrebbe eventualmente essere riaperto solo ripartendo da zero.
Le polemiche italiane: occupazioni, debiti contestati, immunità
Parallelamente al caso ungherese, la figura di Salis è stata al centro di un acceso dibattito interno. Le opposizioni di centrodestra l'hanno ripetutamente attaccata per il suo passato di attivista delle occupazioni abusive: secondo l'azienda lombarda per l'edilizia residenziale, l'eurodeputata avrebbe accumulato un debito rilevante legato all'occupazione di un alloggio popolare a Milano, circostanza che lei e i suoi difensori hanno sempre contestato nei presupposti e nelle cifre. Anche il voto del Parlamento europeo sulla sua immunità è stato un passaggio segnato da forti divisioni politiche. I sostenitori hanno sempre letto questi attacchi come una campagna contro una figura scomoda, simbolo delle battaglie per il diritto all'abitare; i critici come la dimostrazione di un rapporto disinvolto con le regole. È in questo clima già polarizzato che arriva la condanna di oggi, la prima pronunciata da un tribunale italiano.
Il cortocircuito politico e le reazioni
Il tema che molti commentatori sollevano è il contrasto tra l'immagine pubblica e i fatti accertati dal giudice: un'europarlamentare eletta anche sulla piattaforma dei diritti dei lavoratori condannata, come datrice di lavoro, per licenziamenti senza giusta causa. Dal centrodestra sono arrivati attacchi immediati, che parlano di incoerenza tra i valori professati e i comportamenti; dall'area di Alleanza Verdi e Sinistra, al momento in cui scriviamo, non risultano invece dichiarazioni ufficiali, così come non risulta alcun commento della diretta interessata. È una cautela che potrebbe avere anche ragioni processuali: trattandosi di una sentenza di primo grado emessa in contumacia, restano aperti gli strumenti di impugnazione, e non è escluso che la difesa contesti proprio le modalità della notifica. Qualunque sviluppo, lo seguiremo.
Cosa resta, al netto delle tifoserie
Al netto delle letture politiche, i fatti verificabili oggi sono questi: un giudice del lavoro ha stabilito che due collaboratori sono stati licenziati senza che sia stata provata alcuna giusta causa, e ha quantificato il danno in oltre trecentomila euro. La condannata non si è difesa in giudizio, per ragioni non ancora chiarite. La sentenza non è definitiva. Tutto il resto, dalle valutazioni sulla coerenza politica ai giudizi sulla persona, appartiene al dibattito pubblico, non alle carte. Il nostro compito è tenerli distinti, e aggiornare quando le carte diranno di più.