Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Battuti per un voto: la maggioranza va sotto sulla legge elettorale, e il problema non è l'emendamento
Alla Camera l'emendamento sulle preferenze sostenuto dal governo è stato bocciato 188 a 187, con il voto segreto. I numeri dicono che decine di deputati di centrodestra hanno votato contro le indicazioni della propria coalizione. Il governo non cade, ma la fotografia politica resta.
Un voto. Uno solo. Martedì pomeriggio l'Aula della Camera ha respinto con 188 voti contrari e 187 favorevoli l'emendamento che avrebbe reintrodotto le preferenze nella legge elettorale, presentato da Fratelli d'Italia insieme a Noi Moderati e Udc e sostenuto esplicitamente dal governo. Sulla carta, il centrodestra partiva in aula con un vantaggio di circa ottanta deputati. Il conto è presto fatto: protetti dallo scrutinio segreto, previsto dal regolamento della Camera per le materie elettorali, diversi parlamentari della maggioranza hanno votato contro la linea del proprio governo. Quanti esattamente non lo sapremo mai, ed è proprio questo il punto politico del voto segreto: secondo la ricostruzione del Post i cosiddetti franchi tiratori sarebbero stati circa quaranta, mentre il capogruppo della Lega Riccardo Molinari ha parlato di circa trentuno, escludendo defezioni nel suo partito. In entrambi i casi, si tratterebbe di numeri largamente sufficienti a certificare che una parte consistente della coalizione ha scelto di affondare, al riparo dell'anonimato, la proposta su cui la presidente del Consiglio si era spesa in prima persona.
Cosa prevedeva l'emendamento
La proposta bocciata era un compromesso, e come molti compromessi non entusiasmava nessuno. L'emendamento manteneva il capolista bloccato, cioè deciso dai partiti, e introduceva accanto a esso la possibilità per l'elettore di esprimere fino a tre preferenze tra i candidati dei collegi plurinominali, con un vincolo di alternanza di genere. Un sistema ibrido: metà scelta dei cittadini, metà scelta delle segreterie. Per capire la portata simbolica basta un dato: alle elezioni politiche gli italiani non esprimono una preferenza dal 2017, e più in generale il sistema delle liste bloccate domina da oltre un decennio. Le opposizioni hanno contestato proprio questo carattere ibrido, definendo le preferenze proposte poco più che una concessione di facciata a fronte di capilista comunque blindati. Il Movimento 5 Stelle aveva annunciato il voto contrario parlando di preferenze finte, mentre nel campo largo il Pd aveva bollato l'intera riforma come una legge costruita a misura di maggioranza. Va ricordato che nella stessa seduta è stato bocciato anche, con margine molto più ampio, un subemendamento sulla parità di genere tra i capilista, proposto da Avs e sostenuto da Pd e M5S.
La giornata che sembrava mettersi bene
Il paradosso è che la mattinata era iniziata nel migliore dei modi per la maggioranza. Lega e Forza Italia, che non avevano firmato l'emendamento e nei giorni precedenti avevano manifestato freddezza, avevano sciolto le riserve annunciando il proprio sostegno. Sulla carta, quindi, il testo aveva i numeri per passare con margine. La premier si era esposta direttamente nelle ore precedenti al voto, chiedendo alle opposizioni di votare a scrutinio palese e sfidando tutti a metterci la faccia. La presidenza della Camera ha però accolto la richiesta delle opposizioni di scrutinio segreto su un centinaio di emendamenti, sugli articoli principali e sul voto finale, come il regolamento consente in materia elettorale. C'è poi un dettaglio procedurale che, col senno di poi, ha aggravato la portata della sconfitta: sull'emendamento il governo avrebbe potuto rimettersi all'aula, evitando di prendere posizione. Ha scelto invece di esprimere parere favorevole, caricando il voto di un peso politico che ora si ritrova addosso. Dopo la bocciatura, Meloni ha commentato sui social con parole nette: <<Ha vinto di nuovo la palude>>, riconoscendo al tempo stesso che nella maggioranza sono mancati diversi voti e che servirà una riflessione.
Le reazioni: dimissioni contro incidente di percorso
In aula, subito dopo l'annuncio del risultato, dai banchi delle opposizioni si sono levati cori che chiedevano elezioni e dimissioni. I leader del campo largo, da Elly Schlein a Giuseppe Conte fino a Riccardo Magi e ai rappresentanti di Italia Viva, hanno chiesto compatti che la premier prenda atto di quella che considerano una sfiducia sostanziale della sua stessa maggioranza. Conte ha chiesto di <<aprire la crisi di governo e andare a casa>>. Renzi, sui social, ha sintetizzato la lettura delle opposizioni sostenendo che <<la maggioranza non c'è più>> e chiedendo il voto anticipato a settembre. Dal fronte opposto, la linea è quella del ridimensionamento: il vicepremier Antonio Tajani ha parlato di <<un incidente di percorso>>, sottolineando che non si trattava di un voto di fiducia e che il governo va avanti. Il capogruppo di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami ha attaccato chi si è nascosto dietro il voto segreto, rivendicando la scelta di metterci la faccia. Nel mezzo, la posizione più sfumata è quella di Maurizio Lupi, secondo cui il valore politico dell'accaduto non si può nascondere.
Cosa succede adesso
Sul piano formale, non succede nulla. La bocciatura di un emendamento, per quanto importante, non ha conseguenze dirette sulla vita del governo: non era un voto di fiducia e l'esecutivo resta pienamente in carica. La discussione sulla legge elettorale è proseguita e il testo dovrà comunque affrontare l'intero percorso parlamentare, incluso il passaggio al Senato. Sul piano politico, però, la faccenda è molto diversa. Meloni aveva fatto della riforma elettorale una priorità del suo ultimo anno di legislatura, tanto più dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia di marzo, e della battaglia sulle preferenze una questione personale. Essere smentita non dalle opposizioni ma da decine di parlamentari della propria coalizione, a meno di un anno dalle elezioni politiche, è un segnale che nessuna dichiarazione può cancellare del tutto. Resta aperta anche la domanda più scomoda: chi sono i franchi tiratori? Ogni partito della maggioranza nega che siano i propri, e il voto segreto garantisce che non lo si possa dimostrare. Una chiave di lettura, avanzata da più osservatori, riguarda l'interesse personale degli eletti: i parlamentari attuali sono stati tutti selezionati dalle segreterie attraverso le liste bloccate, e un sistema con le preferenze significherebbe per molti di loro dover conquistare la rielezione sul campo, senza la protezione della posizione in lista. Se questa lettura fosse corretta, il voto di martedì racconterebbe qualcosa che va oltre gli equilibri di coalizione: un Parlamento che, potendo scegliere nel segreto dell'urna, ha preferito non cambiare le regole che lo hanno generato. La riforma non è morta, e la maggioranza potrebbe ripresentare la questione in altra forma. Ma da oggi ogni voto segreto sulla legge elettorale, compreso quello finale, porta con sé la stessa incognita: i numeri che la coalizione ha sulla carta e quelli che ha davvero, quando nessuno guarda, potrebbero non coincidere.
Fonti:
- Il Post - Il governo è stato sconfitto in un importante voto sulla legge elettorale alla Camera (14 luglio 2026)
- Ansa - Legge elettorale: la maggioranza battuta alla Camera sulle preferenze (14 luglio 2026)
- Open - Legge elettorale, no alle preferenze per un voto: la diretta (14 luglio 2026)
- Leggo/Il Messaggero - Legge elettorale, maggioranza sotto alla Camera sulle preferenze (14 luglio 2026)
- Il Sole 24 Ore - Legge elettorale, ok Lega a preferenze, anche FI. Il sì del PD chiederà voto segreto (14 luglio 2026)
- Euronews - Riforma elettorale: bocciato l'emendamento sulle preferenze (14 luglio 2026)