Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Città antiche costruite ieri: la Cina e il business delle "ancient towns"
Da Datong a Gubei, fino a Dayong: come la Cina ricostruisce il proprio passato a uso turistico, quanto rende, quanto costa e perché ora anche la stampa di Stato chiede di frenare.
A Datong, nello Shanxi, il legno delle travi è troppo perfetto perché sia legno, l'oro delle decorazioni non è oro e le mura di epoca Ming, cioè del Trecento, sono state tirate su l'altro ieri. Non è un caso isolato. In Cina si chiamano fanggu, "a imitazione dell'antico": città, borghi e quartieri storici costruiti da zero o ricostruiti da capo con tetti ricurvi, lanterne rosse e intarsi dorati. Tutto tradizionale, tranne la data di nascita. Il fenomeno ha una logica, dei numeri e, da un paio d'anni, anche una lista di fallimenti.
Perché la Cina ricostruisce
La premessa la fornisce la CNN in un reportage di fine luglio: gran parte del patrimonio storico cinese è andata perduta tra incendi, guerre, saccheggi e rivoluzioni. Ricostruire è diventata la risposta e, nell'era di Xiaohongshu, il social che orienta i viaggi dei giovani cinesi, la ricostruzione è anche un prodotto: per una quindicina di dollari si noleggia un costume tradizionale hanfu, con altri dieci si aggiungono trucco, accessori, fotografo e post-produzione. Per Yang Jinsong, direttore dell'Istituto internazionale della China Tourism Academy, i consumatori sarebbero sempre più disposti a pagare per il valore emotivo di un'esperienza immersiva. Non tutti però la prendono bene: una studentessa thailandese intervistata dalla CNN, dopo aver scoperto che la città d'acqua appena visitata era del 2014, ha ammesso che «è difficile non sentirsi ingannati».
Datong, il sindaco delle demolizioni
Il caso più studiato è Datong, città carbonifera dello Shanxi. Tra il 2008 e il 2013 il sindaco Geng Yanbo, soprannominato "Geng il demolitore" e protagonista del documentario The Chinese Mayor, ha fatto abbattere gran parte del centro storico per ricostruirlo più antico di prima e rifare per intero le mura della città. Secondo la rivista NewsChina, sotto la sua gestione sarebbero state demolite oltre 180.000 abitazioni e trasferite 40.000 delle 140.000 famiglie della città vecchia; altre ricostruzioni parlano di 200.000 case abbattute e di circa mezzo milione di residenti spostati fuori dal centro, sostituiti da hotel e ristoranti. Ruan Yisan, tra i massimi esperti cinesi di tutela del patrimonio, ha sintetizzato l'operazione come la distruzione di antichità vere per crearne di false. Dieci anni dopo, il paradosso è che funziona: nell'estate 2024 le strade ricostruite di Datong risultavano piene di giovani turisti arrivati grazie ai social, e la città può comunque contare su tesori autentici come le grotte di Yungang, patrimonio Unesco, e i templi Huayan e Shanhua.
Gubei, la città d'acqua a due ore da Pechino
Gubei Water Town è il modello commerciale portato alla perfezione. Inaugurata nel 2014 ai piedi del tratto Simatai della Grande Muraglia, a un paio d'ore d'auto da Pechino, è stata costruita da un consorzio a controllo pubblico con un investimento di circa 600 milioni di dollari, sul sito di cinque villaggi rurali i cui abitanti sono stati trasferiti in un nuovo insediamento a un chilometro e mezzo di distanza. Il progetto replica lo stile delle città d'acqua del Jiangnan, la regione a sud dello Yangtze a oltre 1.200 chilometri da lì, dove quelle città non sono mai esistite: nove chilometri quadrati, canali, ponti di pietra, due hotel a cinque stelle, sei boutique hotel e circa 400 bed and breakfast, tutti gestiti da società pubbliche, con camere che arriverebbero a 500 dollari a notte. Si entra con un biglietto, come in un parco a tema. Secondo i dati diffusi dai gestori negli anni precedenti la pandemia, gli ingressi avrebbero superato i due milioni e mezzo l'anno; su una sola piattaforma di prenotazione, a luglio 2026, il tour combinato con la Muraglia risultava venduto oltre 10.000 volte, con una valutazione media di 4,9 su 5.
Il modello Xi'an
Il caso estremo è Xi'an, l'antica capitale Tang. La Datang Everbright City, una strada pedonale di 2.100 metri costruita per rievocare l'età d'oro dell'ottavo secolo tra pagode rosse, luci al neon e musica elettronica, attirerebbe circa 75 milioni di visitatori l'anno. L'ultima moda sono i matrimoni "nel tempo": tre cambi d'abito, attori, danza del leone e sposo a cavallo, con pacchetti che, secondo gli utenti dei social, costerebbero anche un mese di stipendio.
Dayong: due miliardi e mezzo di yuan, 2.300 biglietti
Poi c'è il rovescio della medaglia. Dayong Ancient City sorge nel centro di Zhangjiajie, nello Hunan, la città dei pinnacoli di roccia che ispirarono i paesaggi di Avatar. Il progetto, avviato nel 2016 e aperto in via sperimentale nel giugno 2021, è costato secondo le fonti tra 2,2 e 2,5 miliardi di yuan, oltre 300 milioni di dollari, e ricostruisce un centro storico in stile Ming-Qing con elementi dell'etnia Tujia. Secondo un'inchiesta della televisione di Stato CCTV, tra il 2021 e il 2024 avrebbe accumulato perdite superiori al miliardo di yuan; nel primo semestre 2024 avrebbe venduto appena 2.300 biglietti, meno di venti al giorno, e l'unica attività in utile sarebbe stata il parcheggio. A fine 2024 la società di gestione aveva attivi per 1,4 miliardi di yuan e passività per 1,7. Il proprietario, Zhangjiajie Tourism Group, prima società turistica cinese quotata in borsa nel 1996, è finito in ristrutturazione: a novembre 2025 sono entrati i capitali del gruppo televisivo dello Hunan e la città ricostruita, affidata a una controllata dell'ecosistema Mango, avrebbe riaperto rinnovata il 10 luglio 2026.
Anche Pechino ha chiesto di non esagerare
Il boom delle ancient towns è figlio di una politica del 2016 con cui il Ministero dell'Edilizia e altri organismi promossero la creazione di "cittadine caratteristiche" a vocazione turistica. Il risultato, secondo un rapporto della China Tourism Academy, è che oltre metà dei siti si concentra in sei province, e le stime di settore contano circa 2.800 città antiche tra vere e ricostruite. Il problema è l'omologazione: stessa architettura, stesso cibo di strada, stessi souvenir. Ed è la stampa di Stato a dirlo. Un editoriale del China Daily del dicembre 2024 ha descritto molti di questi progetti come opere di vanità che alimentano il debito degli enti locali e le occasioni di corruzione; il Global Times, nel luglio 2025, ha invitato gli sviluppatori ad abbandonare la logica del copia-incolla. Già nel 2021, del resto, il Ministero dell'Edilizia avrebbe diffuso una circolare contro le demolizioni e ricostruzioni su larga scala nei centri urbani. Il messaggio, in sostanza, è che l'antico nuovo di zecca non si vende più da solo.
Due letture in campo
Per gli amministratori locali le città ricostruite sono uno strumento di riconversione: Datong era una città di carbone e smog e oggi vive di turismo, Gubei ha portato milioni di visitatori dove c'erano campi. Per gli storici e gli urbanisti sono la cancellazione definitiva di ciò che restava, sostituito da un'idea di passato buona per le fotografie. Per i turisti, stando ai numeri, la differenza conta poco, almeno finché il modello resta unico. Quando le copie diventano migliaia, come a Dayong, anche l'antico costruito ieri invecchia in fretta. I dati sono questi, il giudizio lo lasciamo a chi legge.
Fonti:
- CNN Style (28 luglio 2026)
- NewsChina
- Sixth Tone (novembre 2024)
- China Daily (12 dicembre 2024)
- Global Times (14 luglio 2025)
- 36Kr (giugno 2026)
- Zhangjiajie Tourism Group, comunicati e bilanci
- China Tourism Academy
- Sinocities (agosto 2024)
- Lonely Planet