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Un arresto ogni seicento incendi: i numeri dell'impunità che protegge chi brucia l'Italia

La Calabria brucia da giorni, e tra gli inneschi la Protezione civile regionale ha denunciato di aver trovato anche gatti con stracci imbevuti di liquido infiammabile legati alla coda: micce viventi per moltiplicare i focolai. L'indignazione è unanime, la taglia dell'Aidaa sui responsabili è già sui giornali, e la domanda che tutti si fanno è la stessa: li prenderanno? La risposta onesta, guardando i numeri degli ultimi venticinque anni, è che quasi certamente no. Non per pessimismo, ma per statistica: in Italia chi appicca un incendio gode di un livello di impunità che non ha quasi eguali tra i reati gravi. E la storia recente della Calabria è il caso di scuola che lo dimostra.

Un arresto ogni seicento incendi: i numeri dell'impunità che protegge chi brucia l'Italia

Venticinque anni di fuoco, 293 arresti

I dati di lungo periodo, elaborati dal Comando unità forestali dei Carabinieri e presentati in occasione del venticinquennale della legge quadro sugli incendi boschivi, fotografano la sproporzione. Dal duemila al duemilaventiquattro sono stati accertati oltre centodiciassettemilacinquecento reati penali di incendio boschivo, con circa novemilacinquecento incendiari denunciati. Gli arresti, nello stesso quarto di secolo, sono stati duecentonovantatré. Meno di dodici l'anno, in tutta Italia. Fatto il conto, il rischio di finire in manette per chi appicca un rogo si aggira intorno ai due casi e mezzo ogni mille reati accertati: un'eventualità così remota da non costituire, di fatto, alcun deterrente. A queste cifre si aggiungono oltre cinquantaduemila sanzioni amministrative per circa novanta milioni di euro e millesettecento sequestri: numeri che raccontano un'attività di contrasto reale, ma concentrata quasi tutta sulla fascia amministrativa, mentre la responsabilità penale evapora. Secondo le elaborazioni del rapporto Ecomafia di Legambiente, anche nell'ultimo anno censito il copione non cambierebbe: la stragrande maggioranza dei fascicoli per incendio doloso risulta aperta contro ignoti, senza un nome, un volto, un processo.


Il caso Calabria: 603 incendi, un arresto

Se il quadro nazionale è impietoso, quello calabrese lo è di più. Secondo i dati diffusi da Legambiente Calabria in questi giorni, nel duemilaventicinque la regione ha contato seicentotre incendi che hanno mandato in fumo quasi diciassettemila ettari di territorio. Il bilancio giudiziario di quella devastazione: quattrocentonovantotto reati contestati, diciannove denunce, sei sequestri, trecentosette illeciti amministrativi e un solo arresto. Uno. E il duemilaventisei è partito peggio: al quindici luglio erano già censiti centosettantanove incendi per quasi duemila ettari bruciati, a cui si sono aggiunti gli oltre centocinquanta roghi degli ultimi giorni, quelli degli inneschi ritardati e dei gatti trasformati in micce. Per l'associazione ambientalista quella calabrese "non è un'emergenza, ma una crisi strutturale": il fuoco torna ogni estate negli stessi territori, con le stesse modalità, e con lo stesso esito giudiziario, cioè quasi nessuno.


Perché non si trovano i colpevoli

Le ragioni di questa impunità sono note a chi indaga. La prima è brutale nella sua semplicità: l'incendio distrugge le proprie prove insieme al bosco, e quando i rilievi arrivano sul punto di innesco spesso resta poco o nulla. La seconda è la natura del reato: si appicca in solitudine, in aree vaste e poco presidiate, scegliendo orari e condizioni di vento, e sempre più spesso con dispositivi a scoppio ritardato, candele e stoppini, che consentono di essere lontani chilometri quando divampa la fiamma. La terza è strutturale: la flagranza, che è quasi l'unica via per un arresto, richiede una presenza sul territorio che le forze in campo, per quanto rafforzate da droni e sorveglianza aerea, non possono garantire ovunque. Il risultato è che le condanne arrivano quasi solo quando il piromane è seriale e riconoscibile, o quando qualcuno parla. Ed è esattamente il punto su cui provano a incidere le taglie e gli appelli alla collaborazione: rompere il silenzio di chi sa.


La legge c'è, il catasto no

Il paradosso più amaro riguarda però lo strumento che avrebbe dovuto togliere valore economico al fuoco. La legge quadro del duemila impone vincoli severi sulle aree percorse dalle fiamme: divieto di edificazione e di caccia per dieci anni, vincolo di destinazione d'uso per quindici, divieto di rimboschimento con fondi pubblici per cinque. Sulla carta, bruciare un bosco per speculare non conviene a nessuno. Ma i vincoli si applicano solo alle aree censite, e il censimento, il cosiddetto catasto delle aree percorse dal fuoco, è per legge in capo ai Comuni. Molti Comuni, soprattutto piccoli e proprio nelle regioni più colpite, quel catasto non lo hanno mai istituito o non lo aggiornano, nonostante possano utilizzare gratuitamente i rilievi dei Carabinieri forestali. Senza registro, i divieti restano teorici: è il motivo per cui Legambiente ha chiesto pubblicamente alla Regione Calabria quali iniziative intenda assumere verso i Comuni inadempienti, ipotizzando perfino la nomina di commissari ad acta e meccanismi che premino gli enti in regola e penalizzino gli altri nell'accesso ai fondi. Perché un divieto che nessuno mappa è un divieto che non esiste.


Cosa servirebbe davvero

Le proposte sul tavolo, avanzate da associazioni ambientaliste ed esperti forestali, vanno tutte nella stessa direzione: spostare il baricentro dall'emergenza estiva alla prevenzione strutturale. Significa completare i catasti comunali e applicare i vincoli senza eccezioni, anticipare e rafforzare la stagione dell'antincendio boschivo, investire in attività investigative specializzate capaci di ricostruire inneschi e moventi, gestire i territori abbandonati che fanno da combustibile, e coinvolgere le comunità locali nella sorveglianza. Nel frattempo resta la via più immediata, quella della collaborazione: chiunque veda comportamenti sospetti o abbia informazioni può rivolgersi al numero di emergenza ambientale millecinquecentoquindici dei Carabinieri forestali o al centododici. Perché i numeri di questi venticinque anni raccontano una cosa sola: il fuoco lo si spegne in poche ore, ma l'impunità, quella, dura da un quarto di secolo. E finché il rischio per chi accende resterà di pochi casi su mille, ogni estate ricomincerà daccapo. Continueremo a seguire le indagini sui roghi calabresi e a dare conto di ogni sviluppo.



Fonti:

  • Comando unità forestali, ambientali e agroalimentari dei Carabinieri e Fondazione UniVerde, dati 2000-2024 sui reati di incendio boschivo;
  • Legambiente, rapporto Italia in Fumo 2026 e rapporto Ecomafia, elaborazioni su dati EFFIS/Copernicus;
  • Legambiente Calabria, dossier incendi luglio 2026;
  • Corriere della Calabria;
  • LaC News24;
  • Protezione civile della Regione Calabria;
  • Legge 353 del 2000.

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