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Millecentosessantatre miliardi fermi sul conto: così l'inflazione ha bruciato l'undici per cento dei risparmi degli italiani

Il paradosso dei risparmi italiani sta tutto in due numeri che sembrano contraddirsi. Il primo: 1.163 miliardi di euro, la somma depositata sui conti correnti delle famiglie italiane secondo i dati della Banca d'Italia aggiornati ad aprile 2026 e rielaborati dal Sole 24 Ore. Una cifra rimasta pressoché identica negli ultimi quattro anni, con un calo nominale di appena lo 0,4 per cento. Il secondo numero: 11,6 per cento. È la quota di potere d'acquisto che quella stessa montagna di denaro ha perso nello stesso periodo per effetto dell'inflazione certificata dall'Istat. In altre parole, l'estratto conto degli italiani dice che è tutto fermo, la realtà dei prezzi dice che un euro su nove è evaporato. Come ha sintetizzato l'analisi del quotidiano economico, mille euro di oggi comprano quanto "quattro anni fa si sarebbe acquistata con 884 euro".

Millecentosessantatre miliardi fermi sul conto: così l'inflazione ha bruciato l'undici per cento dei risparmi degli italiani

Una tassa che non compare in nessun estratto conto

Il meccanismo è noto agli economisti ma resta invisibile alla maggior parte dei risparmiatori. L'inflazione non preleva nulla: lascia intatte le cifre sul conto e agisce sui prezzi di tutto il resto. Tra il 2022 e il 2023 il carovita in Italia ha toccato punte che non si vedevano da decenni, spinto dalla crisi energetica seguita all'invasione dell'Ucraina, per poi rientrare gradualmente: ad aprile 2026 l'indice dei prezzi si attesta secondo l'Istat intorno al 2,7 per cento annuo. Ma l'effetto cumulato di quattro anni di rincari non si cancella con il rallentamento: resta incorporato nei prezzi, e quindi nel potere d'acquisto perduto. Il conto corrente, dal canto suo, non offre alcuna difesa. Secondo le rilevazioni di settore, il rendimento medio di un conto italiano nel 2026 oscilla tra lo 0,01 e lo 0,29 per cento lordo: praticamente zero, a fronte di un'inflazione che pur rallentata continua a correre più veloce. Il risultato è un rendimento reale negativo, anno dopo anno, per chiunque tenga la propria liquidità parcheggiata.


Perché gli italiani lasciano i soldi fermi

La domanda naturale è perché, di fronte a un'erosione così consistente, la liquidità sui conti non solo non sia diminuita, ma a livello complessivo risulti in crescita. Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha rielaborato i dati della Banca d'Italia, a febbraio 2026 la liquidità totale detenuta da famiglie, imprese e operatori economici ha raggiunto 2.084 miliardi di euro, quasi cento miliardi in più rispetto a un anno prima, con i soli conti correnti a quota 1.410 miliardi. Le spiegazioni avanzate dagli osservatori sono diverse e probabilmente si sommano. C'è la funzione di riserva precauzionale: dopo anni di pandemia, guerra e bollette impazzite, molte famiglie preferiscono tenere un cuscinetto immediatamente disponibile, anche a costo di vederlo assottigliarsi in termini reali. C'è la scarsa educazione finanziaria, che le indagini internazionali attribuiscono da anni all'Italia in misura superiore rispetto ad altri Paesi avanzati: chi non conosce le alternative tende a non usarle. E c'è la sfiducia, alimentata dal ricordo di crisi bancarie e perdite sui mercati, che porta a percepire il conto corrente come l'unico posto davvero sicuro. Un'equazione comprensibile sul piano psicologico, ma che i numeri degli ultimi quattro anni raccontano come tutt'altro che gratuita.


La geografia della liquidità: un Paese spaccato

L'analisi provinciale dei depositi restituisce poi una fotografia dell'Italia tutt'altro che uniforme. In cima alla classifica del risparmio pro capite c'è Bolzano, dove le famiglie detengono in media circa 37mila euro a testa sui conti. Ma il dato più interessante riguarda le direzioni opposte in cui si muovono le due Italie. Tra aprile 2022 e aprile 2026 gli incrementi più consistenti delle giacenze si concentrano nel Mezzogiorno: spiccano le province sarde con un aumento dell'11 per cento, poi Benevento, Caserta e Brindisi. Secondo l'analisi del Sole 24 Ore, al Sud hanno pesato l'aumento dell'occupazione e la minore diffusione di strumenti finanziari alternativi, che ha limitato lo spostamento delle somme verso investimenti più remunerativi. All'estremo opposto, i cali più marcati si registrano al Nord e in parte del Centro: a Milano, che da sola raccoglie quasi l'8 per cento di tutti i depositi delle famiglie italiane con circa 90 miliardi, i conti si sono alleggeriti del 4 per cento in quattro anni. Una parte di quei soldi, osservano gli analisti, non è stata spesa ma dirottata verso forme di investimento più redditizie: titoli di Stato, conti deposito, fondi. Dove gli strumenti si conoscono, insomma, la liquidità si muove; dove non si conoscono, resta ferma e si consuma.


Cosa dicono i numeri e cosa non dicono

Va detto con chiarezza cosa questi dati non significano. Non significano che tenere liquidità sul conto sia sempre un errore: una riserva per gli imprevisti, pari ad alcuni mesi di spese, è considerata dagli esperti di finanza personale una componente sana di qualsiasi bilancio familiare, e la sua funzione è la disponibilità immediata, non il rendimento. Non significa nemmeno che investire sia una garanzia: i mercati comportano rischi, e la storia recente offre esempi sia di guadagni sia di perdite. Ciò che i numeri dicono, però, è altrettanto chiaro: la percezione che i soldi sul conto siano al riparo è un'illusione contabile. Il capitale nominale resta intatto, quello reale no. Negli ultimi quattro anni la differenza è stata di oltre un decimo del valore, sottratto in modo silenzioso, senza prelievi e senza avvisi. È il motivo per cui diversi osservatori parlano dell'inflazione come di una tassa occulta sui depositi: colpisce in proporzione soprattutto chi tiene tutto in liquidità, e cioè, statisticamente, le fasce con minore educazione finanziaria.


Il nodo che resta aperto

La questione, in prospettiva, non riguarda solo le scelte individuali ma un tema di sistema. Un Paese che tiene oltre duemila miliardi parcheggiati in strumenti a rendimento quasi nullo rinuncia a una parte della propria capacità di investimento, mentre le famiglie che quel risparmio hanno accumulato ne vedono ridursi il valore reale anno dopo anno. Le possibili risposte chiamano in causa attori diversi: la scuola e l'educazione finanziaria, gli istituti bancari e la trasparenza sulle condizioni dei depositi, le istituzioni e gli strumenti per il risparmio diffuso. Nel frattempo, l'unica certezza è nei numeri di partenza: 1.163 miliardi fermi, l'11,6 per cento di potere d'acquisto in meno, e mille euro che oggi valgono quanto 884 di quattro anni fa. Continueremo a seguire il tema con i dati alla mano.



Nota di trasparenza: questo articolo ha finalità informative e non costituisce in alcun modo consulenza o raccomandazione di investimento.



Fonti:

  • Banca d'Italia, base dati statistica, depositi per provincia e settore della clientela, aggiornamento aprile 2026;
  • Il Sole 24 Ore, analisi sui depositi delle famiglie 2022-2026;
  • Istat, indici dei prezzi al consumo;
  • Centro studi Unimpresa, elaborazione su dati Banca d'Italia, febbraio 2026.

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