Iattualità · Cronaca · di Andrè Renzuto Iodice ·
Torino, la droga è arrivata tre volte in una notte. Il vero orrore è quanto fosse facile
C'è un dettaglio, nella ricostruzione dell'omicidio di Fabio Colapietro a Torino, che dovrebbe fare più paura dei sacchi neri trovati nel bagno di via Gulli. Secondo il racconto reso al giudice da Matheus De Oliveira Morando, il ventiseienne che ha confessato l'omicidio, la droga sarebbe entrata in quell'appartamento tre volte nella stessa notte. Ogni volta a portarla sarebbe stato lo stesso Colapietro, trentanove anni, precedenti per spaccio, che avrebbe fatto avanti e indietro tra la casa e il parco Sempione come un rider con le consegne. Crack, LSD, funghi allucinogeni e MDPHP, lo stimolante sintetico che nelle cronache viene chiamato monkey dust. Il tutto nel giro di una sera, in una città del Nord, a poche fermate di metropolitana dal centro. L'attenzione mediatica si è concentrata, comprensibilmente, sulla parte più atroce: il corpo smembrato, il cemento a presa rapida, la candeggina, l'insegnante di quarantasette anni che secondo l'accusa avrebbe cercato su internet come far sparire un cadavere. Ma se ci si ferma all'orrore si perde il punto. Quell'appartamento non è un'eccezione mostruosa. È il punto di arrivo di una filiera che funziona benissimo, tutti i giorni, in ogni città italiana.
Cosa sappiamo, e cosa resta da verificare
I fatti accertati sono pochi e vanno tenuti distinti dalle versioni degli indagati. Il corpo di Colapietro è stato trovato nella notte tra il 24 e il 25 settembre in un appartamento della periferia nord di Torino, dopo che Morando, spinto dalla madre, aveva chiamato la polizia. Domenica 27 settembre il gip Antonio Borretta ha confermato il carcere per tutti e tre gli indagati: Morando, accusato di omicidio e soppressione di cadavere; Nicole Formichetti, l'insegnante che viveva nell'appartamento; e una ragazza di ventidue anni. Le due donne rispondono di favoreggiamento e concorso nella soppressione del cadavere. Nell'ordinanza il giudice avrebbe fatto riferimento allo «stato di profonda tossicodipendenza dei tre soggetti».
Il resto è ricostruzione, e in parte le versioni non coincidono. Morando avrebbe raccontato di aver sorpreso Colapietro mentre gli rubava cinquanta euro e un braccialetto d'oro, e di averlo aggredito. La ventiduenne avrebbe dichiarato di trovarsi in un'altra stanza e di essere stata poi costretta a uscire con gli altri a comprare sacchetti. Formichetti si è avvalsa della facoltà di non rispondere. Vale la pena ripeterlo con chiarezza: tutti e tre sono presunti innocenti fino a sentenza definitiva, e la sequenza degli eventi dovrà essere accertata in un'aula di tribunale, non sui social.
Il parco Sempione due mesi dopo il maxi blitz
Il luogo da cui, secondo la ricostruzione, sarebbe partita la droga non è un posto qualunque. Il parco Sempione, nel quartiere Barriera di Milano, è una delle piazze di spaccio più note di Torino. E non è una zona dimenticata dalle forze dell'ordine: a metà luglio la Polizia di Stato ha cinturato l'intera area per un pomeriggio intero, con droni e unità cinofile, identificando oltre duecento persone e arrestandone undici. In quell'occasione sarebbero stati sequestrati centotrenta grammi di crack, cento di cocaina, duecento di ketamina e ventunomila pastiglie di Rivotril, oltre a quaranta provvedimenti di allontanamento dalla zona.
Due mesi dopo, se il racconto di Morando fosse confermato, da quello stesso parco un uomo avrebbe rifornito un appartamento per tre volte in una notte senza alcuna difficoltà. Non è un'accusa a chi ha condotto quell'operazione, che ha fatto esattamente ciò che poteva fare. È la fotografia di un limite strutturale: una piazza di spaccio non si chiude con un blitz, per quanto imponente. Si sposta, si riorganizza, si adatta. Chi compra sa dove tornare il giorno dopo.
Non è un problema di periferia
La tentazione di leggere questa storia come cronaca di margine, di droga e di degrado in un quartiere difficile, è forte. Ma i protagonisti la smentiscono. Tra gli indagati c'è un'insegnante di italiano di un istituto superiore di Ciriè, che quest'anno non aveva ancora ripreso le lezioni per ragioni personali. C'è un ventiseienne con una madre che, appena ha capito cosa era successo, lo ha convinto a consegnarsi. C'è una ragazza di ventidue anni. Nessuno di loro corrisponde all'immagine che ci siamo costruiti del tossicodipendente da marciapiede.
I dati dicono la stessa cosa. La Relazione al Parlamento sulle dipendenze presentata a settembre certificherebbe consumi in aumento in tutta Italia, confermati persino dal monitoraggio dell'aria. L'analisi delle acque reflue di trentotto città, commissionata dal Dipartimento politiche antidroga, indicherebbe la cocaina come seconda sostanza più diffusa nel Paese, con circa undici dosi al giorno ogni mille abitanti, e una crescita rapida della ketamina in diverse città del Nord. Le sostanze cambiano, si mescolano, si consumano in cocktail. Il crack, che un tempo era considerato una droga da ultimi, oggi costa pochi euro a dose ed è trasversale a ogni classe sociale.
La domanda scomoda
Ogni volta che un caso come questo esplode, il dibattito pubblico segue un copione fisso. Una settimana di indignazione, la richiesta di più controlli, qualche blitz mediatico, poi il silenzio fino al caso successivo. Il problema è che il modello fondato solo sulla repressione mostra i suoi limiti proprio in storie come quella di via Gulli: la piazza di spaccio era sotto i riflettori da mesi, eppure il rifornimento sarebbe avvenuto con la stessa facilità con cui si ordina una pizza.
La domanda che vale la pena porsi non è quanti agenti servano in più al parco Sempione. È perché, in una città come Torino, tre adulti con una vita apparentemente normale siano potuti scivolare per due giorni in un consumo compulsivo senza che nessuna rete, familiare, sanitaria o sociale, li intercettasse prima. La madre di Morando è stata l'unico presidio che ha funzionato, e ha funzionato quando era già troppo tardi.
Se questa storia deve insegnare qualcosa, non è che la droga uccide: lo sapevamo. È che la droga è a portata di mano ovunque, e che il confine tra chi la compra e chi finisce in un'ordinanza di custodia cautelare è molto più sottile di quanto ci piaccia credere. Fabio Colapietro l'ha attraversato da spacciatore ed è morto. Chi lo ha ucciso, e chi avrebbe cercato di nasconderne il corpo, lo ha attraversato da consumatore. Il resto lo dirà un tribunale. Ma quel confine, nelle nostre città, resta aperto tutti i giorni.
Fonti:
- Il Post, "Cosa sappiamo sul caso dell'uomo ucciso e fatto a pezzi a Torino", 28 settembre 2026
- ANSA, aggiornamenti sull'inchiesta della Procura di Torino (via Il Post)
- LaPresse, "Torino, controlli della polizia in Barriera Milano: oltre 200 identificati", 15 luglio 2026
- L'Espresso, "Droghe, in Italia consumi in aumento", 12 settembre 2026, sulla Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze 2026
- Sky TG24, dati dell'analisi delle acque reflue dell'Istituto Mario Negri per il Dipartimento politiche antidroga, giugno 2025