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Il grande riarmo tedesco: cosa sta decidendo Berlino e perché riguarda tutti noi.

In una sola settimana la Germania ha approvato il bilancio per la difesa più alto della sua storia recente — quasi 110 miliardi di euro per il 2027 — ha reso obbligatorie le esercitazioni per i riservisti e si è presentata al vertice NATO di Ankara con l'obiettivo dichiarato di costruire il più potente esercito convenzionale d'Europa. Un editoriale sui numeri, sulle ragioni, sulle paure. E sulle domande che nessuno in Europa, Italia compresa, può più rimandare.

Il grande riarmo tedesco: cosa sta decidendo Berlino e perché riguarda tutti noi.
C'è una settimana che fotografa meglio di qualsiasi analisi la trasformazione in corso a Berlino. Il 1° luglio il governo di Friedrich Merz ha approvato i decreti che cambiano il volto della riserva militare tedesca. Il 6 luglio ha varato il bilancio 2027, destinando alla difesa quasi 110 miliardi di euro. Il 7 e l'8 luglio si è seduto al tavolo del vertice NATO di Ankara, dove il contributo europeo viene misurato con la lente più severa degli ultimi decenni. Tre mosse in otto giorni. Non è più un dibattito: è un processo in pieno svolgimento. E merita di essere raccontato per intero, numeri e contraddizioni comprese.

I numeri, prima di tutto
Il bilancio approvato lunedì dal governo Merz assegna alla difesa per il 2027 quasi 110 miliardi di euro: un terzo in più rispetto al 2026. A questi si aggiungono 11,5 miliardi per l'Ucraina e le ultime risorse del fondo speciale da 100 miliardi lanciato nel 2022, che si esaurisce l'anno prossimo. Totale programmato per il 2027: circa 150 miliardi. E la traiettoria non si ferma: oltre 183 miliardi di spesa militare in senso stretto nel 2030, quasi 784 miliardi complessivi tra il 2026 e il 2030.
Per rendere possibile tutto questo, la Germania ha smontato il pilastro della propria ortodossia economica: con la riforma costituzionale del marzo 2025, la spesa per la difesa che eccede l'1% del PIL è esclusa dal freno al debito. «Non possiamo difenderci con un bilancio in pareggio», ha sintetizzato il ministro delle Finanze Lars Klingbeil, attribuendo la minaccia alle ambizioni imperiali di Putin.
Il conto, però, esiste. Il debito pubblico tedesco salirà al 69,5% del PIL già l'anno prossimo, il deficit supererà il 4%, e gli interessi passivi quasi raddoppieranno entro il 2030, da 42 a circa 81 miliardi l'anno. La Confindustria tedesca ha criticato la manovra: secondo le sue stime, entro il 2030 quasi un euro su cinque del gettito fiscale potrebbe finire nel pagamento degli interessi. È il primo grande nodo del riarmo: la sua sostenibilità economica.

Il secondo nodo: gli uomini

I soldi si stanziano; i soldati bisogna trovarli. Dal 1° gennaio 2026 è in vigore il nuovo servizio militare: tutti i diciottenni maschi ricevono un questionario obbligatorio su salute, formazione e disponibilità (per le donne è facoltativo), le visite mediche diventeranno obbligatorie dal luglio 2027, e chi si arruola volontariamente per almeno sei mesi riceve circa 2.600 euro lordi al mese più incentivi come il contributo per la patente. Gli obiettivi: 20.000 volontari nel 2026, fino a 38.000 nel 2030, per portare la Bundeswehr dagli attuali circa 182.000 effettivi a circa 260.000, affiancati da 200.000 riservisti. Se i volontari non basteranno, la legge prevede un meccanismo di selezione obbligatoria "in base alle necessità", previa approvazione del Bundestag.
I primi dati raccontano quanto sia difficile. Secondo i numeri diffusi dall'emittente ZDF, a fronte di circa 298.000 lettere inviate in cinque mesi, gli arruolamenti diretti sono stati 530: lo 0,18%. Il ministero della Difesa replica che la maggior parte dei diciottenni sta ancora studiando, che un quarto dei contattati ha manifestato interesse e che le candidature complessive alla Bundeswehr sono cresciute del 24%. Entrambe le letture sono legittime; il verdetto vero arriverà a fine anno, alla prova dell'obiettivo dei 20.000. Intanto un'indagine dell'istituto DeZIM segnala che circa l'86% dei giovani tra i 18 e i 28 anni si dichiara non disponibile al servizio, e il giorno dell'approvazione della legge migliaia di giovani hanno manifestato in una novantina di città.
I decreti del 1° luglio completano il quadro: per chi ha già servito nella Bundeswehr, le esercitazioni della riserva diventano obbligatorie — finora servivano il consenso del riservista e del datore di lavoro, d'ora in poi si potrà solo chiedere un rinvio. Insieme, il governo ha approvato norme per accelerare l'edilizia militare e per aggiornare le leggi sulle emergenze, con un piano da 10 miliardi per la protezione civile entro il 2029.

Le ragioni di Berlino
Perché tutto questo? La risposta ufficiale è lineare. La NATO definisce la Russia la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica; gli impegni presi all'Aja nel 2025 chiedono a tutti gli alleati di salire verso il 5% del PIL entro il 2035; e gli Stati Uniti di Donald Trump spingono l'Europa a farsi carico della propria difesa, in quella che l'amministrazione americana chiama "NATO 3.0". In questo scenario il cancelliere Merz ha fissato l'obiettivo: fare della Bundeswehr il più potente esercito convenzionale d'Europa entro il 2029. Per il governo tedesco non è bellicismo, è deterrenza: rendere un'aggressione così costosa da scoraggiarla, ed evitare che ogni crisi debba appoggiarsi alla sola minaccia nucleare.

Le ragioni di chi si oppone
Le critiche, però, non vengono da una parte sola — e questo è il dato più interessante. C'è la critica economica: ogni miliardo in armamenti è un miliardo sottratto ad altro, dicono industriali e opposizioni, in un Paese in cui infrastrutture e scuola chiedono investimenti da anni. C'è la critica generazionale: i Verdi hanno definito l'impianto del servizio militare una dichiarazione di sfiducia verso i giovani, e sono proprio i giovani — quelli che dovrebbero riempire le caserme — i più contrari. C'è la critica storica e geopolitica, che si sente in Germania e ancora di più fuori: il timore che il riarmo del Paese che ha attraversato il Novecento da protagonista tragico inneschi una spirale, più che prevenirla. E c'è perfino la critica opposta, interna alla stessa maggioranza: per l'esperto di politica estera della CDU Norbert Röttgen, il modello volontario è troppo timido e senza automatismi la Germania non sarà in grado di difendersi.

Il peso della storia, senza scorciatoie
Su questo punto conviene essere onesti in entrambe le direzioni. Chi evoca il passato tedesco solleva una domanda comprensibile: la memoria delle due guerre mondiali non è un dettaglio, e ottant'anni dopo il 1945 il ritorno della Germania a potenza militare di prima grandezza è un fatto storico enorme. Ma è altrettanto vero che la cornice è cambiata: la Bundeswehr nasce nel 1955 dentro la NATO, la leva è stata sospesa nel 2011, e la Germania di oggi agisce dentro alleanze, vincoli europei e controlli democratici e parlamentari che nel Novecento non esistevano. Il riarmo tedesco non avviene contro l'Europa, ma — nelle intenzioni dichiarate — per conto dell'Europa. Se questa cornice basti a rassicurare, è esattamente la domanda su cui il dibattito è aperto. Ed è una domanda legittima, non un tabù.

E noi?
La Germania non è un caso isolato: la Svezia ha ripristinato la leva nel 2017, la Lituania nel 2015, la Lettonia nel 2023, la Polonia punta a 300.000 militari professionisti, la Francia di Macron lancia da quest'estate un servizio nazionale volontario di dieci mesi. L'Italia, che si è presentata ad Ankara con il 2,8% del PIL in spese per la difesa e sicurezza a fronte di un impegno al 5% entro il 2035, ha davanti le stesse domande: quanto spendere, come reperire il personale, cosa sacrificare. Il dibattito tedesco di oggi è, con ogni probabilità, il dibattito italiano di domani.

La domanda che resta
Alla fine, la questione vera non è se la Germania si stia riarmando: è un fatto, documentato da bilanci e leggi. La questione è se questo renda l'Europa più sicura — come sostiene chi parla di deterrenza — o la avvicini al rischio che dice di voler scongiurare, come teme chi vede in ogni corsa agli armamenti la premessa del suo uso. Sono le due tesi in campo, ed entrambe meritano rispetto, perché entrambe partono da una paura sincera: quella di rivedere la guerra in Europa.

Noi non tifiamo per nessuno: i fatti verificati sono questi, le interpretazioni le abbiamo attribuite a chi le sostiene. Il giudizio spetta a voi.


Fonti: 
Il Sole 24 Ore, Euractiv, ZDF, Berlino Magazine, Domani, DeZIM-Institut, agenzie internazionali.

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