Iattualità · Tecnologia · di Andrè Renzuto Iodice ·
L'Italia dei data center: la grande occasione che rischiamo di subire invece di governare
Miliardi di investimenti, richieste di connessione alla rete per oltre ottanta gigawatt, comuni che moltiplicano i propri bilanci con gli oneri di urbanizzazione. La corsa ai data center è la più grande trasformazione industriale silenziosa in atto nel Paese. Ma senza una regia nazionale su energia, acqua e territorio, l'opportunità rischia di trasformarsi in un fenomeno subito, non guidato.
UN PAESE DI SETTEMILA ABITANTI COME SPECCHIO DELL'ITALIA
C'è un luogo che racconta meglio di qualsiasi statistica quello che sta succedendo all'Italia digitale, ed è Pregnana Milanese: poco più di settemila abitanti, una quindicina di chilometri a nord-ovest di Milano, un passato industriale fatto di stabilimenti Olivetti, Citroën e Iveco-CNH oggi dismessi. Su quelle tre aree, quasi cinquecentomila metri quadrati che valgono un quarto della superficie edificabile del comune, sorgeranno altrettanti data center, le infrastrutture che ospitano i server di cloud, applicazioni e intelligenza artificiale. Secondo quanto ricostruito dal Post, l'amministrazione prevede di incassare tra i venticinque e i trenta milioni di euro tra oneri di urbanizzazione e compensazioni ambientali: cinque volte il bilancio annuale dell'ente, abbastanza per ristrutturare un complesso scolastico da dodici milioni e finanziare opere che altrimenti resterebbero sulla carta per decenni. Il sindaco ha parlato di «un'occasione imperdibile», e dal suo punto di vista è difficile dargli torto. Ma è proprio qui che il caso Pregnana smette di essere una storia locale e diventa una questione nazionale: perché quello che per un singolo comune è un'occasione, per un Paese intero è una scelta strategica. E le scelte strategiche, in Italia, sui data center ancora non si vedono.
LA CORSA: NUMERI CHE NON HANNO PRECEDENTI
I numeri della corsa sono di quelli che di solito associamo ad altri settori. In Italia i data center attivi sono circa duecento e un'ottantina di nuovi impianti è in costruzione; secondo l'Osservatorio del Politecnico di Milano, negli ultimi tre anni il settore ha attirato circa sette miliardi di euro di investimenti. La geografia è sbilanciata in modo estremo: la provincia di Milano ospita da sola oltre settanta strutture, e nel raggio di trenta chilometri da Pregnana si contano circa sessanta tra impianti operativi, cantieri e progetti. La ragione è nota: connettività, aree industriali dismesse da riconvertire, domanda di servizi digitali concentrata al Nord. Ma il dato che più di ogni altro fotografa la febbre è quello comunicato da Terna, il gestore della rete elettrica nazionale: le richieste di connessione alla rete da parte di data center hanno superato quota quattrocentocinquanta, per oltre ottantadue gigawatt complessivi. Per capirci: più della metà dell'intera potenza di generazione installata in Italia, chiesta da un solo settore. Un anno e mezzo fa erano circa trenta gigawatt. Nessun comparto industriale, nella storia recente del Paese, ha mai espresso una domanda di energia così concentrata in così poco tempo.
LA BOLLA DENTRO LA CORSA
Va detto subito, però, che dentro questi numeri c'è molta aria. Gran parte delle richieste di connessione avrebbe finalità puramente speculative: opzionare capacità di rete oggi, per rivendere domani il terreno o il progetto a un operatore vero. Il meccanismo è favorito dall'assenza di penali e garanzie vincolanti nelle prime fasi dell'iter, e ha già prodotto effetti concreti sul mercato fondiario: secondo il presidente dell'Italian Data Center Association, Luca Beltramino, il valore dei terreni nell'area milanese sarebbe cresciuto fino a cinque volte nel giro di pochi mesi. Le stime più accreditate indicano che, degli oltre ottanta gigawatt richiesti, entro il 2030 ne entreranno effettivamente in funzione due o tre. Sembra poco, ed è comunque una rivoluzione: circa dieci volte la potenza oggi installata, che resta sotto i trecento megawatt. Anche lo schema societario delle operazioni racconta una filiera opaca: società intermediarie che acquistano i terreni, bonificano e impostano le pratiche urbanistiche, per poi cedere il passo a utilizzatori finali che spesso restano ignoti fino all'ultimo. A Pregnana, dei tre progetti, solo per uno è noto l'operatore finale: il gruppo emiratino Damac, fondato da Hussain Sajwani. Degli altri due si conoscono soltanto gli intermediari. Un comune di settemila abitanti sta negoziando il proprio futuro urbanistico con controparti di cui non conosce nemmeno il nome definitivo. Questo, più di ogni altro dettaglio, dice quanto il campo di gioco sia sbilanciato.
IL NODO ENERGETICO: LA DOMANDA CHE NESSUNO VUOLE FARSI
E poi c'è la domanda che in questa corsa quasi nessuno sembra volersi fare fino in fondo: abbiamo l'energia per tutto questo? I data center consumano elettricità in modo costante, ventiquattro ore su ventiquattro, sia per alimentare i server sia per raffreddarli. Oggi il settore assorbe circa quattro terawattora l'anno; secondo il Piano di Sviluppo di Terna, entro il 2030 si arriverà a circa undici terawattora, il tre per cento della domanda elettrica nazionale. Nel mondo la traiettoria è ancora più ripida: l'Agenzia Internazionale dell'Energia stima che i data center abbiano consumato nel 2024 circa quattrocentoquindici terawattora, più dell'intera domanda elettrica italiana, e che possano superare i novecento entro il 2030. Il problema non è tanto la quantità in sé, quanto la sua forma: una domanda rigida, non modulabile, concentrata geograficamente al Nord. Se la nuova capacità rinnovabile non crescerà di pari passo, il rischio concreto è una pressione al rialzo sui prezzi zonali dell'energia proprio nelle aree più industrializzate del Paese, con un paradosso evidente: l'infrastruttura della transizione digitale che rende più cara la transizione energetica. Terna ha messo in campo investimenti per sedici miliardi e seicento milioni di euro sulla rete nel periodo 2024-2028, e gli operatori più strutturati studiano contratti pluriennali di fornitura da rinnovabili, autoproduzione e sistemi di accumulo. Ma la verità è che oggi nessuno, in Italia, ha il compito di rispondere alla domanda fondamentale: quanta di questa nuova domanda elettrica vogliamo, dove, e alimentata come.
L'ACQUA, IL SUOLO, IL RUMORE: I COSTI CHE NON FINISCONO IN BILANCIO
Lo stesso vale per l'altra risorsa in gioco, l'acqua. Il raffreddamento dei server impone una scelta tra due beni scarsi: i sistemi evaporativi, i più efficienti dal punto di vista elettrico, possono consumare milioni di litri d'acqua al giorno, fino a cinque milioni per i campus più grandi secondo le stime di settore, l'equivalente del fabbisogno di una cittadina di trentamila abitanti; le tecnologie a secco quasi azzerano i consumi idrici, ma richiedono più elettricità. In una Pianura Padana che negli ultimi anni ha conosciuto estati di stress idrico severo, questa non è una scelta tecnica: è una scelta politica, che oggi viene lasciata ai gestori degli impianti. C'è poi il consumo di suolo, con impianti sempre più grandi: la dimensione media dei data center dell'area milanese, venticinquemila metri quadrati, è destinata quasi a triplicare secondo il Politecnico di Milano. E c'è il rumore dei sistemi di raffreddamento, che nel Rhodense ha già fatto nascere comitati di cittadini. Infine un interrogativo che i comitati sollevano spesso e che merita una risposta onesta: a fronte di superfici enormi, i data center generano in fase operativa un numero contenuto di posti di lavoro stabili. Le compensazioni economiche, per quanto ricche, sono una tantum; il consumo di suolo e di risorse dura decenni.
LE REGOLE CHE MANCANO, LA POLITICA CHE INSEGUE
Il punto di fondo è che tutto questo sta avvenendo in un vuoto di regole. In Italia non esiste una procedura nazionale consolidata per autorizzare un data center: ogni comune si è mosso da solo, con casi limite in cui la valutazione di impatto ambientale è arrivata a edificio già costruito. Lo stesso sindaco di Pregnana, pur difendendo la sua scelta, ha auspicato pubblicamente una procedura più guidata, giudicando irragionevole lasciare la pianificazione di opere così complesse a singole amministrazioni prive di uffici tecnici adeguati. Quando è chi beneficia del sistema a chiederne la riforma, forse il problema è reale. Qualcosa si muove: la Lombardia ha approvato una legge regionale che accentra le pratiche sopra una certa soglia di potenza e indirizza i nuovi impianti verso le ex aree industriali, pur senza vietare il consumo di suolo libero; a livello nazionale il decreto Energia ha introdotto un procedimento autorizzativo unico, con competenza regionale fino a trecento megawatt e statale oltre. Ma sono correzioni di rotta, non una strategia. Mancano criteri nazionali su dove localizzare gli impianti, requisiti vincolanti su approvvigionamento energetico e uso dell'acqua, garanzie contro le richieste speculative di connessione, standard minimi per le compensazioni ai territori.
LA SCELTA DAVANTI A NOI
Sgombriamo il campo da un equivoco: i data center servono, e servono anche all'Italia. Sono l'infrastruttura fisica della vita digitale di tutti, e la loro localizzazione sul territorio nazionale è anche una questione di sovranità tecnologica: i dati degli italiani, delle imprese e della pubblica amministrazione è meglio che risiedano qui piuttosto che altrove. Il punto non è se averli, ma come. L'esperienza di Pregnana dimostra che i margini di negoziazione esistono: il Comune ha ottenuto di conteggiare negli oneri anche gli impianti esterni, ricavando milioni aggiuntivi, e ha condiviso in anticipo le compensazioni con i comuni confinanti. Ma non può essere la bravura negoziale del singolo sindaco a decidere se un territorio viene tutelato o svenduto. La corsa ai data center è la prova generale di come l'Italia affronterà le grandi trasformazioni dei prossimi decenni, dove digitale, energia e territorio si intrecciano. Possiamo governarla, decidendo dove, quanto e a quali condizioni. Oppure possiamo continuare a inseguirla, un consiglio comunale alla volta, e accorgerci tra dieci anni di aver ceduto pezzi di territorio, di rete elettrica e di falde acquifere in cambio di oneri di urbanizzazione. L'occasione, per usare le parole del sindaco di Pregnana, è davvero imperdibile. A patto di non perdere, insieme all'occasione, il controllo.
FONTI:
Il Post (12 luglio 2026), Terna (Piano di Sviluppo e portale Econnextion), Osservatorio Data Center del Politecnico di Milano, Istituto per la Competitività I-Com, Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA), QualEnergia.