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Ceuta, migliaia di arrivi e la mano del Marocco: perché la crisi migratoria è anche una partita geopolitica

In poche ore la città spagnola di Ceuta, sulla costa nordafricana, ha cambiato volto. Migliaia di persone — uomini, donne con bambini, moltissimi giovani e minorenni — hanno raggiunto l'enclave prima a nuoto, aggirando la scogliera del Tarajal, poi in massa attraverso il valico di frontiera terrestre. Il bilancio umano è pesante: la Guardia Civil ha recuperato almeno nove corpi di migranti annegati, e alcune fonti di polizia parlano di un numero più alto, mentre le operazioni di soccorso proseguono. Madrid ha annunciato l'invio dell'esercito, il premier Pedro Sánchez è atteso in città, e a Roma il governo italiano fa sapere di stare valutando la sospensione di Schengen con la Spagna. Dietro le immagini che rimbalzano sui social c'è però una vicenda più complessa di quella che si presta allo slogan, e per capirla serve mettere insieme i numeri, la geografia e la politica. Proviamo a farlo con i fatti, distinguendo ciò che è accertato da ciò che è ancora in evoluzione.

Ceuta, migliaia di arrivi e la mano del Marocco: perché la crisi migratoria è anche una partita geopolitica

Cosa è successo

Secondo le autorità locali, nell'arco di circa due settimane a Ceuta si sarebbero registrati quasi duemila ingressi irregolari via mare, con un ritmo che il presidente dell'enclave, Juan Jesús Vivas, ha quantificato in circa trecento persone al giorno. La situazione è poi degenerata bruscamente quando, a mezzogiorno, centinaia di persone sono entrate in massa anche via terra, unendosi a chi era arrivato nei giorni precedenti. I testimoni raccontano di essersi radunati dopo il diffondersi di voci sull'apertura del confine all'alba. Le immagini di colonne umane lunghe chilometri lungo le colline e di ragazzi fradici che raggiungono la riva hanno riportato Ceuta all'incubo del maggio 2021. La Guardia Civil e i servizi di emergenza, secondo la stampa spagnola, si sono trovati sopraffatti e in più momenti hanno potuto prestare soccorso solo ai feriti, con il centro di accoglienza descritto come saturo.


Che cos'è Ceuta e perché conta

Per capire la portata della crisi bisogna ricordare dove si svolge. Ceuta, insieme a Melilla, è una delle due sole frontiere terrestri tra l'Unione europea e il continente africano: un lembo di territorio spagnolo circondato dal Marocco, e dunque la porta d'ingresso via terra dell'Europa in Africa. Questo la rende un punto simbolico e strategico allo stesso tempo, e spiega perché ogni ondata di arrivi assuma immediatamente una dimensione che va oltre il caso locale, coinvolgendo Madrid, Bruxelles e, come si vede in queste ore, anche altri governi europei.


La reazione della Spagna

Il governo spagnolo ha annunciato giovedì l'invio di militari a Ceuta, e Sánchez ha reso noto che si recherà nell'enclave insieme al ministro dell'Interno Fernando Grande-Marlaska. Sui social il premier ha assicurato che l'esecutivo sta mobilitando tutte le risorse necessarie, in collaborazione con le autorità marocchine e internazionali, per ripristinare la normalità. Il ministero dell'Interno spagnolo ha inoltre riferito di aver concordato con Rabat il rimpatrio in tempi rapidi di chi è entrato illegalmente. Sul piano locale, l'assemblea di Ceuta ha approvato all'unanimità — con i voti di Partido Popular, Psoe, Vox e liste civiche — un ordine del giorno che chiede la chiusura temporanea della frontiera, il dispiegamento dell'esercito e la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale, definendo quella in corso una delle crisi più gravi degli ultimi anni.


Lo scontro politico in Spagna

Come prevedibile, la vicenda si è trasformata in terreno di scontro. Il leader del Partito Popolare, Alberto Núñez Feijóo, ha parlato di una crisi di sicurezza nazionale davanti alla quale il governo non può voltarsi dall'altra parte, esprimendo solidarietà alle autorità di Ceuta. Ben più aspri i toni del leader di Vox, Santiago Abascal, che ha attribuito direttamente a Sánchez la responsabilità della crisi, parlando di invasione e lanciando un appello social. Il governo, dal canto suo, respinge le accuse e rivendica un approccio basato su cooperazione e responsabilità. È lo schema, ormai ricorrente in tutta Europa, per cui un fenomeno migratorio diventa quasi istantaneamente materiale di battaglia politica interna, con letture opposte dello stesso fatto.


L'Italia e l'ipotesi Schengen

La crisi ha avuto un'eco immediata anche a Roma. Fonti di Palazzo Chigi hanno fatto sapere che il governo italiano sta valutando la sospensione di Schengen con la Spagna, cioè il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne, misura prevista dai trattati in circostanze eccezionali e già utilizzata da vari Paesi europei in passato. Il vicepremier Antonio Tajani si è detto favorevole alla chiusura di Schengen con Madrid, mentre il segretario della Lega Matteo Salvini ha sollecitato pubblicamente questa soluzione. È qui che si misura la domanda che molti si pongono guardando le immagini: una reazione eccessiva, o una misura necessaria a proteggere le frontiere esterne dell'Unione? La risposta dipende in larga parte da come si legge il ruolo dell'attore che, in questa vicenda, tiene in mano il rubinetto.


Il nodo Marocco: perché le guardie non hanno fermato nessuno

È il punto che più colpisce chi osserva. Le forze di sicurezza marocchine, riferiscono le cronache, non hanno praticamente tentato di fermare il flusso di persone dirette verso Ceuta. Non è un dettaglio da poco, perché il Marocco è da anni un alleato strategico di Spagna e Unione europea nel controllo dei confini meridionali, riceve finanziamenti e supporto tecnico proprio per bloccare gli arrivi, e contribuisce ogni anno a fermare decine di migliaia di partenze. Quando quel controllo si allenta all'improvviso, la storia recente suggerisce che raramente si tratta di un caso. Nel maggio 2021 l'ingresso di oltre ottomila persone in quarantotto ore coincise con una grave crisi diplomatica: Rabat era in aperto dissidio con Madrid dopo che la Spagna aveva concesso cure mediche al leader del Fronte Polisario, il movimento indipendentista saharawi sostenuto dall'Algeria. Quella crisi si chiuse nel 2022, quando la Spagna cambiò posizione sul Sahara Occidentale, abbandonando la neutralità storica e riconoscendo il piano di autonomia proposto dal Marocco. È su questo sfondo che alcuni osservatori leggono l'attuale allentamento dei controlli come un possibile segnale politico, più che come una semplice emergenza umanitaria. Va detto con chiarezza: allo stato non esiste una rivendicazione ufficiale in tal senso, e attribuire intenzioni precise a Rabat sarebbe prematuro. Ma il precedente, e la natura stessa della cooperazione tra i due Paesi, spiegano perché la domanda sia tutt'altro che infondata.


L'altra faccia: le cause e la dimensione umanitaria

Ridurre tutto alla geopolitica sarebbe però parziale. Dietro l'ondata ci sono anche fattori concreti che spingono le persone a partire: povertà, assenza di prospettive, aspettative alimentate dai social network, oltre a una finestra meteorologica favorevole con mare calmo a un passo dallo Stretto di Gibilterra. Un attivista locale, Ismail El Makdoubi, presidente di un'associazione che assiste i minori non accompagnati, sostiene che molti non trovano vie legali e vedono nell'attraversamento a nuoto l'unica possibilità. Secondo la sua ricostruzione, avrebbe pesato anche una recente sentenza del Tribunale Supremo spagnolo che esclude i respingimenti immediati per chi raggiunge l'enclave a nuoto, alimentando insieme alle reti dei trafficanti la convinzione che il confine sia diventato più permeabile. Sullo sfondo resta il bilancio umano: i morti annegati, i feriti nelle traversate, un centro di accoglienza al collasso e residenti che raccontano di sentirsi abbandonati, mentre migliaia di persone vagano per le strade senza sapere dove andare.


Le due letture

Come spesso accade sui temi migratori, la stessa scena viene raccontata in due modi opposti. Per una parte dell'opinione pubblica e della politica si tratta di un problema di sicurezza e di sovranità dei confini, davanti al quale servono fermezza e strumenti straordinari. Per un'altra è prima di tutto una tragedia umana, con persone che rischiano e perdono la vita in mare e con cause che nessuna barriera, da sola, può risolvere. Entrambe le letture colgono un pezzo di realtà, e la crisi di Ceuta le tiene insieme: è un'emergenza umanitaria con vittime reali, ed è al tempo stesso una partita in cui i flussi di persone possono diventare, per chi controlla una frontiera, uno strumento di pressione politica. Tenere fermi entrambi questi aspetti, senza cancellarne nessuno, è forse l'unico modo onesto di guardare a quello che sta accadendo a poche decine di chilometri dalle coste europee.


Nota: il numero delle vittime era ancora provvisorio al momento della pubblicazione. Le autorità spagnole non hanno diffuso stime ufficiali complessive degli ingressi. Le cifre riportate si riferiscono agli aggiornamenti disponibili il 30 luglio 2026.



Fonti:

  • ANSA, 30 luglio 2026;
  • AGI, 30 luglio 2026;
  • Euronews Italia, 30 luglio 2026;
  • Quotidiano Nazionale, 30 luglio 2026;
  • Adnkronos, 30 luglio 2026;
  • Il Giornale, 30 luglio 2026;
  • Il Messaggero, 30 luglio 2026;
  • Il Tempo, 30 luglio 2026;
  • dichiarazioni di Pedro Sánchez, Juan Jesús Vivas, Alberto Núñez Feijóo, Santiago Abascal, Antonio Tajani e Matteo Salvini;
  • ricostruzioni sul contesto Ceuta-Melilla e sulla crisi del 2021 legata al Sahara Occidentale.

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