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Israele ha votato per il cambiamento. Ma cambiamento di cosa?

La notizia, così come ha fatto il giro del mondo, è semplice: Benjamin Netanyahu ha perso. La sua coalizione si ferma a 53 seggi su 120, l'opposizione e i partiti arabi insieme ne hanno 67, e l'affluenza, al 77,7 per cento, è stata la più alta da quasi trent'anni. Il suo principale sfidante, Gadi Eisenkot, ha detto che «il popolo ha deciso a favore del cambiamento». Prima di prendere la frase per buona, vale la pena fare una domanda che in queste ore si fa in pochi: cambiamento di cosa? Perché se si guarda chi siede nei due blocchi e su cosa sono d'accordo, il quadro è molto meno netto di come viene raccontato.

Israele ha votato per il cambiamento. Ma cambiamento di cosa?

I numeri, prima di tutto

Lo scrutinio delle schede regolari è concluso, mancano circa 650mila buste dei riservisti e degli elettori fuori sede, quindi qualche seggio può ancora spostarsi. A oggi la fotografia è questa. Il Likud di Netanyahu resta il primo partito con 26 seggi; con gli ultraortodossi di Shas e Ebraismo della Torah Unito, 7 seggi ciascuno, e con l'estrema destra di Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, 7 e 6, il blocco di governo uscente arriva a 53. Il blocco che si è presentato come alternativa ne ha 48: 21 a Yashar, il partito fondato da Eisenkot; 12 alla lista comune di Yair Lapid e Naftali Bennett; 8 ai Democratici, cioè quel che resta del centrosinistra; 7 a Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman. I partiti arabi, Lista Unita e Ra'am, salgono a 19 seggi, il miglior risultato della loro storia. Nessuno ha i 61 seggi che servono per governare. E qui comincia la parte interessante.


Chi c'è dentro il cambiamento

Il blocco del cambiamento, come si è chiamato in campagna elettorale, è guidato da un ex capo di stato maggiore dell'esercito. Eisenkot ha comandato le forze armate dal 2015 al 2019, è stato membro del gabinetto di guerra dopo il 7 ottobre ed è uscito dal governo Netanyahu nel 2024 in dissenso sulla gestione del conflitto e sulla priorità da dare agli ostaggi. Non è un pacifista: è un uomo dell'establishment militare che contesta a Netanyahu il come, molto più del cosa. Al suo fianco c'è Bennett, già primo ministro nel 2021-2022, che prima di entrare in politica guidava il consiglio dei coloni e che da sempre si dichiara contrario a uno Stato palestinese. C'è Lieberman, nazionalista laico, considerato tra i falchi della politica israeliana. C'è Lapid, centrista, il più moderato dei quattro leader. E ci sono gli 8 seggi dei Democratici, l'unica forza del blocco che si possa definire di sinistra. Otto seggi su 120. Messa in fila, l'alternativa a Netanyahu è composta per quattro quinti da forze di destra o di centro-destra. Non è un giudizio: è una descrizione. Ma cambia il senso della parola cambiamento.


Quello su cui i due blocchi non litigano

Il punto che da fuori interessa di più, cioè Gaza, la Cisgiordania e il futuro dei palestinesi, è quello su cui i due blocchi si somigliano di più. Nessuno dei leader dell'opposizione ha fatto campagna per uno Stato palestinese; Bennett e Lieberman lo escludono apertamente, Eisenkot non lo propone, Lapid lo rimanda a un futuro indefinito. Le differenze esistono, e sarebbe scorretto negarle: l'opposizione ha accusato Netanyahu di aver prolungato la guerra per ragioni politiche e di aver sacrificato gli ostaggi, e parte di essa chiede una commissione d'inchiesta statale sul 7 ottobre, che il governo uscente ha sempre respinto. Ma sono differenze di metodo e di responsabilità, non di direzione. Lo scontro vero di questa campagna è stato su altro: su Netanyahu come persona, sul suo processo per corruzione, sulla riforma della giustizia, e soprattutto sull'esenzione dal servizio militare per gli studenti delle scuole religiose ultraortodosse, che i partiti laici dell'opposizione vogliono abolire e che i partiti religiosi alleati di Netanyahu difendono come condizione per restare al governo. Chi legge queste elezioni come un referendum sulla guerra, insomma, legge un film diverso da quello che gli israeliani hanno visto.


Cosa cambierebbe davvero

Dire che non cambierebbe niente sarebbe altrettanto sbagliato. Se l'opposizione riuscisse a formare un governo, Netanyahu lascerebbe la carica dopo quasi vent'anni complessivi al potere, e lo farebbe con un processo per corruzione in corso e senza la grazia che Donald Trump aveva chiesto per lui al presidente Herzog, e che Herzog ha rifiutato. Uscirebbero dal governo Ben Gvir e Smotrich, i due ministri che più di tutti hanno segnato la linea sugli insediamenti e sulla gestione della sicurezza. Diventerebbe probabile una commissione d'inchiesta sul 7 ottobre. E potrebbe cadere, per la prima volta, l'esenzione militare degli ultraortodossi, una questione che in Israele pesa quanto una riforma costituzionale. Sono cambiamenti reali, e per una parte del paese sono enormi. Ma riguardano chi comanda e come, non dove va il paese. È un cambio di guardia, non una svolta.


La novità che nessuno vuole

L'unico risultato che rompe davvero lo schema sono i 19 seggi dei partiti arabi. Sono loro, aritmeticamente, ad avere in mano la chiave: senza di loro l'opposizione si ferma a 48, con loro arriva a 67. Hanno offerto pubblicamente il loro sostegno a un governo che mandi a casa Netanyahu. Netanyahu ha risposto che vuole formare «un ampio governo di destra nazionale» e che non permetterà una coalizione con i partiti arabi. L'opposizione, per ora, non ha risposto. Il precedente c'è, ed è recente: nel 2021 il governo Bennett-Lapid si resse anche sui voti di Ra'am, e durò un anno. Ma l'ostracismo verso i partiti arabi è una costante della politica israeliana, e accettare il loro appoggio avrebbe un costo che Bennett e Lieberman conoscono bene. Il paradosso è questo: il voto che potrebbe cambiare di più il paese è quello che nessuno dei due blocchi vuole usare.


Il calendario e il peso di chi resta

Nel frattempo Netanyahu resta primo ministro. Il presidente Isaac Herzog, che ha chiesto ai partiti di presentarsi alle consultazioni con «mente aperta», dovrebbe incontrare i leader la settimana prossima; secondo i media israeliani vedrà prima Netanyahu ed Eisenkot per sondare un governo di unità, un'ipotesi che Ben Gvir ha già bollato come paralizzante. La legge dà al primo incaricato 28 giorni per ottenere la fiducia, più 14 di proroga; se fallisce, un secondo incaricato ne ha altri 28, e poi c'è un ultimo tentativo di 21 giorni. Sommati, sono fino a 91 giorni in cui un primo ministro sconfitto governa un paese ancora formalmente in guerra. Il 10 novembre si insedia la nuova Knesset. E sullo sfondo c'è l'Iran: secondo la CNN, Netanyahu avrebbe chiesto a Trump di riprendere gli attacchi, ricevendo un rifiuto almeno fino alle elezioni di metà mandato americane del 3 novembre. Una ripresa dei combattimenti congelerebbe ogni transizione.


Una scelta, o un cambio di guardia

Gli israeliani hanno votato in massa, e hanno votato contro Netanyahu più che per qualcuno. È un fatto politico enorme, e sarebbe ingiusto sminuirlo. Ma chi da fuori si aspetta che da queste urne esca un Israele diverso sulla questione che divide il mondo rischia di restare deluso: le due opzioni sul tavolo, su quella questione, dicono quasi la stessa cosa. Il cambiamento vero, quello che i numeri rendono possibile, passerebbe dai 19 seggi che entrambi i blocchi preferirebbero non vedere. Se verrà usato o no, lo diranno le prossime settimane. Fino ad allora, la domanda resta aperta: quando le due scelte coincidono su ciò che conta di più, è ancora una scelta?


Fonti:

  • ANSA, «Israele, scrutinio delle urne terminato: 53 seggi al blocco Netanyahu, 48 al blocco Eisenkot», 28 ottobre 2026
  • LaPresse, «Elezioni in Israele 2026, la diretta di oggi 28 ottobre», 28 ottobre 2026
  • Il Post, «Cosa succede dopo le elezioni in Israele», 28 ottobre 2026
  • Fanpage, «Chiusi i seggi in Israele, affluenza definitiva al 77,7%», 27 ottobre 2026
  • Sky TG24, «Risultati elezioni Israele 2026, testa a testa tra Netanyahu e Eisenkot», 28 ottobre 2026


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