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Caso Roggero, la condanna è definitiva ma la frattura resta aperta: quando il diritto e il senso comune smettono di parlarsi

La Cassazione ha messo la parola fine: la condanna a quattordici anni e nove mesi per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che il 28 aprile 2021 uccise due rapinatori e ne ferì un terzo dopo l'assalto al suo negozio, è definitiva. Per il settantaduenne si aprono le porte del carcere, e con esse si chiude uno dei casi giudiziari più divisivi degli ultimi anni. Ma sarebbe un errore pensare che la sentenza chiuda anche la questione che questo processo ha sollevato. Perché il caso Roggero non è mai stato soltanto la storia di un uomo e di quattro colpi di pistola: è diventato il termometro di una frattura profonda tra ciò che la legge stabilisce e ciò che una parte larghissima dell'opinione pubblica percepisce come giusto. E quella frattura, oggi, è più larga di ieri.

Caso Roggero, la condanna è definitiva ma la frattura resta aperta: quando il diritto e il senso comune smettono di parlarsi

I fatti, prima delle opinioni

Vale la pena ripartire dai fatti accertati nei tre gradi di giudizio, perché su questo caso la memoria collettiva tende a semplificare. Quella sera tre uomini entrarono armati nella gioielleria: minacciarono Roggero, picchiarono la moglie, legarono la figlia. Le armi si riveleranno poi in parte finte, ma nessuno, in quel momento, poteva saperlo. Fin qui, la vittima è una sola ed è la famiglia Roggero. Il punto di svolta giudiziario è ciò che accade dopo: secondo la ricostruzione accolta da tutte le corti, i rapinatori erano già in fuga verso l'auto quando il gioielliere uscì dal negozio e sparò. Due morti, Giuseppe Mazzarino e Andrea Spinelli, un ferito. Per i giudici di Asti prima e di Torino poi, in quel momento il pericolo era cessato: non legittima difesa, non eccesso colposo, ma omicidio volontario. La difesa ha sostenuto fino all'ultimo la tesi della legittima difesa putativa, quella di un uomo sotto shock convinto che la minaccia non fosse finita, e ha contestato una ricostruzione fatta, a suo dire, a freddo, senza il peso dello stato emotivo di chi aveva appena visto la propria famiglia sotto un'arma. La Cassazione ha respinto questa lettura. Nel diritto, il caso è chiuso.


Il nodo che brucia: pagare due volte, e a chi

Ma è sul piano civile che il caso tocca il nervo più scoperto. Con la condanna definitiva diventano irrevocabili anche le statuizioni sui risarcimenti: una provvisionale esecutiva di 780 mila euro, a fronte di una richiesta complessiva delle parti civili che sfiora i 3,3 milioni, oltre a diecimila euro riconosciuti al rapinatore superstite. Roggero ha già versato circa 300 mila euro vendendo immobili di famiglia, altri beni sono stati pignorati, e lui stesso ha parlato pubblicamente di rovina economica, arrivando a lanciare una raccolta fondi. L'uomo paga due volte: con la libertà e con il patrimonio. E paga a favore delle famiglie di chi, quella sera, era entrato armato nel suo negozio. È questo il punto che milioni di italiani faticano ad accettare, ed è inutile girarci intorno: la percezione diffusa è quella di un mondo capovolto, dove il rapinato risarcisce il rapinatore. Il diritto ha la sua risposta, ed è una risposta seria che va spiegata e non liquidata: la responsabilità civile segue la responsabilità penale, e la vita umana è un bene tutelato in assoluto, anche quando appartiene a chi sta commettendo un reato. Gli eredi di una vittima di omicidio hanno diritto al risarcimento del danno chiunque fosse quella vittima, perché il giorno in cui il risarcimento dipendesse dal giudizio morale sulla persona uccisa, avremmo introdotto il principio che alcune vite valgono meno davanti alla legge. È un principio di civiltà giuridica. Ma i principi di civiltà giuridica, per reggere, devono essere compresi e sentiti come giusti da chi vi è soggetto. E qui il sistema ha un problema che nessuna sentenza può risolvere.


La politica insegue, la legge non retroagisce

Non è un caso che proprio su questa vicenda la politica abbia costruito una proposta di legge che esclude il risarcimento civile per i criminali feriti o uccisi durante determinati reati, dal furto in abitazione alla rapina. Una norma nata con un nome e un cognome impliciti, quelli di Roggero, e che tuttavia, per un paradosso solo apparente, non lo salverà: la legge non è retroattiva, e con il giudicato di oggi anche la parte civile della sentenza diventa definitiva. Su questa proposta il dibattito è aperto e le posizioni sono legittime da entrambi i lati. Chi la sostiene parla di elementare giustizia sostanziale: chi sceglie il crimine si assume il rischio delle conseguenze. Chi la critica avverte che escludere per legge intere categorie di persone dalla tutela risarcitoria è un precedente che scardina l'universalità dei diritti, e che il confine, una volta spostato, tende a spostarsi ancora. È una discussione seria che meriterebbe di essere condotta senza slogan, lontano dalle magliette e dai presidi, perché tocca l'architettura stessa della responsabilità civile.


La strumentalizzazione è un danno per tutti

E qui va detta una cosa scomoda per tutte le parti. Questo caso è stato cavalcato politicamente per cinque anni con un'intensità che ha reso più difficile, non più facile, ragionare. La solidarietà a Roggero espressa dai leader di governo, i presidi davanti alla Cassazione, le magliette indossate sui palchi hanno trasformato un dramma umano e un delicato problema giuridico in un vessillo identitario. Dall'altra parte, chi ha ridotto Roggero a giustiziere assetato di vendetta ha ignorato ciò che quell'uomo e la sua famiglia avevano subito, quella sera e in una rapina precedente. La verità che emerge dalle carte è più tragica e meno utilizzabile: un uomo incensurato, aggredito insieme alla famiglia, che in un arco di secondi ha compiuto una scelta irreparabile, e un ordinamento che non poteva non sanzionarla senza rinnegare se stesso. Due cose vere insieme. La giustizia penale ha fatto il suo corso in tre gradi di giudizio, come deve accadere in uno stato di diritto: chi oggi grida alla sentenza politica dovrebbe ricordare che l'alternativa, la giustizia fai da te benedetta dal consenso popolare, è esattamente ciò che le società ordinate hanno abbandonato secoli fa. Ma chi si limita a celebrare la conferma della condanna dovrebbe chiedersi perché una parte così vasta del Paese non la sente come giustizia. Quando il diritto e il senso comune divergono così a lungo e così profondamente, il problema non è mai solo del senso comune.


Cosa resta, oltre il verdetto

Restano i numeri di una tragedia che non ha vincitori: due uomini morti, le loro famiglie, un settantaduenne che entra in carcere da nonno, un'attività che rischia di chiudere, un patrimonio costruito in una vita che se ne va in risarcimenti. Resta una legge sulla legittima difesa che, riformata nel 2019 all'insegna della difesa sempre legittima, si è rivelata alla prova dei tribunali molto meno ampia di come era stata raccontata: anche questo è un tema di onestà, perché a molti cittadini è stato lasciato credere che il perimetro della reazione consentita fosse più largo di quanto sia. E resta la domanda che questo caso consegna al Paese, la sola che valga la pena portarsi via: vogliamo colmare la distanza tra diritto e sentire comune cambiando le leggi, spiegandole meglio, o continuando a usarla come arma di consenso? Le prime due strade sono legittime e persino complementari. La terza è quella percorsa finora. I risultati sono davanti agli occhi di tutti.



Fonti:

  • ANSA, Gioielliere uccise due banditi, il pg della Cassazione chiede la conferma della condanna per Roggero, 15 luglio 2026
  • Open, Mario Roggero, la storia del gioielliere condannato per l'omicidio di due ladri, 15 luglio 2026
  • LaPresse, Mario Roggero, oggi la sentenza in Cassazione, 15 luglio 2026
  • Il Foglio, La norma Salva Roggero non salva Roggero, 15 luglio 2026
  • Unione Monregalese, Caso Mario Roggero, perché la Cassazione può confermare la condanna o riaprire tutto, 15 luglio 2026


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