Iattualità · Attualità · di Andrè Renzuto Iodice ·
Francia, i liceali bloccano le scuole per avere professori. E l'Italia guarda altrove
In Francia la protesta nei licei ha prodotto, nella sola giornata di mercoledì 30 settembre, 625 fermi. Il bilancio è del ministro dell'Interno Laurent Nuñez, che ha parlato anche di 83 agenti feriti e di 356 istituti coinvolti. Dietro questi numeri c'è una mobilitazione iniziata venerdì 25 settembre e cresciuta giorno dopo giorno: 164 fermi lunedì, 440 martedì, 625 mercoledì. Non è una rivolta di periferia, non è uno sciopero generale: è il liceo. E la cosa più scomoda, che in pochi stanno dicendo, è che questi ragazzi non protestano contro la scuola, ma per averla.
Una settimana di escalation
Le prime proteste risalgono a venerdì 25 settembre. Secondo il ministero dell'Istruzione francese, martedì 29 i blocchi avrebbero riguardato circa 400 scuole, oltre il 10% del totale; il ministero dell'Interno, il giorno dopo, ne contava 356. Due conteggi diversi per lo stesso fenomeno, che comunque descrivono una mobilitazione estesa a gran parte del Paese. A Lille sarebbero stati incendiati cassonetti e danneggiate fermate dei mezzi pubblici; al liceo Brequigny di Rennes un centinaio di studenti avrebbe lanciato oggetti contro la polizia, che al César-Baggio di Lille avrebbe risposto con gas lacrimogeni. A Nantes una scuola sarebbe andata a fuoco. A Marsiglia, secondo la Regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra, quattro membri del personale di un liceo sarebbero stati aggrediti e cosparsi di benzina. Dall'inizio della mobilitazione i feriti tra studenti e personale sarebbero 119, di cui 34 tra il personale scolastico; gli agenti feriti, secondo il ministero dell'Interno, sarebbero 83 nella sola giornata di mercoledì e circa un centinaio dall'inizio. Nuñez, in una circolare ai prefetti, ha denunciato un "clima di violenze inaccettabili". Sono numeri che in qualsiasi altro contesto aprirebbero i telegiornali per giorni. Qui, invece, rischiano di essere archiviati come una questione di ordine pubblico.
Cosa chiedono davvero
Vale la pena fermarsi sulle richieste, perché è qui che il racconto dominante si incrina. Gli studenti chiedono la sostituzione degli insegnanti assenti, più mezzi, il rinnovo degli edifici e condizioni di apprendimento definite "decenti". Non chiedono meno scuola: chiedono una scuola che funzioni. Chiedono un supplente quando il professore manca, classi meno affollate, aule sicure. Sono, in sostanza, le promesse che ogni governo fa in campagna elettorale e che poi scivolano in fondo all'agenda, perché la scuola non vota e i suoi problemi si vedono solo tra dieci anni. Lo stesso ministro dell'Istruzione, Édouard Geffray, avrebbe riconosciuto come legittime alcune delle richieste, pur condannando i metodi. È un dettaglio che pesa più di quanto sembri: quando il governo accusato riconosce la fondatezza della protesta, il problema non è più se i ragazzi abbiano ragione, ma perché nessuno li abbia ascoltati prima che la situazione degenerasse. La risposta più probabile è anche la più banale: perché un liceale che si lamenta di un professore assente non fa notizia, mentre un liceale che blocca la scuola sì.
Le responsabilità della violenza
Nulla di tutto questo giustifica la violenza. Cospargere di benzina il personale di una scuola, se confermato, non è protesta: è un reato grave, e chi lo ha commesso dovrà risponderne davanti a un giudice. Lo stesso vale per il lancio di oggetti contro gli agenti e per l'incendio di Nantes. Chi ha scelto questa strada ha fatto un danno prima di tutto alla causa che diceva di difendere, perché ha regalato al governo l'argomento più comodo: parlare di sicurezza invece che di cattedre vuote. Ma la violenza non corre in una sola direzione. L'IGPN, l'organo di controllo interno della polizia francese, avrebbe aperto tre indagini su studenti rimasti feriti. Anche su questo fronte valgono le stesse regole: nessuna conclusione prima dell'accertamento dei fatti, da entrambe le parti. Sul piano politico, il governo accusa La France Insoumise di alimentare lo scontro, mentre Jean-Luc Mélenchon ha invocato "la non-violenza nei metodi di lotta". La partita politica è evidente, ma rischia di oscurare il punto: il movimento sarebbe nato nei licei, si sarebbe coordinato su Snapchat, WhatsApp, Instagram e TikTok, e si sarebbe diffuso prima che qualsiasi partito potesse cavalcarlo. Attribuirlo a una regia esterna è un modo per non ammettere che la rabbia era già lì.
Lo specchio italiano
In Italia i problemi strutturali non sono diversi. Per il ministero dell'Istruzione e del Merito l'anno scolastico è partito con tutti i docenti in cattedra, grazie a circa 118 mila supplenze. Per la UIL Scuola le cattedre vacanti dopo la mobilità sono 46.826. Sono due letture degli stessi numeri: il governo mette l'accento sul fatto che le classi sono coperte, il sindacato sul fatto che sono coperte da precari. Entrambe le letture hanno un fondamento, ed è proprio questo il problema. Un sistema che ha bisogno di oltre centomila supplenti per aprire le scuole a settembre non è un sistema che funziona: è un sistema che tampona, anno dopo anno, rinviando la soluzione a un concorso che arriva sempre dopo. A questo si aggiungono gli edifici: una parte rilevante del patrimonio scolastico italiano risale a decenni fa e gli interventi di messa in sicurezza procedono a macchia di leopardo. Eppure da noi non si blocca nulla. Non c'è un movimento dei licei, non ci sono 400 istituti occupati, non c'è un ministro costretto a rispondere in conferenza stampa sulle condizioni delle aule. Non è una provocazione: è una domanda. I liceali francesi, pur con eccessi inaccettabili, hanno costretto il governo a dire pubblicamente che alcune richieste sono legittime. I liceali italiani, con problemi comparabili, non hanno costretto nessuno a dire niente.
Una generazione che esagera, una che tace
L'escalation francese è un fallimento su più livelli: di chi ha lasciato le scuole senza docenti e senza manutenzione, di chi ha trasformato la protesta in violenza, di chi oggi la usa come arma politica contro gli avversari. Ma il silenzio italiano non è necessariamente una vittoria. Una generazione che esagera è un problema di ordine pubblico, e come tale verrà trattato. Una generazione che non si muove più potrebbe essere un problema più grande, e più silenzioso: significa che ha smesso di credere che chiedere serva a qualcosa. La domanda che la Francia rivolge all'Italia, in fondo, non è se i liceali d'Oltralpe siano troppo violenti. È perché, con una scuola nelle stesse condizioni, nessuno qui senta il bisogno di alzare la voce.
Fonti:
- Ministero dell'Interno e Ministero dell'Istruzione francesi via France 24, franceinfo, Europe 1;
- Regione Provenza-Alpi-Costa Azzurra; ANSA;
- Il Post;
- Ministero dell'Istruzione e del Merito;
- UIL Scuola.