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Medio Oriente, la guerra arriva sul mare: il blocco Houthi all'Arabia Saudita e la Giordania trascinata nel conflitto

Nella giornata di lunedì 20 luglio gli Houthi dello Yemen hanno annunciato un embargo marittimo contro l'Arabia Saudita, con effetto immediato. Il portavoce militare Yahya Saree lo ha presentato, in un videomessaggio, come una risposta basata sul principio dell'occhio per occhio: secondo il gruppo filo-iraniano, la misura replica al blocco che Riad imporrebbe da anni a porti e aeroporti yemeniti e all'attacco della settimana scorsa contro l'aeroporto internazionale di Sanaa. Il comunicato non chiarisce le modalità operative dell'embargo e, al momento in cui scriviamo, non risulta una risposta ufficiale saudita. È l'ultimo tassello di una settimana che ha riportato il Medio Oriente nella fase più pericolosa dalla ripresa della guerra tra Stati Uniti e Iran: missili iraniani sulle basi americane in Giordania, con i primi caduti statunitensi da marzo, raid di rappresaglia di Washington, attacchi su Kuwait e Bahrein e un mercato petrolifero sotto pressione crescente.

Medio Oriente, la guerra arriva sul mare: il blocco Houthi all'Arabia Saudita e la Giordania trascinata nel conflitto

Il blocco navale e il precedente di Abha

La crisi tra Houthi e Arabia Saudita si è riaccesa il 13 luglio, quando un raid ha colpito la pista dell'aeroporto di Sanaa mentre era in avvicinamento un aereo iraniano con a bordo una delegazione Houthi di ritorno dai funerali della Guida suprema Ali Khamenei. Il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale ha rivendicato l'attacco, spiegandolo come una misura per impedire l'atterraggio del velivolo; gli Houthi lo hanno però attribuito all'Arabia Saudita e hanno risposto lanciando missili e droni contro l'aeroporto saudita di Abha, il primo attacco rivendicato contro il regno dalla tregua informale del marzo 2022. Nei giorni successivi il leader del movimento, Abdul Malik al-Houthi, ha avvertito che tutte le infrastrutture petrolifere saudite diventerebbero obiettivi in caso di nuovi attacchi allo Yemen, sintetizzando la linea nella formula "aeroporti per aeroporti, porti per porti, blocco per blocco". Con l'annuncio di lunedì la minaccia è diventata dichiarazione formale, accompagnata da un appello alla mobilitazione generale.


Perché il petrolio è il vero bersaglio

Per capire la portata dell'annuncio bisogna guardare alla mappa energetica ridisegnata dalla guerra. Dall'inizio del conflitto, il 28 febbraio, lo Stretto di Hormuz, da cui prima passava circa un quinto del petrolio mondiale, è diventato un collo di bottiglia semi-paralizzato tra attacchi iraniani alle petroliere, interferenze sui sistemi di navigazione e un traffico crollato da circa 110 navi al giorno a poche unità nei momenti peggiori. Per aggirare la strozzatura, l'Arabia Saudita ha dirottato oltre il 70 per cento delle proprie esportazioni di greggio sul terminal di Yanbu, sul Mar Rosso, attraverso l'oleodotto Est-Ovest, riportato a una capacità di circa 7 milioni di barili al giorno: secondo le stime riprese dalla stampa internazionale, su quella rotta transitano oggi circa 4,5 milioni di barili al giorno. È esattamente la via che il blocco Houthi ora minaccia, con il rischio, evocato da diversi analisti, di una doppia strozzatura simultanea su Hormuz e Bab el-Mandeb. Nelle prime ore dopo l'annuncio i prezzi del greggio sono rimasti pressoché stabili, ma il Brent viaggia già su livelli superiori di circa il 40 per cento rispetto a inizio anno e alcuni analisti non escludono un ritorno sopra quota 100 dollari al barile se l'intensità delle ostilità dovesse proseguire.


La Giordania trascinata dentro la guerra

Venerdì 17 luglio missili balistici e droni iraniani hanno colpito la base aerea di Muwaffaq Salti, ad Azraq, principale hub delle forze americane nel regno. Il Comando centrale statunitense ha confermato la morte di due militari, un disperso e quattro evacuati in ospedale, poi dimessi; sabato sono stati trovati sul posto resti umani non identificati, la cui verifica è in corso. I Pasdaran hanno rivendicato l'attacco sostenendo di aver distrutto diversi velivoli, un'affermazione non verificabile in modo indipendente. Secondo funzionari americani citati dalla stampa statunitense, si tratterebbe del quarto attacco andato a segno in una settimana contro le basi in territorio giordano, con decine di feriti e alcuni elicotteri distrutti: un segnale, temono le stesse fonti, di vulnerabilità nelle difese. Sabato un terzo militare è morto nel nord dell'Iraq durante la detonazione controllata di un ordigno inesploso proveniente da un drone iraniano abbattuto: il bilancio dei caduti americani dall'inizio della guerra sale così a 17, secondo i dati ufficiali ripresi dall'Associated Press. Domenica le sirene sono suonate su Amman e l'esercito giordano ha riferito di aver abbattuto tre missili diretti sul paese. Il regno ospita circa 4.000 militari americani e da febbraio la base di Muwaffaq Salti è stata potenziata con decine di velivoli e batterie antimissile Patriot e Thaad. Amman afferma di aver vietato operazioni offensive contro l'Iran dal proprio territorio, ma l'accordo di cooperazione firmato nel 2021 garantisce a Washington un accesso molto ampio alle installazioni. A pesare è anche la dipendenza economica: gli Stati Uniti versano alla Giordania circa 1,45 miliardi di dollari l'anno di assistenza, in base a un memorandum valido fino al 2029, e nel paese cresce il dibattito, tra parlamentari e leader tribali, su una presenza americana che espone il regno a una guerra che dichiara di non volere.


La spirale tra Stati Uniti e Iran

Il quadro generale resta quello di una tregua fallita. L'intesa raggiunta a giugno tra Washington e Teheran, con un memorandum collegato anche ai dossier regionali, è crollata a inizio luglio. Da allora gli Stati Uniti hanno reimposto il blocco navale sui porti iraniani e condotto ondate di raid, anche con operazioni di diverse ore, contro depositi di missili e droni, difese costiere, radar e assetti navali dei Pasdaran, con l'obiettivo dichiarato di degradare la capacità iraniana di minacciare il traffico commerciale a Hormuz. L'Iran ha risposto colpendo più paesi della regione: in Kuwait un impianto di dissalazione è stato danneggiato due volte in due giorni, con un incendio che ha esposto la vulnerabilità idrica dell'area; il Bahrein, sede della Quinta flotta americana, ha riferito di aver intercettato missili e droni; raid iraniani sono stati segnalati anche nel Kurdistan iracheno.


Il fronte interno iraniano

Dentro l'Iran la situazione appare sempre più critica. La rete elettrica, già fragile per il sottoinvestimento cronico, sta cedendo sotto i raid e lascia ampie zone del paese al buio nel pieno dell'estate. La campagna aerea americana si è estesa anche ai ponti, mentre le autorità hanno incriminato media dissidenti accusati di aver alimentato le proteste di gennaio. Il paese fa inoltre i conti con il dopo-Khamenei, ucciso nel primo attacco del 28 febbraio: il lutto di massa raccontato dai media di Stato è considerato da diverse analisi internazionali un quadro solo parziale della realtà.


Israele tra Libano e Gaza

Sul fronte israeliano, a fine giugno è stato firmato a Washington un accordo quadro trilaterale tra Israele, Libano e Stati Uniti, che prevede, in via sperimentale, il passaggio di due aree occupate al controllo dell'esercito libanese e un percorso per il disarmo di Hezbollah. Netanyahu lo ha presentato come un risultato storico, mentre il leader di Hezbollah Naim Qassem lo ha respinto, bollandolo come una resa della sovranità libanese. Il governo israeliano ha comunque ribadito che le truppe resteranno nelle cosiddette zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza finché lo riterrà necessario, e a giugno Netanyahu ha dichiarato di aver ordinato all'esercito di prendere il controllo di circa il 70 per cento della Striscia. La tregua di Gaza, formalmente in vigore da mesi, resta secondo la Cnn in larga parte inattuata.


Gli scenari

La partita delle prossime ore si gioca su tre variabili. La prima è la risposta saudita al blocco: secondo la stampa regionale Riad starebbe valutando anche l'opzione militare, mentre il Pakistan, legato al regno da un trattato di difesa reciproca, avrebbe avvertito gli Houthi di non attaccare. La seconda è la tenuta della Giordania, stretta tra la dipendenza da Washington e un'esposizione militare crescente. La terza è la diplomazia sotterranea: secondo un funzionario americano, Washington alterna raid e pause proprio per lasciare spazio ai negoziatori. Per ora, però, a dettare i tempi sono le armi.



Fonti:

  • Cnn
  • Reuters
  • Associated Press
  • Al Jazeera
  • Bloomberg
  • Cnbc
  • Abc News
  • Nbc News
  • Npr
  • Axios
  • Middle East Eye
  • The National
  • The Jerusalem Post
  • Euronews
  • Türkiye Today.

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