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Il Tirreno ci avvisa da un anno. E noi aspettiamo la scossa

La magnitudo 5.5 di venerdì davanti alle Eolie non è arrivata dal nulla: è l'ultimo di una serie di segnali in una fascia di faglie che gli scienziati conoscono bene. Nessuno può dire quando tremerà di nuovo. Ma sappiamo già cosa troverà, quando tremerà: un patrimonio edilizio costruito per più della metà prima delle prime norme antisismiche.

Il Tirreno ci avvisa da un anno. E noi aspettiamo la scossa

Venerdì sera il mare davanti alla Sicilia ha tremato con una magnitudo 5.5, epicentro a una trentina di chilometri da Alicudi, scossa avvertita da Trapani a Messina. Nelle quarantotto ore successive l'INGV ha contato 154 repliche, e la sequenza domenica era ancora in corso, con una 3.4 a mezzogiorno. Il bilancio ufficiale è di due parole: nessun danno. Sono le due parole che, in Italia, permettono a tutti di tornare a dormire. Ed è esattamente il motivo per cui vale la pena restare svegli ancora un po'.


Un anno di avvertimenti

Chi segue i bollettini dell'INGV sa che quella porzione di Tirreno non è stata zitta un giorno. A febbraio 2025 una scossa di magnitudo 4.8 tra Alicudi e Filicudi fu sentita fino a Palermo. Il 9 febbraio 2026 quattro scosse al largo del capoluogo, la più forte di 3.9. Il 21 marzo due eventi ravvicinati, 4.6 e 4.3, a quindici chilometri da Alicudi, con una sequenza di una ventina di repliche. Il 2 giugno, a un centinaio di chilometri più a est, un terremoto di magnitudo 6.1 al largo di Amantea, in Calabria: origine profondissima, oltre 250 chilometri, meccanismo diverso, ma lo stesso mare. Il 21 ottobre uno sciame tra 2.6 e 3.8. Il 23 ottobre, la 5.5. Non è una previsione e non è una catena di cause: la sismologia non funziona così, e l'INGV lo ripete ogni volta. È però una fotografia, e la fotografia dice che il Tirreno meridionale è uno dei tratti di mare più attivi d'Europa, e che lo è stato in modo evidente negli ultimi venti mesi.


Un confine che si sta spostando

Il perché lo spiega il Cnr. Africa ed Europa continuano a spingersi l'una contro l'altra. Il vecchio fronte di collisione, quello che nel corso dei millenni ha costruito le montagne dell'interno della Sicilia, ha progressivamente rallentato. La spinta, però, non si è fermata: parte della deformazione si è trasferita verso nord, in mare, e ha attivato un sistema di faglie diverso, una fascia che corre da Ustica alle Eolie. Lungo quella fascia i terremoti sono frequenti. Tradotto per chi vive sulla costa: la prossima scossa forte potrebbe arrivare in un punto diverso da quello di venerdì, ovunque lungo quella linea, e la costa esposta è tutta quella che guarda quel tratto di mare, da Trapani a Messina. La storia conferma: nel maggio 1957 due eventi di magnitudo 5.2 e 5.3, il 28 maggio 1980 una 5.7 che provocò danni ad Alicudi stimati tra il sesto e il settimo grado della scala Mercalli. Secondo l'INGV, quella di venerdì sarebbe la scossa più forte nell'area da allora.

Ci saranno altre scosse? La risposta corretta è quella che nessuno vuole sentire: non si sa. Non si sa se la sequenza si spegnerà o se ne arriverà una più forte, e chiunque dica il contrario sta vendendo qualcosa. Quello che si sa, con certezza, è che la zona ha una pericolosità sismica alta, che la fascia attiva è lunga e che prima o poi tornerà a muoversi. Non è una questione di se.


La domanda sbagliata

Dopo ogni scossa la domanda che gira nei bar, nelle chat e nei commenti è sempre la stessa: quando arriva la prossima. È la domanda sbagliata, perché non ha risposta. Quella giusta è: cosa troverà, quando arriva. E qui i numeri sono spietati. Oltre il 60 per cento degli edifici italiani è stato costruito prima del 1974, l'anno della prima legge antisismica. Secondo i dati Istat elaborati dall'Ance, gli edifici residenziali costruiti prima del 1971 sono 7,2 milioni, il 63,8 per cento del totale, e ospitano circa 16,7 milioni di abitazioni. Le zone a elevato rischio sismico coprono il 44 per cento del territorio nazionale, dove vivono quasi 22 milioni di persone. Le regioni più esposte, per età del patrimonio e pericolosità, sono Sicilia e Campania. Le scuole non stanno meglio: oltre il 60 per cento è precedente al 1974, e secondo i dati del ministero solo il 29 per cento circa ha una verifica di vulnerabilità sismica.

Questi numeri non sono una novità. Erano noti dopo L'Aquila nel 2009, erano noti dopo Amatrice nel 2016, erano noti dopo ogni terremoto che ha riempito le prime pagine per due settimane. Ogni volta la risposta è stata la stessa: una norma nuova, un bonus, una commissione, poi il silenzio fino alla scossa successiva. La prevenzione, in Italia, si fa dopo. Si chiama ricostruzione, costa dieci volte tanto e si paga con i morti.


Cosa può fare ciascuno

Non tutto dipende dallo Stato, e aspettare lo Stato è il modo più sicuro per non fare niente. Ci sono quattro cose che chiunque, sulla costa tirrenica e non solo, può fare questa settimana. Sapere in che zona sismica si vive: la classificazione è pubblica, comune per comune, sul sito della Protezione civile. Conoscere la propria casa: l'anno di costruzione dice già molto, e per gli edifici più vecchi esiste la possibilità di far fare a un tecnico una verifica di vulnerabilità, che non è un lusso ma un'informazione. Mettere in sicurezza l'interno: armadi e librerie ancorati al muro, niente oggetti pesanti sopra i letti. Decidere con la famiglia dove ritrovarsi se la scossa arriva quando non si è insieme. La Protezione civile fa da anni una campagna nazionale su questo, ed è gratuita. Il problema non è che non sappiamo cosa fare. È che lo facciamo solo dopo.


Nessun danno, questa volta

Venerdì il Tirreno ha fatto la sua parte: ha avvisato, e lo ha fatto senza fare male a nessuno. Non capita sempre. Nel 1908, a pochi chilometri da lì, lo Stretto di Messina non avvisò nessuno. Una 5.5 senza danni è un'occasione, non una notizia da archiviare. È il momento in cui la paura è ancora fresca e i soldi per la prevenzione sembrano spesi bene, invece di sembrare, come al solito, soldi buttati per un rischio che forse non arriverà mai. Il rischio arriverà. Non sappiamo quando, e nessuno lo saprà. Sappiamo però esattamente dove, e sappiamo in che case abitiamo. La domanda, allora, non è quanto ancora tremerà il Tirreno. È quanto ancora possiamo permetterci di aspettare che smetta.


Fonti:

  • INGV, Rete sismica nazionale, lista terremoti 23-25 ottobre 2026; comunicati sulle sequenze del 21 marzo 2026 e del 7 febbraio 2025
  • Cnr, nota sulla convergenza Africa-Eurasia nel Tirreno meridionale (via Sky TG24, 25 ottobre 2026)
  • Protezione civile regionale Sicilia, avvisi sismici del 23 e 24 ottobre 2026
  • Consiglio nazionale architetti, Rapporto sul rischio sismico (patrimonio edilizio pre-1974, zone a elevato rischio)
  • Ance su dati Istat, età del patrimonio residenziale italiano
  • Ministero dell'Istruzione, Anagrafe dell'edilizia scolastica (verifiche di vulnerabilità sismica)

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