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Cinque anni di talebani: l'architettura di decreti che ha cancellato le donne afghane dalla vita pubblica

Il 15 agosto 2021 i talebani entravano a Kabul quasi senza combattere, mentre il presidente lasciava il Paese e l'aeroporto si riempiva di persone in fuga. Quelle immagini fecero il giro del mondo per giorni, poi sparirono dai notiziari. Cinque anni dopo, nella capitale afghana l'anniversario viene celebrato con bandiere bianche, adesivi con i volti dei leader e cartelloni che rivendicano la fine dell'occupazione. Ma il dato che meglio racconta questi cinque anni è un altro, ed è un numero: dei 264 decreti sui diritti emanati dal regime tra l'agosto 2021 e lo scorso giugno, censiti dal Georgetown Institute for Women, Peace and Security, 166 hanno preso di mira le donne. Non una somma casuale di divieti, ma un'architettura normativa costruita pezzo per pezzo, che i movimenti per i diritti e la diaspora afghana definiscono con un'espressione precisa: apartheid di genere.

Cinque anni di talebani: l'architettura di decreti che ha cancellato le donne afghane dalla vita pubblica

La sequenza dei divieti

La cronologia mostra un disegno progressivo. Tra le prime decisioni, nel 2021, il divieto per le ragazze di frequentare la scuola dopo la sesta classe, l'equivalente dei dodici anni di età. Nel dicembre 2022 la chiusura delle università alle donne, in contraddizione con l'impegno iniziale di lasciar terminare gli studi alle già iscritte, e nello stesso anno il divieto di lavorare nelle organizzazioni non governative, uno dei pochi settori che ancora le impiegava, insieme alla reintroduzione delle fustigazioni pubbliche per i cosiddetti crimini morali. Nel 2023 la chiusura di parrucchieri e saloni di bellezza, spazi di socialità oltre che di reddito. Nel 2024 il divieto di cantare, recitare o leggere ad alta voce in pubblico, perché la voce femminile è considerata dal regime materia intima. A questo si aggiungono l'obbligo di accompagnamento maschile nei viaggi e il divieto di incontrare uomini non imparentati. Nel 2026, infine, il passaggio forse più radicale: un decreto ha cancellato l'uguaglianza giuridica tra uomini e donne, attribuendo ai mariti autorità legale sulle mogli. Secondo l'analisi di UN Women, l'agenzia delle Nazioni Unite per la parità di genere, si tratta di un caso senza precedenti in epoca moderna: la discriminazione non è più solo prassi, ma è stata scritta nelle leggi e nell'impianto amministrativo dello Stato.


I numeri della cancellazione

L'UNESCO stima che il regime stia negando l'istruzione a 2,4 milioni di ragazze, duecentomila in più rispetto al 2025, con una proiezione che potrebbe raggiungere i 4 milioni entro il 2030. L'UNICEF, che conteggia le escluse dall'istruzione secondaria dall'inizio del divieto, indica oltre 2,6 milioni di studentesse. L'Afghanistan resta l'unico Paese al mondo in cui alle ragazze è precluso l'accesso alla scuola secondaria e all'università. Le conseguenze si propagano a catena: il numero di insegnanti donne nell'istruzione di base è già sceso di oltre il 9 per cento, da quasi 73mila nel 2022 a circa 66mila nel 2024, e un'analisi UNICEF dell'aprile 2026 stima che il Paese rischi di perdere fino a 20mila insegnanti e 5.400 operatrici sanitarie entro il 2030. Il divieto di studiare ostetricia pesa in modo particolare in un Paese che registra uno dei tassi di mortalità materna più alti al mondo, 638 morti ogni 100mila nascite nel 2024. Sul lavoro, i dati delle Nazioni Unite indicano che solo il 7 per cento delle donne è occupata, contro l'85 per cento degli uomini, e meno del 7 per cento dispone di un conto corrente o di strumenti digitali di pagamento. Un sondaggio condotto da UN Women in occasione del quinto anniversario restituisce la dimensione quotidiana di questi numeri: il 90 per cento delle donne intervistate dichiara di aver bisogno del permesso di un parente maschio per uscire di casa, e più della metà esce una o due volte al mese. Il 95 per cento degli uomini esce ogni giorno. Al Guardian, che ha raccolto una serie di testimonianze, una dodicenne ha raccontato di prepararsi agli esami di sesta classe sapendo che saranno "gli ultimi che potrò fare".


La fame come moltiplicatore

La repressione si somma a una crisi umanitaria che si è aggravata proprio mentre l'attenzione internazionale calava. Per il 2026 l'Integrated Food Security Phase Classification stima quasi 3,7 milioni di bambini tra i sei mesi e i cinque anni in condizione di malnutrizione acuta, di cui circa 950mila casi gravi, a cui si aggiungono 1,2 milioni di donne incinte o in allattamento a rischio. Il Piano di risposta umanitaria per il 2025 è stato finanziato per appena il 42 per cento, mentre dalla fine del 2023 oltre cinque milioni di afghani sono stati espulsi o costretti a rientrare da Iran e Pakistan, circa 2,9 milioni nel solo 2025. L'esclusione delle donne dal lavoro, in questo contesto, non è solo una privazione di diritti: sottrae reddito alle famiglie e personale ai servizi essenziali, in un circolo che aggrava la crisi che il regime stesso dovrebbe gestire.


Un isolamento che si allenta

Il paradosso di questi cinque anni è che alla stretta interna corrisponde un progressivo disgelo esterno. Il regime dialoga stabilmente con Russia, Cina e India, e ha migliorato i rapporti con l'Unione Europea e diversi Stati membri, interessati soprattutto al dossier dei rimpatri degli afghani senza titolo di soggiorno. A giugno una delegazione talebana ha partecipato a Bruxelles a un primo incontro a porte chiuse dedicato alle riammissioni, un contatto duramente contestato dalle organizzazioni per i diritti umani, secondo cui rimandare persone nell'Afghanistan attuale significa esporle a repressione e crisi alimentare sistemiche. Il regime, dal canto suo, usa ogni spiraglio diplomatico come strumento di legittimazione, e prova ad attrarre turismo internazionale come fonte di introiti e di normalizzazione. È una strategia che punta sul tempo più che sulle concessioni: nessun riconoscimento formale in cambio di diritti, ma una lenta erosione dell'isolamento a diritti invariati.


La resistenza e una parola nuova

Il 13 agosto, in vista dell'anniversario, è stata lanciata la Dichiarazione internazionale sull'apartheid di genere, un documento promosso da giuriste e attiviste che chiede di riconoscere e codificare la segregazione sistematica basata sul genere, e di sottoporre a un esame rigoroso sui diritti umani ogni proposta di collaborazione con i regimi che la praticano. In Italia, Fondazione Pangea chiede che l'apartheid di genere sia riconosciuto come crimine contro l'umanità. Dentro il Paese gli spazi si restringono anche per chi aveva resistito: la storica attivista Mahbouba Seraj ha raccontato alla CNN di aver dovuto chiudere il suo rifugio per donne a Kabul. La resistenza continua soprattutto attraverso i media afghani in esilio e le reti della diaspora, che documentano quello che accade dove le giornaliste non possono più lavorare. Cinque anni dopo il 15 agosto 2021, l'emergenza non è finita: è diventata silenziosa, e il silenzio è parte del progetto.



Fonti:

  •  Georgetown Institute for Women, Peace and Security;
  •  UN Women, dichiarazioni e sondaggio agosto 2026; 
  • UNESCO;
  •  UNICEF, "Il costo dell'inazione", aprile 2026;
  •  Integrated Food Security Phase Classification (IPC), stime 2026; 
  • The Guardian, testimonianze agosto 2026; 
  • CNN;
  •  Zan Times; 
  • Il Post; 
  • Radio Bullets; 
  • Vita.it; 
  • ANSA; 
  • askanews.


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