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Ranucci fuori da Report: cosa dicono le carte, cosa resta aperto

La Rai ha tolto la conduzione a Sigfrido Ranucci dieci mesi dopo l'attentato sotto la sua abitazione. Per capire il peso della decisione bisogna tenere insieme due storie che corrono parallele: quella giudiziaria e quella aziendale. Ecco tutti i fatti verificati, in ordine.

Ranucci fuori da Report: cosa dicono le carte, cosa resta aperto

La decisione

L'annuncio è arrivato nel pomeriggio di giovedì 28 agosto: Sigfrido Ranucci non è più il conduttore di Report. La Rai ha affidato il programma a Giulia Presutti, da anni inviata della trasmissione, e a Daniele Piervincenzi, in azienda dal 2016. Nella comunicazione ufficiale l'azienda parla di una nuova fase del programma e indica i due giornalisti come vincitori di una selezione interna per giornalisti professionisti. A Ranucci sono state proposte tre opzioni di ricollocazione: un incarico al Tg3, uno a RaiNews o una corrispondenza estera. La reazione interna è stata immediata. Gli inviati storici di Report hanno definito la decisione irricevibile e hanno minacciato di lasciare il programma in blocco. Ranucci ha giudicato la scelta dell'azienda mediocre, parlando di morte di Report, e ha annunciato che porterà avanti, parole sue, la battaglia più importante della sua vita per la libertà di stampa. Il suo avvocato, Roberto De Vita, ha precisato che il conduttore farà valere le proprie ragioni in ogni sede.


L'attentato e i segnali precedenti

La notte tra il 16 e il 17 ottobre 2025 un ordigno contenente circa un chilo di esplosivo è detonato davanti all'abitazione di Ranucci a Campo Ascolano, nel comune di Pomezia. L'esplosione ha distrutto la sua automobile, danneggiato quella della figlia e il cancello della villetta. Nessuno è rimasto ferito, ma la figlia del giornalista aveva parcheggiato una ventina di minuti prima della deflagrazione. Ranucci, sotto scorta dal 2014 per le minacce ricevute dalla criminalità organizzata, ha parlato quella mattina di un salto di qualità preoccupante. La solidarietà istituzionale è stata trasversale, dal presidente della Repubblica Mattarella alla presidente del Consiglio Meloni.

L'attentato non era il primo segnale. Il 10 luglio 2024 erano stati trovati due proiettili calibro 38 in una siepe a circa tre metri dal muro di cinta della stessa abitazione. Sull'episodio aveva indagato la Digos, prima che gli atti passassero ai pm dell'Antimafia di Roma. Ranucci ha inoltre riferito nel tempo di pedinamenti denunciati dalla sua scorta e di minacce ricevute via messaggio, elementi che ha elencato anche nell'audizione secretata davanti alla commissione Antimafia del novembre 2025.


Gli arresti e la confessione di Lavitola

Dopo otto mesi di indagini, il 30 giugno 2026 i carabinieri hanno arrestato quattro presunti esecutori materiali dell'esplosione. Seguendo gli spostamenti di un'automobile, i telefoni e le conversazioni degli indagati, gli investigatori sono risaliti prima a un presunto intermediario e poi a Valter Lavitola, imprenditore ed ex editore e direttore dell'Avanti!, figura nota alle cronache giudiziarie per diverse condanne definitive, arrestato il 10 agosto.

Davanti ai magistrati Lavitola ha dichiarato di essere il mandante dell'attentato, sostenendo di averlo organizzato, a insaputa dell'amico, per far innalzare il livello di scorta del giornalista. È il passaggio centrale della vicenda giudiziaria, ed è anche quello che la gip Iole Moricca ha smontato: nell'ordinanza il giudice definisce quella versione inverosimile, fumosa e assolutamente generica. Sul punto che riguarda direttamente il conduttore, però, le carte sono nette: per la gip Ranucci era all'oscuro delle trame dell'amico e vittima delle sue manipolazioni. Nel procedimento, il giornalista è persona offesa e, ad oggi, non risulta indagato.


I punti ancora aperti

Restano diversi nodi che l'inchiesta dovrà sciogliere. Il primo riguarda il vero movente di Lavitola, dal momento che quello da lui dichiarato non ha convinto il giudice. Il secondo riguarda i proiettili del 2024: tre giorni dopo il ritrovamento, secondo gli atti riportati dalla stampa, il telefono di Lavitola avrebbe agganciato una cella compatibile con l'area dell'abitazione di Ranucci, e su quella vicenda è stata segnalata anche una discrepanza tra la versione fornita dal conduttore in commissione Antimafia, che ha parlato di proiettili interi, e la denuncia della redazione di Report, che indicava bossoli. Il terzo riguarda i presunti tentativi di depistaggio emersi dalle intercettazioni degli esecutori, che in caso di problemi avrebbero dovuto indirizzare i pm verso una pista alternativa. Infine, la stampa ha ricostruito il rapporto personale tra Lavitola e Ranucci, fatto di frequentazioni e messaggi: elementi che raccontano una vicinanza tra i due, ma a cui gli inquirenti non hanno attribuito alcun rilievo penale a carico del giornalista.


Il rapporto già incrinato con l'azienda

La rimozione arriva al termine di una stagione complicata anche sul piano interno. Ad aprile, ospite in tv per presentare un libro, Ranucci aveva riferito di una fonte secondo cui il ministro della Giustizia Carlo Nordio sarebbe stato visto in una proprietà in Uruguay riconducibile al compagno di Nicole Minetti, nell'ambito del caso sulla richiesta di grazia. La notizia non era verificata, come ammesso dallo stesso conduttore. La Rai lo richiamò formalmente con una lettera del direttore dell'Approfondimento, contestandogli il mancato rispetto dei principi di verifica delle fonti; il ministro annunciò azioni legali e Ranucci si scusò pubblicamente, riconoscendo un eccesso e scegliendo di difendersi a proprie spese, senza la tutela legale dell'azienda.


Le due letture

Sulla decisione della Rai si confrontano oggi due interpretazioni opposte. Per la redazione di Report, per Ranucci e per una parte del mondo dell'informazione, togliere il programma a un giornalista appena riconosciuto dagli atti come vittima di un attentato rappresenta un segnale grave per il giornalismo d'inchiesta, e la tempistica della scelta ne sarebbe la prova. Per l'azienda si tratta invece dell'esito di una selezione interna e di una fisiologica evoluzione del programma, accompagnata da tre proposte di ricollocazione di primo piano; chi condivide questa lettura richiama anche i precedenti sul fronte della verifica delle fonti, a partire dal caso Nordio.

I fatti accertati, ad oggi, sono questi: un attentato con un mandante reo confesso in custodia cautelare, un movente dichiarato che il giudice non ritiene credibile, un conduttore che le carte descrivono come vittima inconsapevole, e un'azienda che ha scelto di cambiare la guida del suo programma d'inchiesta più noto. Il procedimento penale è in corso e la partita tra Ranucci e la Rai si sposta ora sul piano legale e sindacale. Su entrambi i fronti, questa storia è tutt'altro che chiusa.



Fonti:

  • nota Rai del 28 agosto 2026;
  • ordinanza di custodia cautelare riportata da Il Post, Il Fatto Quotidiano, Sky TG24 e Ansa;
  • Linkiesta;
  • Il Messaggero;
  • Corriere dell'Umbria;
  • Il Giornale;
  • Adnkronos;
  • Avvenire.

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