Iattualità · Geopolitica · di Lorenzo ·
Ankara blindata: il vertice NATO sulla sicurezza si apre tra centinaia di arresti
Il 7 e 8 luglio i leader dei 32 Paesi dell'Alleanza si riuniscono nella capitale turca per il primo "tagliando" degli impegni presi all'Aja: spesa al 5% del PIL, 70 miliardi all'Ucraina, industria della difesa. Fuori dal palazzo, però, la Turchia vive una delle ondate di fermi più estese degli ultimi anni: giornalisti, avvocati, sindacalisti, ambientalisti, perfino un comico. Il governo parla di sicurezza, l'opposizione di repressione mirata. Ecco cosa sappiamo, fonte per fonte.
C'è un paradosso che attraversa il vertice NATO di Ankara, e non serve forzarlo: emerge dai fatti. Dentro il Complesso Presidenziale di Beştepe, il 7 e l'8 luglio, trentadue capi di Stato e di governo — incluso il presidente americano Donald Trump — discutono di sicurezza collettiva sotto la presidenza del segretario generale Mark Rutte. Fuori, nelle due settimane che hanno preceduto l'incontro, le autorità turche hanno fermato centinaia di persone e vietato per tredici giorni qualsiasi manifestazione pubblica. Due facce dello stesso evento, che raccontiamo entrambe.
Cosa c'è sul tavolo del vertice
Ankara è, nelle parole di diversi osservatori, il primo banco di prova degli impegni presi al vertice dell'Aja del 2025: portare la spesa per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035 — 3,5% di spesa militare in senso stretto più 1,5% di sicurezza allargata (cybersicurezza, energia, infrastrutture critiche). Rutte ha detto di aspettarsi dai Paesi membri piani chiari e concreti, e ha rivendicato i progressi: secondo i dati che ha citato, tra 2025 e 2026 gli alleati europei e il Canada hanno aggiunto 258 miliardi di dollari di investimenti nella difesa. L'Italia si presenta con il 2,8% del PIL, di cui 2,09% di spese "core" e 0,71% di sicurezza allargata.
Il secondo dossier è l'Ucraina
La dichiarazione finale, già concordata secondo le fonti diplomatiche, conferma circa 70 miliardi di euro di assistenza per il 2026 e un impegno analogo per il 2027 — cifra che include il prestito europeo da 30 miliardi, mentre il resto arriverà da contributi bilaterali su base volontaria. La Russia resta definita la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica, e il principio dell'Articolo 5 — un attacco a uno è un attacco a tutti — viene riaffermato. A margine, l'incontro più atteso: il bilaterale tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, annunciato dalla Casa Bianca il 5 luglio, dopo che nei giorni precedenti Trump aveva avuto lunghe telefonate sia con Vladimir Putin sia con lo stesso Zelensky.
Sul tavolo anche la produzione industriale della difesa — con un forum dedicato a cui partecipa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen — il rafforzamento del Fianco Sud chiesto dall'Italia, e il progressivo trasferimento di responsabilità dagli Stati Uniti all'Europa che l'amministrazione americana chiama "NATO 3.0". Per il Paese ospitante, membro dell'Alleanza dal 1952 e secondo esercito NATO per dimensioni, il vertice è anche una consacrazione del proprio peso strategico.
Fuori dal palazzo: la cronologia dei fermi
È l'altra faccia dell'evento, documentata da stampa internazionale e organizzazioni per i diritti umani. Il 23 giugno, con raid simultanei all'alba in decine di abitazioni e sedi di Ankara, le forze di sicurezza fermano un numero di persone che varia a seconda delle fonti: il Post ha parlato di 209 fermi, la procura di Ankara — citata da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa — di 225 fermi con 178 arresti convalidati e 34 rilasci sotto controllo giudiziario, mentre altre ricostruzioni (il Fatto Quotidiano) indicano 103 arresti con accuse di reati legati al terrorismo. La gran parte dei fermati è accusata di appartenenza a organizzazioni di estrema sinistra classificate come terroristiche dalle autorità.
Il 1° luglio la polizia fa irruzione in un campeggio giovanile della Piattaforma Antimperialista Mondiale, in una località costiera a circa sette ore da Istanbul, dove si preparava una conferenza internazionale concepita come "contro-vertice": l'iniziativa viene spostata online. Il 2 luglio viene fermato il comico Deniz Göktaş, tra i più noti del Paese, accusato di incitamento all'odio e insulti al presidente per uno spettacolo satirico su Erdoğan. Domenica 5 luglio, infine, la polizia arresta decine di persone in tutto il Paese e oltre cento manifestanti a un corteo contro la NATO organizzato dal Partito Comunista di Turchia, disperso con i lacrimogeni, mentre centinaia di persone sfilavano anche a Istanbul da piazza Taksim verso Dolmabahçe.
Chi sono i fermati
L'elenco ricostruito da fonti giornalistiche e associazioni per i diritti è eterogeneo, ed è proprio questa eterogeneità il punto più discusso. Ci sono giornalisti: Yıldız Tar, caporedattore della rivista LGBT+ Kaos GL, accusato di appartenenza a un'organizzazione vietata; Ceren Erdoğdu di Oda TV e Buse Söğütlü di T24, arrestate nelle loro abitazioni per motivi non resi pubblici. Ci sono avvocati, tra cui Ezgi Onalan, presidente della sezione di Istanbul dell'Associazione dei Giuristi Contemporanei, e un'accademica, la professoressa associata Emel Memiş. Ci sono quattordici attivisti in pensione della fondazione ambientalista TEMA: uno di loro, Nevzat Özer, ha dichiarato davanti al giudice di fare volontariato da trent'anni e di non aver mai nemmeno sentito il nome dell'organizzazione di cui è accusato di far parte. E c'è Burcu Arıkan, portavoce del collettivo sindacale Umut-Sen, prelevata alle cinque del mattino nella sua casa di Ankara mentre dormiva con il figlio.
Il suo legale, Sabri Karagündüz, ha sollevato il punto che molti difensori ripetono: per centinaia di persone è stato chiesto il fermo senza eccezioni e, sostiene, senza che venissero mostrati gli elementi alla base delle accuse — il che, a suo giudizio, toglierebbe all'operazione la natura di una vera indagine giudiziaria. Sono affermazioni di parte, che riportiamo come tali; le autorità non hanno fornito dettagli pubblici sulle singole posizioni.
Una capitale sotto chiave
La cornice è quella delle misure straordinarie per il vertice. Il governatorato di Ankara ha vietato riunioni, manifestazioni, dichiarazioni alla stampa, sit-in e presidi dal 28 giugno al 10 luglio: tredici giorni. Tra il 6 e il 12 luglio sono stati sospesi anche gli eventi di istituzioni pubbliche e società civile — esami, cerimonie di laurea, festival, concerti. Decine di strade sono state chiuse, posti di blocco installati sulle arterie secondarie, e a gran parte dei dipendenti pubblici è stata concessa una settimana di ferie per alleggerire il traffico. Lungo i percorsi dei leader stranieri, riferisce Osservatorio Balcani e Caucaso, sono stati installati cartelloni giganti per nascondere alla vista i quartieri più poveri.
C'è poi il fronte della stampa: il governo ha negato gli accrediti a diversi giornalisti critici, scelta contestata da Reporters Sans Frontières e dall'Associazione dei giornalisti turchi. Erol Önderoğlu, responsabile di RSF in Turchia, ha definito le operazioni «indiscriminate, arbitrarie e disorganizzate».
Le due versioni
La posizione ufficiale è netta: si tratta di misure necessarie a proteggere trentadue leader stranieri durante un evento internazionale di massima delicatezza, e le accuse mosse ai fermati riguardano organizzazioni classificate come terroristiche. Ed è un fatto che ogni vertice NATO comporti dispositivi di sicurezza eccezionali: era accaduto, in forme diverse, anche a Vilnius, Washington e L'Aja.
L'opposizione e le organizzazioni per i diritti sostengono però che scala e selezione dei bersagli raccontino altro. Secondo l'avvocato di Söğütlü, Erman Öztürk, l'obiettivo sarebbe «intimidire i democratici, la sinistra e la stampa». Tuncer Bakırhan, co-presidente del partito filo-curdo DEM, e Kemal Kılıçdaroğlu del CHP hanno definito i fermi misure inaccettabili che ostacolano diritti fondamentali. Nessuna delle due letture è verificabile in modo indipendente allo stato attuale: le riportiamo entrambe, attribuite.
Il contesto che pesa
Gli arresti pre-vertice non nascono nel vuoto. Centinaia di politici e amministratori dell'opposizione si trovano oggi in carcere, formalmente con accuse di corruzione. Il caso più noto è quello di Ekrem İmamoğlu, ex sindaco di Istanbul e principale rivale politico di Erdoğan in vista delle presidenziali del 2028, detenuto dal marzo 2025 e sotto processo per corruzione e spionaggio: accuse che respinge integralmente e sulle quali — va ricordato — vale la presunzione di innocenza. Secondo alcune stime, nel primo trimestre del 2026 almeno 58 giornalisti risultavano detenuti nel Paese, mentre la grande maggioranza di giornali, radio e televisioni fa capo a gruppi vicini al governo.
E c'è un precedente che fotografa il dilemma occidentale meglio di molte analisi: nell'aprile 2021 l'allora presidente del Consiglio italiano Mario Draghi definì Erdoğan «un dittatore» di cui però — aggiunse — si ha bisogno per gli interessi del proprio Paese. Cinque anni dopo, quella tensione tra valori dichiarati e necessità strategiche è intatta: la Turchia controlla gli Stretti, media sul Mar Nero, pesa sul fianco sud dell'Alleanza.
La domanda che resta
I leader riuniti ad Ankara per discutere di sicurezza collettiva solleveranno il tema dello stato di diritto con il Paese ospitante? Chi sostiene İmamoğlu ha chiesto ai partner della Turchia di non trattare lo stato di diritto come una nota a piè di pagina. Finora, dal fronte occidentale, prevale il silenzio: nelle agende ufficiali del vertice il tema non compare.
Noi non tifiamo per nessuno: i fatti verificati sono questi, le interpretazioni le abbiamo attribuite a chi le sostiene. Il giudizio spetta a voi.
Fonti:
Cosa c'è sul tavolo del vertice
Ankara è, nelle parole di diversi osservatori, il primo banco di prova degli impegni presi al vertice dell'Aja del 2025: portare la spesa per la difesa e la sicurezza al 5% del PIL entro il 2035 — 3,5% di spesa militare in senso stretto più 1,5% di sicurezza allargata (cybersicurezza, energia, infrastrutture critiche). Rutte ha detto di aspettarsi dai Paesi membri piani chiari e concreti, e ha rivendicato i progressi: secondo i dati che ha citato, tra 2025 e 2026 gli alleati europei e il Canada hanno aggiunto 258 miliardi di dollari di investimenti nella difesa. L'Italia si presenta con il 2,8% del PIL, di cui 2,09% di spese "core" e 0,71% di sicurezza allargata.
Il secondo dossier è l'Ucraina
La dichiarazione finale, già concordata secondo le fonti diplomatiche, conferma circa 70 miliardi di euro di assistenza per il 2026 e un impegno analogo per il 2027 — cifra che include il prestito europeo da 30 miliardi, mentre il resto arriverà da contributi bilaterali su base volontaria. La Russia resta definita la principale minaccia alla sicurezza euro-atlantica, e il principio dell'Articolo 5 — un attacco a uno è un attacco a tutti — viene riaffermato. A margine, l'incontro più atteso: il bilaterale tra Trump e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, annunciato dalla Casa Bianca il 5 luglio, dopo che nei giorni precedenti Trump aveva avuto lunghe telefonate sia con Vladimir Putin sia con lo stesso Zelensky.
Sul tavolo anche la produzione industriale della difesa — con un forum dedicato a cui partecipa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen — il rafforzamento del Fianco Sud chiesto dall'Italia, e il progressivo trasferimento di responsabilità dagli Stati Uniti all'Europa che l'amministrazione americana chiama "NATO 3.0". Per il Paese ospitante, membro dell'Alleanza dal 1952 e secondo esercito NATO per dimensioni, il vertice è anche una consacrazione del proprio peso strategico.
Fuori dal palazzo: la cronologia dei fermi
È l'altra faccia dell'evento, documentata da stampa internazionale e organizzazioni per i diritti umani. Il 23 giugno, con raid simultanei all'alba in decine di abitazioni e sedi di Ankara, le forze di sicurezza fermano un numero di persone che varia a seconda delle fonti: il Post ha parlato di 209 fermi, la procura di Ankara — citata da Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa — di 225 fermi con 178 arresti convalidati e 34 rilasci sotto controllo giudiziario, mentre altre ricostruzioni (il Fatto Quotidiano) indicano 103 arresti con accuse di reati legati al terrorismo. La gran parte dei fermati è accusata di appartenenza a organizzazioni di estrema sinistra classificate come terroristiche dalle autorità.
Il 1° luglio la polizia fa irruzione in un campeggio giovanile della Piattaforma Antimperialista Mondiale, in una località costiera a circa sette ore da Istanbul, dove si preparava una conferenza internazionale concepita come "contro-vertice": l'iniziativa viene spostata online. Il 2 luglio viene fermato il comico Deniz Göktaş, tra i più noti del Paese, accusato di incitamento all'odio e insulti al presidente per uno spettacolo satirico su Erdoğan. Domenica 5 luglio, infine, la polizia arresta decine di persone in tutto il Paese e oltre cento manifestanti a un corteo contro la NATO organizzato dal Partito Comunista di Turchia, disperso con i lacrimogeni, mentre centinaia di persone sfilavano anche a Istanbul da piazza Taksim verso Dolmabahçe.
Chi sono i fermati
L'elenco ricostruito da fonti giornalistiche e associazioni per i diritti è eterogeneo, ed è proprio questa eterogeneità il punto più discusso. Ci sono giornalisti: Yıldız Tar, caporedattore della rivista LGBT+ Kaos GL, accusato di appartenenza a un'organizzazione vietata; Ceren Erdoğdu di Oda TV e Buse Söğütlü di T24, arrestate nelle loro abitazioni per motivi non resi pubblici. Ci sono avvocati, tra cui Ezgi Onalan, presidente della sezione di Istanbul dell'Associazione dei Giuristi Contemporanei, e un'accademica, la professoressa associata Emel Memiş. Ci sono quattordici attivisti in pensione della fondazione ambientalista TEMA: uno di loro, Nevzat Özer, ha dichiarato davanti al giudice di fare volontariato da trent'anni e di non aver mai nemmeno sentito il nome dell'organizzazione di cui è accusato di far parte. E c'è Burcu Arıkan, portavoce del collettivo sindacale Umut-Sen, prelevata alle cinque del mattino nella sua casa di Ankara mentre dormiva con il figlio.
Il suo legale, Sabri Karagündüz, ha sollevato il punto che molti difensori ripetono: per centinaia di persone è stato chiesto il fermo senza eccezioni e, sostiene, senza che venissero mostrati gli elementi alla base delle accuse — il che, a suo giudizio, toglierebbe all'operazione la natura di una vera indagine giudiziaria. Sono affermazioni di parte, che riportiamo come tali; le autorità non hanno fornito dettagli pubblici sulle singole posizioni.
Una capitale sotto chiave
La cornice è quella delle misure straordinarie per il vertice. Il governatorato di Ankara ha vietato riunioni, manifestazioni, dichiarazioni alla stampa, sit-in e presidi dal 28 giugno al 10 luglio: tredici giorni. Tra il 6 e il 12 luglio sono stati sospesi anche gli eventi di istituzioni pubbliche e società civile — esami, cerimonie di laurea, festival, concerti. Decine di strade sono state chiuse, posti di blocco installati sulle arterie secondarie, e a gran parte dei dipendenti pubblici è stata concessa una settimana di ferie per alleggerire il traffico. Lungo i percorsi dei leader stranieri, riferisce Osservatorio Balcani e Caucaso, sono stati installati cartelloni giganti per nascondere alla vista i quartieri più poveri.
C'è poi il fronte della stampa: il governo ha negato gli accrediti a diversi giornalisti critici, scelta contestata da Reporters Sans Frontières e dall'Associazione dei giornalisti turchi. Erol Önderoğlu, responsabile di RSF in Turchia, ha definito le operazioni «indiscriminate, arbitrarie e disorganizzate».
Le due versioni
La posizione ufficiale è netta: si tratta di misure necessarie a proteggere trentadue leader stranieri durante un evento internazionale di massima delicatezza, e le accuse mosse ai fermati riguardano organizzazioni classificate come terroristiche. Ed è un fatto che ogni vertice NATO comporti dispositivi di sicurezza eccezionali: era accaduto, in forme diverse, anche a Vilnius, Washington e L'Aja.
L'opposizione e le organizzazioni per i diritti sostengono però che scala e selezione dei bersagli raccontino altro. Secondo l'avvocato di Söğütlü, Erman Öztürk, l'obiettivo sarebbe «intimidire i democratici, la sinistra e la stampa». Tuncer Bakırhan, co-presidente del partito filo-curdo DEM, e Kemal Kılıçdaroğlu del CHP hanno definito i fermi misure inaccettabili che ostacolano diritti fondamentali. Nessuna delle due letture è verificabile in modo indipendente allo stato attuale: le riportiamo entrambe, attribuite.
Il contesto che pesa
Gli arresti pre-vertice non nascono nel vuoto. Centinaia di politici e amministratori dell'opposizione si trovano oggi in carcere, formalmente con accuse di corruzione. Il caso più noto è quello di Ekrem İmamoğlu, ex sindaco di Istanbul e principale rivale politico di Erdoğan in vista delle presidenziali del 2028, detenuto dal marzo 2025 e sotto processo per corruzione e spionaggio: accuse che respinge integralmente e sulle quali — va ricordato — vale la presunzione di innocenza. Secondo alcune stime, nel primo trimestre del 2026 almeno 58 giornalisti risultavano detenuti nel Paese, mentre la grande maggioranza di giornali, radio e televisioni fa capo a gruppi vicini al governo.
E c'è un precedente che fotografa il dilemma occidentale meglio di molte analisi: nell'aprile 2021 l'allora presidente del Consiglio italiano Mario Draghi definì Erdoğan «un dittatore» di cui però — aggiunse — si ha bisogno per gli interessi del proprio Paese. Cinque anni dopo, quella tensione tra valori dichiarati e necessità strategiche è intatta: la Turchia controlla gli Stretti, media sul Mar Nero, pesa sul fianco sud dell'Alleanza.
La domanda che resta
I leader riuniti ad Ankara per discutere di sicurezza collettiva solleveranno il tema dello stato di diritto con il Paese ospitante? Chi sostiene İmamoğlu ha chiesto ai partner della Turchia di non trattare lo stato di diritto come una nota a piè di pagina. Finora, dal fronte occidentale, prevale il silenzio: nelle agende ufficiali del vertice il tema non compare.
Noi non tifiamo per nessuno: i fatti verificati sono questi, le interpretazioni le abbiamo attribuite a chi le sostiene. Il giudizio spetta a voi.
Fonti:
Osservatorio Balcani e Caucaso Transeuropa, il Post, il Fatto Quotidiano, l'Unità, Radio Popolare, Reporters Sans Frontières, Sky TG24, il Giornale, NPR, agenzie internazionali.